Il furbetto del Coronavirus

Alessandro De Angelis
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liris (Photo: Giunta)
liris (Photo: Giunta)

Come uno spot, pensato e realizzato con la disinvoltura del Potere che si sente immune, si trasforma in uno scandalo. Un classico: la cattiva politica, in mezzo alle tragedie. Ecco la storia, ambientata, ai tempi del Coronavirus, nell’Abruzzo della Giunta sovranista Marsilio, la giunta del Popolo e per il Popolo, “prima gli abruzzesi”.

Il protagonista è Guido Quintino Liris, medico, assessore regionale al Bilancio, Aree Interne, e altre sei sette deleghe, classico macinatore di preferenze (oltre seimila), simpatico, gaudente, grande tagliatore di nastri, sempre presente, come tradizioni a messe, matrimoni, funerali, una vita in An, poi in Forza Italia, ora approdato nel partito della Meloni. Ebbene, qualche giorno fa, da assessore in carica, invia una nota al direttore della sua Asl, chiedendo “l’interruzione dell’aspettativa a suo tempo concessa” e il contestuale reintegro “nella struttura da te diretta”. Nello stesso giorno, con una rapidità senza precedenti, e altrettanta enfasi ed ossequio, il manager della Asl, dà il via libera “con vivo piacere ed entusiasmo”, in un “momento così particolare di emergenza sanitaria, nel quale la sua esperienza di medico igienista e il suo impegno sociale costituiscono quel connubio di cui l’azienda ha bisogno”. È perfetto lo spot.

Il politico che può dire “torno in corsia”, sul campo, a salvare vite umane, con slancio e gratuità, la Asl che lo accoglie. Peccato che Liris la corsia non la veda neanche da lontano, poiché nello stesso atto del manager della Asl si legge, sempre con la sobrietà che la provincia riserva verso i potenti di turno: “Nell’accoglierla a bordo di questa azienda, vorrà concordare le modalità di rientro e di svolgimento della sua attività condivisa con lo scrivente pari al 30 per cento del suo debito orario settimanale che, per expertice della S.V., vorrà svolgere in staff a questa direzione”.

Dunque, sua eccellenza assessore, rimanendo in carica, non solo non va in corsia, ma in un non ben precisato staff del direttore generale, ma per questo indispensabile ruolo riceve anche un compenso. È un classico scandalo, morale e politico, prima ancora che giuridico: il Controllore, nella persona di un esponente della giunta che nomina i direttori generali, stanzia le risorse sulla sanità, e deve approvare i bilanci delle Asl, ottiene un incarico dal Controllato che è il direttore di una Als. Asl che, come tutte le Asl d’Italia è in difficoltà sui “dpi”, non ha i soldi per gli straordinari di medici e infermieri che rischiano la vita sul campo, e ha pensato di dare più soldi a un consigliere regionale che ne prende già 11mila netti. Ed è evidente che, oltre al dato morale, c’è un profilo di incompatibilità formale, proprio perché la Asl è un ente pubblico e la Regione esercita funzioni di controllo e quindi, secondo il D. Lgs 39/2013 “gli incarichi dirigenziali, interni e esterni, nelle pubbliche amministrazioni, negli enti pubblici o negli enti di diritto privato in controllo pubblico sono incompatibili con la carica di componente della giunta e del consiglio”.

Sia come sia, accade. L’assessore viene riammesso in servizio il primo aprile, nello staff del Controllato, quello nominato con delibera di giunta, al trenta per cento del monte orario e al trenta per cento dello stipendio. E nessuno comunica il fatto alla Regione. Chissà, forse temendo che su questo si possa configurare un danno erariale: un doppio stipendio, non per andare in corsia ma stare nello staff del direttore generale. È chiaro che quando la notizia esce, il Partito democratico ne chiede le dimissioni e ne denuncia l’incompatibilità. E a questo punto la storia diventa una barzelletta, se non fosse che, in questo contesto, c’è poco da ridere.

Liris, proprio dopo aver preso servizio, scrive di nuovo al direttore della Asl dichiarando di voler considerare la sua prestazione volontaria e rinunciando “ad ogni corrispettivo di natura economica”. Nello stesso giorno, sempre con una solerzia stupefacente, il direttore generale dispone la revoca del provvedimento di reintegro. E, in relazione alla richiesta di collaborazione volontaria, “si riserva di valutare tale richiesta”. Perfetto, la classica toppa. Senza tante autocritiche e nel silenzio del presidente della Giunta. Il problema è che il fatto è stato commesso, non è cancellabile per delibera. Spetterà alla magistratura, quando riapriranno i tribunali, verificare la legittimità degli atti e delle condotte dei protagonisti.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.