Il Governo sa già che così non basta

Alessandro De Angelis
·ViceDirettore
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(Photo: Xinhua News Agency via Getty Images)
(Photo: Xinhua News Agency via Getty Images)

Perché “sta venendo giù l’Europa”. E ora: “Dobbiamo tenerci pronti”. Fosse stato per il ministro della Salute Roberto Speranza la “stretta” sarebbe stata già molto più severa. Non c’entra la polizia, ma la filosofia di fondo: “Più freniamo ora – il senso del suo ragionamento esposto nei conclavi di governo – meno saremmo costretti a frenare nelle prossime settimane”. È il cuore della questione, il drammatico rapporto tra salute e Pil: “Chi dice meno lacci e lacciuoli per correre di più sbaglia, perché con meno lacci e lacciuoli si rischia di doverci fermare di nuovo. La tutela della Salute è il presupposto del Pil. E dobbiamo essere pronti”.

Ecco, de te fabula narratur, come in una storia già scritta, un avvenire già avvenuto, un clima già respirato. Solo con qualche sequenza rovesciata, perché allora, a marzo, la “stretta” partì dall’Italia, gradualmente, per propagarsi Oltralpe. Adesso è il “coprifuoco” francese a mutare radicalmente il clima, prefigurandosi come anticipazione di ciò che già il nuovo picco dei contagi sembra anticipare. I numeri crudi, con oltre settemila contagi, l’impennata in Lombardia, il balzo dei ricoveri nelle terapie intensive impone un racconto crudo.

Diciamo le cose come stanno. Il dpcm varato, le chiusure alle 21 per alcuni, alle 24 per altri, le “raccomandazioni” alla prudenza in casa, il rinvio del tema trasporti è vissuto come un atto più mediatico che sostanziale, teso a rompere l’illusione che siamo ripartiti. Preparatorio di una nuovo step, più duro, di cui c’è già la consapevolezza della necessità, sia pur da gestire in modo graduale. Il fronte con le Regioni, non solo con quelle di destra, il delirio sui social, le opposizioni pronte a cavalcare la rabbia delle categorie colpite dai provvedimenti restrittivi: ciò che si farà non si può dire finché l’emergenza non sarà oggettiva, con i contagi che superano la soglia anche psicologica di diecimila, ma è chiaro che si farà. Interpellando fonti ufficiali, come accadeva a ogni step dell’escalation di allora (a marzo), la risposta è: “Dobbiamo aspettare una settimana per valutare gli effetti delle misure prese, di mezzo c’è il week end che comporta meno contatti tra le persone, al momento non sono previste riunioni a palazzo Chigi”.

All’ordine del giorno non c’è un nuovo lockdown, come provvedimento da varare nel breve periodo, ma – e non è un gioco di parole – il lockdown è tornato all’ordine del giorno come orizzonte entro cui è ripiombata la crisi e, con essa, la politica. Evocato sia pur per escluderlo, anche se mai “cento al cento” perché “non si possono fare previsioni”, come ha detto Conte interpellato sulle parole di Crisanti, e dunque confermato come ipotesi ed eventualità, è tornato al centro del dibattito pubblico, anche in una sorta di riflesso condizionato nei comportamenti e nei messaggi: il premier che torna a dichiarare sui contagi davanti a palazzo Chigi, dopo mesi taciturni sui temi economici più divisivi per il governo, l’attesa per i dati nel pomeriggio, i consigli dei ministri notturni sui dpcm restrittivi. Si ripropone cioè come misura estrema e identitaria di un governo che ha trovato la sua ragion d’essere nell’emergenza attraverso lo strumento delle chiusure. E vive nella palude su tutto il testo, tra l’ultimatum di Atlantia scaduto due giorni fa, il rinvio dell’Ilva annunciato a Taranto, Alitalia affrontata moltiplicando le poltrone del cda, il consiglio comunale Mazzara del Vallo occupato perché i pescatori sono ancora sequestrati in Libia, le stime del Fondo Monetario internazionale peggiorative delle previsioni di Pil rispetto al Nadef.

Il ragionamento, sul “se”, sul “come”, sul “quando” si farà nel governo c’è. Qualche settimana fa è stato il commissario Domenico Arcuri a suggerire un’ipotesi drastica: chiudere tutto, per un paio di settimane, per smaltire gli effetti del Billionaire e dell’estate allegra, favorendo lo smaltimento dei contagi e poi riaprire in modo ordinato. L’ipotesi è stata scartata dal premier perché politicamente non era sostenibile essere l’unico paese in Europa a chiudere, pur avendo il numero più basso di contagi. Però, appunto, dell’idea di un “reset” che Crisanti considera inevitabile per Natale se ne è parlato e oggi nessuno è in grado di prevedere se a Natale saremo già chiusi in casa o meno, così come la settimana scorsa nessuno era in grado di prevedere che i contagi sarebbero raddoppiati.

Totale, parziale, con i ristoranti e senza le scuole, soft o hard, c’è già un alone di inevitabilità attorno al tema del lockdown, anche nell’ossessione della domanda attorno a cui ruota tutta la discussione “si fa o non si fa”, che ha già cancellato tutto il resto. È cioè già la dimensione politica della nuova fase segnata dalla ripresa dell’emergenza, fondata sul fallimento della fase della convivenza col virus, immortalato dalle file chilometriche sui tamponi, il default della app immuni, i ritardi sui vaccini anti-influenzali. Difficile sfuggire alla sensazione di un deja vu.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.