Il giornalista Poletti racconta il suo modo di fare giornalismo nel corso del Coronavirus

roberto poletti

Roberto Poletti è un giornalista che ama il suo lavoro, consapevole di quale responsabilità sia fare informazione e dice di se: “Mi ritengo una persona giusta che odia la falsità e l’ipocrisia, che ama la trasparenza e la correttezza. Purtroppo sono consapevole di cosa ci sia intorno e quindi ho imparato a turarmi il naso”.

Che cosa ha significato gestire una diretta in piena emergenza?

Ha significato essere in piedi nel cuore della notte, lavorare incessantemente e mettere a frutto vent’anni di esperienza. Non è facile essere rassicurante, scegliendo le parole, per comunicare notizie in tempo di pandemia. Oggi vediamo la luce, ma avevamo l’acqua alla gola e l’Italia era in una totale confusione e incertezza. Non ci si può improvvisare e il giornalismo non fa eccezione. Io portavo via con me da quello studio, tutta la tensione accumulata, lo stress che mai avrei potuto far trapelare in video; del resto questo è il mio mestiere.

Come ritieni che sia stata gestita l’informazione?

Non tutti hanno gestito al meglio la cosa e c’è chi ha giocato con le paure delle persone, spettacolarizzando momenti e drammi che sarebbe stato opportuno trattare con maggiore tatto e rispetto. Tutto quanto non fa spettacolo, non più, non adesso. Bisogna mettere da parte un po’ di lustrini, di cose inutili e lavorare tutti per uno, per il nostro paese. Senza contare che la Rai ha messo in campo tantissime forze, dimostrando di essere ben attrezzata per farlo, dando prova ancora una volta di essere una grande azienda che sa fare gruppo e rispondere con prontezza anche in una situazione di emergenza davvero pesante.

La televisione avrà ancora un ruolo determinante per l’informazione?

Avrei detto che la televisione stesse perdendo terreno, quasi fosse oramai superata. Oggi, però, in questo momento di confusione e timore che le fake news hanno contribuito a peggiorare, ritengo abbia ripreso il suo ruolo fondamentale. La gente che ha visto crollare ogni sicurezza, ogni punto di riferimento, ha temuto per la propria vita e il futuro dei propri figli, ha cercato nel servizio pubblico indicazioni e risposte. La televisione deve essere consapevole della responsabilità che comporta fare informazione e adempiere al meglio al proprio compito.

Dal 4 Maggio sei su Rai Isoradio: quali sono le coordinate di questo programma?

È un programma nato proprio in piena emergenza, per rispondere a un’esigenza della gente. Un dialogo aperto con chiunque voglia raccontare la propria storia. Sono racconti semplici e soprattutto veri, di chi non si è lasciato sopraffare dalla paura ma ha cercato di rimboccarsi le maniche e oltrepassare il guado, difficile ma praticabile. Siamo consapevoli delle tante risorse che ha la nostra bell’Italia, dimostrando ancora una volta, di essere un popolo che non molla. In Siriparte ci si trova per scambiarsi esperienze e soluzioni, un luogo aperto a tutti dove le idee si mettono a confronto dando vita a nuovi progetti. In diretta contatto i tanti imprenditori che stanno lavorando per recuperare il tempo perduto, trovando comunque modo e disponibilità di dare il proprio fondamentale contributo alla ripartenza di tutti.

In questo periodo di lockdown, in cui sei rimasto a Milano, cosa è cambiato in te?

Questa pandemia mi ha costretto a migliorare ancora, spingendomi a trovare parole nuove. Il pubblico era cambiato: a casa c’erano le famiglie e i bambini. Un’esperienza importante in cui ho cercato di dare il meglio mettendo a disposizione la mia professionalità. Una crescita senza dubbio personale oltre che professionale vissuta con un grande senso di responsabilità.