Il gigante Cina ha fame di energia e rallenta

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This photo taken on September 27, 2021 shows employees working on high-voltage direct current transmission line in Wuxi, in China's eastern Jiangsu province. - China OUT (Photo by STR / AFP) / China OUT (Photo by STR/AFP via Getty Images) (Photo: STR via Getty Images)
This photo taken on September 27, 2021 shows employees working on high-voltage direct current transmission line in Wuxi, in China's eastern Jiangsu province. - China OUT (Photo by STR / AFP) / China OUT (Photo by STR/AFP via Getty Images) (Photo: STR via Getty Images)

Dopo la crisi del colosso Evergrande e la difficile gestione della “bolla” immobiliare che ormai è esplosa tra le mani del governo cinese, Pechino è costretta ad affrontare un’altra crisi. Il colosso Cina ha fame di energia, ma non riesce ad averne abbastanza, con le fabbriche che interrompono le operazioni e le famiglie cinesi di colpo immerse nell’oscurità. Per la prima volta, la nuova superpotenza cinese si trova alle prese con una crisi energetica senza precedenti, che sta iniziando ad influenzare ogni aspetto della vita quotidiana delle persone. La situazione è così seria, che si profila il rischio di un rallentamento economico, spingendo gli analisti a tagliare le previsioni di crescita economica del Dragone per quest’anno dall′8,2% al 7,7%, ma potrebbe persino trattarsi di una previsione al ribasso troppo ottimista…

In alcune province settentrionali si sono verificati lunghi black-out totali, e persino i semafori lungo le strade si sono spenti. Alcune persone sono state ricoverate in ospedale dopo aver utilizzato stufe per il riscaldamento a legna o a carbone in ambienti poco aerati, in mancanza di elettricità, e si sono intossicate. Negli appartamenti o negli uffici molti ascensori non funzionano, con la gente costretta ad inerpicarsi lungo le scale dei grattacieli, a volte per oltre 50 piani. A Dongguan, popolosa metropoli della provincia meridionale del Guangdong, le aziende sono state costrette a far lavorare gli operai durante la notte, perché ormai dallo scorso 25 settembre l’elettricità viene interrotta tutti i giorni dalle 8 del mattino fino a mezzanotte, mentre nelle province del Nord-Est la gente si prepara a un inverno al freddo, mentre ovunque, nel gigantesco Paese, cartelli attaccati ai cancelli delle fabbriche illustrano la filosofia dei tagli e invitano tutti i cinesi a consumare meno. Malgrado la Cina sia abituata da tempo ad affrontare tagli alla fornitura di energia elettrica in alcune parti del paese, la loro diffusione e frequenza è aumentata notevolmente dalla seconda metà dell’anno. SI moltiplicano in tutta la Cina le aziende, anche medie e piccole, costrette a limitare o spendere del tutto la produzione dall’oggi al domani.

I media locali hanno attribuito la situazione al costo proibitivo del carbone e del gas naturale, dai quali la Cina dipende molto per produrre energia. La crisi energetica sta iniziando ad avere un impatto molto serio sulle attività produttive e sulle industrie cinesi, con molte province che hanno già ordinato alle fabbriche di ridurre le attività. Alcuni fornitori di Apple e Tesla hanno sospeso la produzione per allinearsi alle politiche di consumo energetico più restrittive, mettendo a rischio le catene di approvvigionamento della crescente domanda di prodotti elettronici. “Le operazioni di assemblaggio di iPhone in Cina stanno iniziando a ridurre il consumo di energia”, ha dichiarato ieri Pegatron Corporation, un partner chiave di Apple e uno degli assemblatori del suo apparati. Anche la fabbrica cinese del colosso coreano dell’acciaio Posco è stata duramente colpita, costretta allo stop totale della produzione, che riprenderà soltanto all’inizio di ottobre.

Nella provincia di Jilin, una compagnia idrica locale ha scritto domenica un post sul suo profilo social di WeChat che “le interruzioni o i limiti irregolari, non pianificati e non annunciati dureranno fino a marzo 2022, e le interruzioni di corrente e acqua diventeranno la norma”. Il post è stato successivamente rimosso il giorno dopo, e sostituita con una dichiarazione più “annacquata” che affermava che l’avviso originale era “formulato in modo improprio e impreciso, causando malintesi tra gli utenti interessati e il pubblico”. Ma la sostanza resta: in Cina sembra finita la stagione del consumo illimitato di energia, con il governo che chiede ai cittadini e alle aziende di risparmiare, mentre la loro pazienza viene messa a dura prova dagli improvvisi tagli di corrente.

Nello Jiangsu, la zona di sviluppo economico della città di Taixing ha chiesto alle aziende locali di interrompere temporaneamente o frenare la produzione. In risposta, la società quotata Jinji Industrial ha dichiarato di aver ridotto la sua produzione di coloranti e prodotti chimici, fin da mercoledì scorso. Anche a Zhejiang, uno dei centri dell’esportazione della Cina, sin sono intensificati i tagli alle forniture e la principale società quotata, Xidamen New Material, che produce tessuti, ha dovuto sospendere la produzione.

Nelle ultime due settimane, la provincia di confine sud-occidentale dello Yunnan ha implementato una serie di misure per controllare sia il consumo totale di energia che l’intensità energetica per unità di PIL, anche tagliando le ore di funzionamento delle centrali a carbone e riducendo la produzione di settembre-dicembre di fosforo giallo, materia prima utilizzata per produrre fertilizzanti, del 90 per cento rispetto ai livelli di agosto.

Sono improvvisamente diventati realtà, insomma, gli avvertimenti della potente NDRC, la Commissione Nazionale per lo sviluppo e le riforme, che già ad agosto aveva chiesto ai maggiori comparti industriali del Paese, nello Jiangsu, nel Guangdong e nell’Hubei, di limitare i consumi di energia. A qualunque costo. Quando non arriva – improvviso, e senza possibilità di organizzarsi, lamentano gli imprenditori – il taglio totale dell’energia, intervengono i limiti di utilizzo a 40 chilowattora, ritenuti totalmente inadeguati a garantire la normale attività delle aziende.

La crisi energetica è ancora più preoccupante quando si pensi che arriva proprio quando i produttori e gli spedizionieri fanno a gara per soddisfare la domanda di ogni cosa, dall’abbigliamento ai giocattoli all’elettronica, per la stagione dello shopping natalizio di fine anno, e si sommano alle problematiche in materia di approvvigionamento già sconvolte dall’aumento dei costi delle materie prime, dai lunghi ritardi nei porti e dalla carenza di container. Parte del porto di Ningbo, uno dei più trafficati del mondo, è rimasto inattivo per settimane il mese scorso a seguito di un’epidemia di Covid-19, mentre il porto di Yantian a Shenzhen è stato chiuso a maggio. “La crisi sta iniziando a colpire le persone nel luogo in cui vivono, ha scritto oggi Bloomberg, “aggiungendo il rischio di instabilità sociale alle potenziali interruzioni della catena di approvvigionamento globale”.

Probabilmente legata a questa situazione anche la recentissima decisione del governo cinese di mettere completamente al bando le criptovalute, la cui produzione, com’è noto, consuma molta energia. Due delle maggiori piattaforme al Mondo per i bitcoin hanno sospeso le nuove registrazioni di utenti cinesi e una ritirerà del tutto i conti correnti, per conformarsi ai divieti di Pechino. Huobi e Binance non consentiranno più ai trader di utilizzare i numeri di cellulare della Cina continentale per registrare nuovi conti, dopo che la People’s Bank of China ha dichiarato che tutte le transazioni di criptovalute in Cina saranno perseguite come attività finanziarie illecite.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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