Il giorno di Romulus. Matteo Rovere: “Vi racconto la Roma prima del mito e oltre la leggenda”

Giuseppe Fantasia
·Journalist
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Romulus (Photo: Francesca Fago)
Romulus (Photo: Francesca Fago)

Mancano due giorni alla conclusione della 15esima Festa del Cinema di Roma, ma nonostante le difficoltà dovute al Covid, continuano a non mancare le sorprese. Una di queste è sicuramente “Romulus”, l’attesa serie Sky Original di cui abbiamo visto in anteprima i primi due episodi in attesa che la stessa vada in onda su Sky Atlantic e in streaming su Now Tv dal 6 novembre prossimo. A crearla, dirigerla e produrla è Matteo Rovere, già regista de “Il primo Re”, che è riuscito a portare lo spettatore, come ha spiegato, “prima del mito e oltre la leggenda”, “in un racconto epico e arcaico tra realismo e fantasia, un mondo brutale del Lazio dell’ottavo secolo avanti Cristo dove a dominare erano la violenza e gli uomini che spesso vivevano nella paura, soggiogati dal volere degli dei”. Il racconto è visto attraverso gli occhi di tre ragazzi Yemos, principe di Alba, Wiros, un giovane orfano e schiavo, e la giovane vestale Ilia.

Sono dieci sono gli episodi girati in protolatino e da lui diretti con Michele Alhaique ed Enrico Maria Artale con migliaia di figurazioni, quasi mille presenze stunt e centinaia di armi riprodotte. “Se ne Il Primo Re ho raccontato la leggenda di Romolo e Remo come se fosse vera, qui il lavoro è stato diverso”, dice Rovere. “Ci siamo immaginati, al contrario, la genesi di questa leggenda. A livello storico non si hanno notizie condivise sul quel periodo antico ed al riguardo ci sono tante scuole di pensiero archeologiche che lavorano sulla mitografia, ma quella romana in tal senso ci ha aiutato”. “La scuola anglosassone, continua, vede invece in questa leggenda una ricostruzione a posteriori fatta dai romani in età Imperiale che si sono dati un’origine nobile e divina. Non si tratta, quindi, di una ricostruzione fantasiosa rispetto alle città, alle capanne, ai costumi e alle armi, ma una ricostruzione fedele su fonti attestate, molto libera e fantasiosa rispetto al mito che è una favola”.

Prodotta da Sky, Cattleya e Groenlandia e scritta dallo stesso Rovere con Filippo Gravino e Guido Iuculano, Romulus “è un coinvolgente racconto di sentimenti, guerra, fratellanza, coraggio e paura”, come lo definisce il regista, “un affresco epico realizzato con un grande impianto scenico e due intere città meticolosamente ricostruite sulla base di ricerche storiche documentate, una ricostruzione realistica degli eventi che hanno portato alla fondazione di Roma”.

Come ha già fatto nel suo lungometraggio, il regista ha scelto di girare tutta la serie utilizzando una lingua arcaica, il protolatino, che ha messo in difficoltà gli interpreti, ma allo stesso tempo ha offerto loro la possibilità, unica al mondo, di recitare in una lingua sconosciuta. “Il protolatino ha quella valenza in più che complica sicuramente le cose per un attore, ma sul set, tra una scena e l’altra, si provava costantemente con il dialogue coach per imparare le scene della settimana successiva, e tutto questo diventa un’esperienza totalizzante, perché non si può mai sgarrare altrimenti si arriverebbe sul set impreparati”, spiega Andrea Arcangeli, uno dei protagonisti, nei panni di Yemos, il Principe di Alba. Con lui ci sono anche Marianna Fontana, la sacerdotessa Ilia, rinchiusa dall’età di sei anni nel tempio di Vesta e Francesco Di Napoli, l’orfano e schiavo, Wiros.

Romulus (Photo: Francesca_Fago)
Romulus (Photo: Francesca_Fago)

“Sono loro i talenti che oggi hanno un’opportunità, ma che domani la daranno a tutta l’industria cinematografica” – parole di Nicola Maccanico, executive vice president programming di Sky, che ha poi precisato che con Romulus partono da un target maschile, “ma è una storia epica che coinvolge anche il pubblico femminile per la qualità della storia e la sua forza”.

“Ho visto in Romulus l’occasione di creare uno show d’azione accattivante, pieno di emozioni umane ed allo stesso tempo di proporre uno spettacolo nuovo per il nostro panorama produttivo”, aggiunge il regista. “Una storia nota anche se reinterpretata, che grazie alle coproduzioni internazionali ha preso la strada del racconto più aperto”. “Le riprese – continua - sono state estremamente complesse, sia per noi registi che per gli attori, e ovviamente per la troupe. Abbiamo girato nelle location più impervie, in tutte le condizioni atmosferiche, di notte e di giorno, una vera summa di tutte le difficoltà possibili in questo mestiere, non solo ambientali, ma anche tecniche. La serie è un gioco di squadra, più del cinema. Grazie al coraggio di molti interlocutori ci si trova davanti ad un prodotto che da soli non sarebbe stato mai possibile girare”.

Quel che ne è venuto fuori, aggiungiamo noi che lo abbiamo visto, è la totale libertà di andare verso lo spettatore con l’intenzione di farlo appassionare e divertire allo stesso tempo senza mai perdere la coerenza con quello che potrebbe essere stato il mondo nell’VIII secolo a.C. Perfetta è la ricostruzione dei villaggi e dei costumi così come le musiche dei Mokadelic (Gomorra - La serie e L’Immortale) e la sigla d’apertura – la cover di Shout dei Tears for Fears interpretata da Elisa – che danno all’opera un valore aggiunto.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.