Il fantasma di Robert Mugabe

angelo ferrari

Il fantasma di Robert Mugabe non darà pace allo Zimbabwe. Morto il dittatore in un ospedale di Singapore, esilio dorato dell'ex presidente defenestrato con un colpo di stato militare nel 2017, per il paese rimangono tutti i drammi, le povertà, il disastro economico provocato proprio da Mugabe che, solo alla metà degli anni '90 predicava ricette maoiste per il suo paese, un modello economico abbandonato dallo stesso Deng Xiaoping.

Ma il brutale dittatore non c'è più. Lascia, tuttavia, un monito inquietante che peserà, forse, per lunghi anni sul suo paese. In occasione di un suo compleanno, celebrato con grandi sfarzi nella capitale Harare – alla vigilia dell'anno che ha visto la sua destituzione –  aveva assicurato che avrebbe governato il paese anche da cadavere: “L'opposizione – ha detto Mugabe – non governerà mai questo paese, né mentre sono in vita né dopo la mia morte. Giuro che il mio fantasma vi perseguiterà per sempre”.

Il dinosauro di Harare ha dovuto lasciare il potere nel 2017, ma il suo fantasma, ora, incombe sul paese. L'attuale presidente, Emmerson Mnangagwa  - che poi era il vice di Mugabe – continua sulla scia dell'anziano dittatore: perseguita gli oppositori e mantiene lo Zimbabwe nel suo perpetuo disastro economico. Mugabe aveva ragione dicendo che il suo fantasma avrebbe perseguitato il paese per sempre. Manangagwa è dunque il fantasma di Mugabe.

Eppure, in Africa, l'anziano despota aveva suscitato grandi speranze per il suo paese, allora Rhodesia del Sud, e per tutta l'Africa. Il periodo delle ribellioni e delle indipendenze. Studia in Sudafrica scienze politiche ed è qui che entra in contatto con le aspirazioni di libertà per i popoli africani, veicolate da idee marxiste della società. Non fa mistero della sua adesione alla lotta armata come strumento di liberazione e, infatti, nel 1964 viene arrestato e condannato a 10 anni di reclusione.

 

Nel 1976, dopo la sua liberazione, si rifugia in Mozambico. Qui prende il comando dell'ala paramilitare dell'Unione nazionale africana dello Zimbabwe (Zanu). Anni di lotta armata e negoziati con i leader della Rhodesia del Sud portano alla proclamazione dell'indipendenza del paese, nel 1980, che viene battezzato Zimbabwe. Mugabe diventa primo ministro e primo presidente Canaan Banana. La figura di primo ministro viene abolita e nel 1987 inizia la carriera presidenziale dell'uomo che guiderà il paese fino al 2017, 37 anni di indiscusso potere. Ma non solo. Di ruberie, corruzione, arricchimento personale, un tesoro nascosto nella terra dei suoi grandi alleati, i cinesi.

Gli aiuti internazionali finiscono nelle sue tasche, i proventi della vendita dei diamanti pure. Il paese crolla sotto questo strapotere. Il collasso arriva con la riforma agraria. Le terre dei farmer bianchi vengono espropriate e regalate agli amici e dignitari del presidente. L'economia del paese, considerato il granaio dell'Africa, è in ginocchio e non si è ancora rialzata.

Dai grandi ideali di liberazione che hanno guidato le indipendenze africane – il presidente dello Zimbabwe è stato considerato un padre nobile di questi ideali – si passa alla stagione dell'appropriazione indebita, della malversazione di denaro pubblico unicamente a beneficio della famiglia di Mugabe. Un'escalation politica che in breve si è trasformata in bulimia di potere e denaro.

Già nel 2016 il comitato dei legislatori dello Zimbabwe cerca di capire se è vero o meno che 15 miliardi di dollari, frutto degli introiti provenienti dai diamanti, sono spariti nel nulla, ma soprattutto dove sono finiti. Nemmeno a chiederselo: nelle tasche di Mugabe. Lui, tuttavia, nega e liquida la faccenda come “una leggenda metropolitana”. Sulla vicenda indaga anche la ong britannica Global Witness.

In un rapporto la ong denuncia il fatto che l'entourage di Mugabe si è appropriato di parte degli introiti provenienti dai diamanti. Quei 15 miliardi, tuttavia, dovrebbero essere cercati nei numerosi conti off-shore del vecchio dinosauro, della moglie e dei figli. Tutti hanno fatto e stanno vivendo esili dorati. Chissà se, ora che il “vecchio” è morto, qualcuno si alzerà in piedi reclamando le ricchezze accumulate indebitamente per restituirle al popolo dello Zimbabwe. Difficile visto che il paese è governato dal fantasma del dittatore eterno.