Il governo giallorosso potrebbe fare la stessa fine di quello gialloverde?

Serenella Ronda

Il governo giallorosso destinato a subire la stessa parabola discendente del precedente governo gialloverde? All'indomani del voto in Emilia Romagna e Calabria, con la debacle subita dal Movimento 5 stelle, è questo l'interrogativo che aleggia nei palazzi romani, anche se, nel day after, nessuna nelle forze che sostengono l'esecutivo Conte II mette in discussione la tenuta del governo e la sua prosecuzione, a partire dallo stesso premier, che nega qualsiasi spinta verso l'instabilità. Al contrario. E anche per i pentastellati - in pieno caos e a rischio lotta interna per la nuova leadership, dopo le dimissioni da capo politico di Luigi Di Maio - pur interrogandosi sulle prossime mosse, e sulla possibilità di abbandonare una volta per tutte la fatidica 'terza via', resta il punto fermo della necessità che il governo vada avanti.

Nessun riposizionamento - ad oggi - nemmeno dal Pd. Che, anzi, intende spingere sull'acceleratore, stringendo sui dossier in campo e chiedendo al premier una fase due in cui i temi al centro dell'agenda vengano ricalibrati. Insomma, l'auspicata - da Matteo Salvini - spallata al governo non c'è stata. Ma, sicuramente, dopo il voto di ieri sono mutati e soprattutto si sono invertiti gli equilibri interni alla maggioranza. Tanto che il numero due del Nazareno, Andrea Orlando, osserva: "È giusto che oggi si usi questo risultato per modificare l'asse politico del governo su molte questioni. Ad esempio il M5s, dopo questa severa sconfitta, dovrebbe rinunciare a un armamentario che non paga elettoralmente e che rende difficile l'attività di governo".

E c'è chi, nei commenti dei giallorossi sul governo e sulla maggioranza, coglie già i primi sintomi del virus pre-crisi che colpì la precedente maggioranza gialloverde. Ancora una volta al centro di tutto il ribaltamento degli equilibri interni di forza e l'erosione di consenso dei 5 stelle. Certo, Matteo Salvini e Nicola Zingaretti sono quanto di più lontano e diverso possa esistere. Ma il cammino, secondo osservatori non solo del centrodestra ma anche della stessa maggioranza, potrebbe portare a una identica meta: la fine del governo (anche se non in tempi brevissimi).

Un copione già visto

Prendendo ad esame il parallelismo tra le parabole dei due esecutivi, infatti, sembra assistere al ripetersi di un copione già visto: una forza vittoriosa, che si allea con l'altra forza vincente ma non in grado di governare da sola. Durante il cammino il 'potere' contrattuale del partito inizialmente più forte si arresta, mentre cresce quello della seconda forza politica. Nessuno, almeno ufficialmente, chiede il rimpasto, ma una netta ricalibratura dei temi in agenda. La stabilità della maggioranza e del governo traballano fino alla crisi, determinata dalla forza inizialmente seconda, che nel frattempo ha acquisito sempre più consenso.

Andiamo con ordine nel parallelismo: il 4 marzo del 2018 il Movimento 5 stelle esce vittorioso dalle urne. È il primo partito in Italia. Ma da solo non ha i numeri per governare. I pentastellati, per far nascere un governo, guardano a destra, e precisamente alla Lega di Matteo Salvini, che ha ottenuto il suo primo grande risultato: è la forza più consistente nel centrodestra. Dopo tre mesi di tira e molla, nasce il governo Conte I, a forte trazione pentastellata.

Un anno dopo si vota per le europee: la Lega esplode, toccando vette altissime. Primo partito in Italia con oltre il 34%. Per contro, il Movimento 5 stelle subisce una dura frenata e incassa il primo crollo: perde quasi 10 punti percentuali, fermandosi al 17%. Nessuno dei due 'contraenti' chiede un rimpasto. Ma un cambio di rotta sì. E Salvini, che prima partiva 'svantaggiato' rispetto alla 'potenza' pentastellata, alza l'asticella. Ma allora (come oggi con il Pd), i grillini replicarono: i numeri in Parlamento non sono cambiati. Iniziano così i forti attriti, le rivendicazioni, i controcanti, le bandierine.

La storia è ormai nota. Salvini decide che è l'ora di mettere la parola fine al governo e in piena estate dice basta, convinto che si torni a votare. La mossa del leader leghista si rivelerà però un azzardo. I 5 stelle si rivolgono a sinistra, e accettano - molti dei big di allora, a partire da Di Maio, controvoglia - di far nascere un governo con il Pd (e Leu e, dopo la scissione renziana, con Iv). Anche nel Conte II i 5 stelle vantano numeri più consistenti in Parlamento rispetto ai nuovi alleati. E provano a dettare l'agenda di governo, dopo aver 'imposto' il premier, lo stesso che guidava l'esecutivo gialloverde, Giuseppe Conte.

"Il Pd non è subalterno a nessuno"

Ma alla prima prova delle urne, le elezioni in Umbria lo scorso ottobre, la scena si ripete: il Movimento subisce un nuovo tracollo (mentre trionfa l'ex alleato Salvini), incassando solo il 7%. Sconfitto anche il Pd. Tramonta l'alleanza locale tra i giallorossi. Ma è solo l'inizio. Ieri, 26 gennaio, nuova debacle grillina. Ma questa volta il Pd vince, stoppa la cavalcata salviniana e torna ad essere primo partito in Emilia e in Calabria. L'indomani del voto, il Pd si appresta a 'battere cassa' (sulla stessa falsa riga della Lega dopo le europee): i dem precisano subito di non chiedere poltrone, di non mirare a posti e ruoli. Ma l'agenda va ridefinita sulla base di nuove priorità, è la linea dem. A partire da una netta e marcata discontinuità con il precedente esecutivo.

Dice ad esempio il vicesegretario Orlando: il problema del rapporto con l'alleato di governo "non è quello degli organigrammi e delle nomine. Se in una situazione di incertezza come quella che precedeva il voto in Emilia Romagna era consentito un traccheggiamento, qualche oscillazione, questo risultato ci spinge ad accelerare sulle questioni che devono distinguere di più questo governo da quello precedente".

Aggiunge il leader dem, Zingaretti: "Non userò mai la parola imporre e non pretenderò mai che qualcuno degli alleati venga meno alle sue posizioni. Quello che noi auspichiamo è una maggiore collaborazione. Ha prevalso a volte una volontà polemica, ma il voto ha privilegiato la forza di un partito responsabile, tranquillo, che non è vero che non ha identità e contenuti ma si mette a disposizione della sfida". Insomma, mette in chiaro il segretario, "il Pd non è subalterno" a nessuno. Nelle prossime settimane, a partire dalla verifica di governo, si capirà se i parallelismi con la precedente maggioranza aumenteranno o saranno destinati a scomparire.