Il futuro della sinistra e l'Italia post-Covid, le proposte di Cuperlo

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Le sfide della sinistra, la ripartenza dopo il covid. Le proposte di Gianni Cuperlo, esponente del Partito Democratico ed ex deputato, per un nuovo patto sociale e un nuovo esempio di politica, svincolata dal finanziamento ai partiti, in un’intervista a Notizie.it.

È “bastato” il coronavirus per mettere in crisi un sistema costruito nel corso di moltissimo tempo…

Non userei la formula “è bastato il Covid” perché rischia di non cogliere la portata di un evento destinato a cambiare la scena del mondo per come l’abbiamo conosciuta nell’arco degli ultimi decenni. Parlo del modello di crescita e di distribuzione delle risorse, del ruolo degli Stati nazionali, delle politiche pubbliche che hanno segnato l’Occidente.

In un anno il Pil del pianeta si è contratto di 4 punti e questo ha prodotto la recessione peggiore dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

Nei trent’anni precedenti quell’indice era triplicato. Il commercio globale era raddoppiato. La mortalità infantile si era ridotta dal 64 al 28 per mille. Più di un miliardo di persone si era affrancato dalla povertà assoluta. Nell’ultimo anno 150 milioni di nuovi poveri estremi sono andati a sommarsi a quelli di prima.

Accade perché diverse tra quelle tendenze si invertono e la sfida è impedire che sia una regressione destinata a durare. È un tema che investe anche noi se è vero che abbiamo perso un milione di posti di lavoro e che dodici milioni sono nel nostro paese le persone che vivono una condizione di difficoltà. Di fronte a una rivoluzione del genere servono nuove categorie nel modo di pensare prima ancora che nelle singole soluzioni.

Dopo la fine dell’emergenza sanitaria, il ritorno alla “normalità” sarà lineare, nel senso che basterà “riaprire tutto”?

No, servirà tornare progressivamente a una vita normale cominciando dal riaprire le scuole, le attività che hanno subito i danni maggiori, ma guai a non capire che tra gli effetti della pandemia uno domina sugli altri, al netto ovviamente della vera tragedia che sono le vite perse, e quell’effetto è in una distruzione di reddito.

Il lockdown ha determinato su scala globale la perdita di 250 miliardi di dollari di reddito, una cifra enorme, molto maggiore allo stesso dato successivo all’ultima grande crisi del 2008. Come ha spiegato benissimo Alessandro Volpi questo vuol dire che questa crisi non la superi solo aggiustando i meccanismi dell’economia, a partire dalla cattiva distribuzione delle risorse. La vera sfida è indicare le risposte in termini di sussidi e aiuti capaci di compensare per una fase non breve una minore capacità di generare reddito da parte delle persone.

E allora serve un nuovo patto sociale che aiuti le fasce più fragili e più colpite a non precipitare nella miseria. In questo senso le piazze che protestano vanno giudicate per quel che sono: un segnale di sofferenza e paura che va ascoltato e a cui bisogna dare certezze sul dopo.

Anche all’interno di temi tradizionalmente “di sinistra” come quelli ambientali, il tipo di approccio in concreto adottato non è indifferente. In questo senso, c’è chi ha proposto che il novello Ministero per la Transizione ecologica dovesse essere invece chiamato “Ministero per la Transizione ecologica solidale”.

Il concetto di sostenibilità ambientale non si può separare da una dimensione sociale, credo che questa sia oramai una acquisizione largamente condivisa. Penso all’elaborazione del Forum Disuguaglianze e Diversità o ai contributi di Fabrizio Barca e di Enrico Giovannini, oggi ministro di questo governo. Al fondo la pandemia ha alzato il velo sulle ambiguità e incongruenze di un capitalismo che non ha retto l’urto degli eventi. Un Occidente al culmine della sua potenza finanziaria, tecnologica, scientifica, commerciale, per settimane è andato alla ricerca spasmodica di mascherine e ventilatori polmonari. Ma che cosa rappresenta una sanità pubblica finanziata a dovere e di qualità?

Forse anche i prevenuti hanno compreso finalmente che rappresenta una garanzia di sostenibilità per una società che non lasci indietro nessuno. Il punto è che tutto questo implica una concezione nuova nei criteri con cui si ripartiscono le risorse, significa avere nei confronti dei beni comuni, e la terra, l’ambiente, le città e gli spazi della vita sono beni collettivi, una cura e delle strategie che non possono fondarsi unicamente sulle logiche del profitto o della massimizzazione delle quotazioni di borsa. Il punto è che quando cambia la scena attorno, cambiano anche i parametri con cui si giudicano le vere priorità.

Il problema dei rider è spesso portato come effigie dei nuovi problemi sociali posti dall’innovazione tecnologica. È veramente un problema tutto nuovo?

Se lo leggiamo dal lato dello sfruttamento del lavoro e di un certo modo di relazionarsi alla dignità delle persone calpestandone i diritti possiamo dire che è solo l’ultima pagina di un conflitto che affonda nei tempi. Il tema è che la magistratura con la sentenza del Tribunale di Milano arriva dove la politica e la sinistra non erano ancora arrivate. E allora dobbiamo colmare quel ritardo e farlo in fretta perché solo un sistema di ammortizzatori universali e di diritti e tutele destinate a ogni tipo di lavoro possono restituire alle generazioni più giovani la certezza che non saranno condannati per la vita a una condizione di precarietà. Il lavoro del ministro Andrea Orlando in questi primi mesi del governo Draghi va nella direzione giusta e il Pd deve sostenerlo con forza.

Quanto ai vaccini, le sembra che un certo corporativismo, favorito secondo alcuni dal regionalismo, abbia minato la possibilità di informare la campagna vaccinale a logiche solidaristiche?

Penso semplicemente che laddove si è subita la pressione di questa o quella corporazione per “saltare la fila” si è prodotto una offesa verso quanti rischiano davvero la vita e per i quali il fattore tempo è decisivo. Ovunque si siano consumati episodi del genere, indipendentemente dal colore delle amministrazioni che lì governano, la condanna dev’essere chiara.

Queste sono tutte battaglie di sinistra. Verrebbe da dire, quale sinistra?

Anni fa Norberto Bobbio ammoniva così la sinistra litigiosa di allora: discutono del loro destino senza capire che dipende dalla loro natura, decidano la loro natura e avranno chiaro il loro destino. Ecco, mai come oggi quell’ammonimento ci riguarda. Penso a una sinistra che abbia ambizione e coraggio per definire la sua identità dentro un tempo storico diverso da prima.

Ma insisto, questo implica assumere altre categorie nel modo di pensare, di organizzare la partecipazione, di qualificare la democrazia perché ha ragione il presidente americano Biden: di colpo abbiamo scoperto che la democrazia, fino dentro il cuore dell’Occidente, appare fragile e va preservata nel solo modo possibile, convincendo milioni di persone che solo quella democrazia è per loro una garanzia di futuro, di maggiore libertà e dritti.

E l’alleanza con il M5s è un buon modo di “riprendere la strada interrotta”?

A volte mi sembra una discussione lunare. Oggi il Pd conta più o meno il 20 per cento dei voti, ma pure se fosse il 30 per cento non basterebbe a battere la destra. Coi 5 Stelle siamo stati al governo nell’anno più terribile della storia recente e continuiamo a farlo dentro questa nuova maggioranza. Ci sono delle differenze tra noi? Certo, anche perché altrimenti saremmo un partito unico. Ma la volontà di costruire un centrosinistra nuovo, largo, inclusivo, aperto al civismo migliore, quella è la sola chance che abbiamo per portare l’Italia fuori dalla crisi peggiore di sempre e per evitare che a trascinare il paese in guasti più gravi sia una destra impresentabile.

Ma non si potrebbe obiettare che è un esperimento già fallito con il Conte II?

Dove sarebbe il fallimento? Nell’avere affrontato una pandemia che ha costretto quel governo a correre ai ripari avendo l’Italia un piano pandemico che risaliva al 2006 e che nessuno si era preoccupato di aggiornare? Nell’avere utilizzato oltre cento miliardi di euro per compensare il crollo di interi segmenti della nostra economia?

Quel governo non è caduto per un complotto oscuro, a dirla tutta se un complotto c’è stato si è consumato alla luce del sole con una forza minore, Italia Viva, che ha staccato la spina pensando forse di trarne qualche beneficio, cosa che non mi pare sia avvenuta. Detto ciò ci sono stati anche dei limiti, ma il merito di quel governo, l’avere riportato l’Italia nel solco del migliore europeismo, rimane un traguardo fondamentale che oggi consente al governo Draghi di sfruttare le enormi risorse in arrivo da Bruxelles con Next Generation EU.

Le realtà liberamente organizzate da cittadini stanno svolgendo un ruolo di supplenza?

Non sono cose in contraddizione. Ho citato il civismo, potrei dire dei movimenti che in un anno faticoso si sono mobilitati per aiutare chi aveva più bisogno. Non credo che la politica, la buona politica, sia una prerogativa dei soli partiti, anzi. Esiste tanto di buono che vive fuori dai partiti ed è un tessuto che arricchisce la democrazia e uno spirito di comunità, Poi certo, spetta alle forze politiche vedere quelle esperienze, saperle ascoltare, coinvolgerle e valorizzarle. E qui il cammino da fare, se siamo onesti, è ancora lungo.

Ritiene che bisognerebbe sostituire (o affiancare) alla logica dell’autonomia territoriale una sorta di logica dell’autonomia sociale, basata sulla cura di interessi collettivi?

La sussidiarietà è anche questo, come la prossimità di cui ha parlato il nuovo segretario del Pd. Ripeto, la società è più ricca e plurale di quanto spesso siamo portati a pensare e se tanto tanto guardiamo alla storia del paese scopriamo che le stagioni segnate dalle riforme più coraggiose sul versante dei diritti sociali e civili sono quelle dove dal basso è venuta la spinta a osare molto oltre i confini tracciati in precedenza.

Ma in fondo i partiti non avrebbero dovuto rappresentare proprio questo? Quanto ha influito l’abolizione del finanziamento pubblico?

Molto, e l’errore è venuto da noi nell’idea sbagliata che solo inseguendo il populismo degli altri potevamo recuperare una parte del consenso perduto, ma non è mai così. La sinistra è tale se fa il suo mestiere, quando imita la lingua degli altri i cittadini tra l’originale e la copia scelgono l’originale, cioè la destra. Vediamo di ricordarcene in futuro.