Il grande "boh" sulla scuola

Lucia Azzolina (Photo: Chetempochefa)

Della ministra Lucia Azzolina, le nostre attendibili voci di dentro al Movimento 5 stelle, o ciò che di questo ne rimane, dicono ogni bene, anzi, assicurano che non abbia mai partecipato a nessuna seduta spiritica dell’immaginifico ircocervo grillino, nel senso che la persona, la professionista, la politica, l’insegnante Azzolina viene percepita all’interno di quel contesto post-ideologico esattamente come un corpo estraneo, una “nuova arrivata”, assente ai quarti di nobiltà da antico meet-up. Non è insomma possibile associarla alla dimensione pluviale dei primi gazebi, alle sagre del “vaffa”, il corrispettivo militante di ciò che furono le umide catacombe per i protomartiri cristiani; s’intende, neppure va assimilata a certe fantasiose soluzioni parascientifiche tra “Urania” e Philip K. Dick nella vulgata casaleggesca.

Lucia Azzolina è una giovane professionista, un’insegnante che si è ritrovata improvvisamente in possesso dei gradi di ufficiale superiore nella prima linea politica e infine istituzionale, ministra addirittura. Un po’ come accade in guerra quando, causa eventi imponderabili, si spezza tragicamente la catena di comando: muore il generale, trapassa a sua volta il colonnello, il maggiore soccombe su una mina, si suicida stremato il capitano, tocca a quel punto, per cause di precipizio gerarchico, al tenente di prima nomina assumersi la responsabilità delle operazioni.

Siracusana già nell’accento siculo, ossia orientale, dove i sicani corrispondono all’altro emisfero dell’isola, la ministra Azzolina mostra un viso luminoso e accattivante, la prossemica mobile delle sopracciglia compie il resto, una perfetta prof meridionale che si è ritrovata a raggiungere il profondo Nord per ragioni di cattedre, predelle, può essere perfino immaginata davanti al suo armadietto in sala dei professori, in questo senso per lei potrebbero andare bene i versi di Dino Campana, cito a memoria, che così pronunciano “… le ragazze avevano allora volti da antiche monete siracusane”. L’accento e l’inflessione, ripeto, confermano una certa determinazione caratteriale, il peso del compito che si è assunta fa il resto.

Lasciamo stare ora le contestazioni che nel tempo le sono state mosse; la docimologia, cioè i criteri di valutazione didattica, è infatti scienza fluttuante, e lo dico da figlio di insegnante che custodiva in casa i molti testi sull’argomento pubblicati dalle trascorse edizioni de La Nuova Italia; lasciamo pure da parte ogni discorso sui plagi, su quanto si possa imputare a chicchessia di avere copiato a destra o a manca per puro spirito di insofferenza allo studio oltre l’orario ammesso dal principio del piacere, soffermiamoci piuttosto sulla sua recente prova da ospite istituzionale in blu nell’acquario di Fabio Fazio a “Che tempo che fa” su Raidue.

Quello del ministro dell’Istruzione, pubblica o meno, è sempre stato un lavoro arduo e impegnativo, una sorta di prima linea governativa puntualmente stagionale. Non c’è giorno che in viale Trastevere, sui gradoni dell’edificio umbertino dove questi risiede, non vi sia un presidio di bandiere sindacali, di fischietti di precari in attesa d’essere stabilizzati o perfino un concentramento di studenti pronti a sbizzarrirsi contro l’intestatario temporaneo del Palazzo degli studi. Torna in mente in questo senso ora la scritta che per lunghi anni ha campeggiato sul muro di fronte: “Falcucci cicciona”. O la moneta non meno siracusana di Vincenza Bono Parrino, cui toccarono ingiustamente invece i Beni Culturali. Poltrone irte di spine, come nelle illustrazioni di Giovan Battista Conti, il più immaginifico illustratore di catechismi preconciliari, ricordiamo ancora che il movimento del ’77 esplose su un decreto che portava il nome di un ministro del medesimo dicastero, un cognome che era già in sé uno stigma, Malfatti.

Riavvolto il nastro della storia pregressa, ecco giungere finalmente la ministra Lucia Azzolina in collegamento con Fabio Fazio e l’ormai riconosciuta popstar dei virologi, Roberto Burioni, doverosamente a guardia del senso di responsabilità in tempi di pandemia.

Non sembri una battuta, così come potrebbe offrirla al mondo l’amico Andrea Scanzi, unico e inimitabile Biagio Antonacci del nostro giornalismo, e tuttavia, vista a distanza, tra la scenografia che inquadra un’ “Alamassunta” di Osvaldo Licini (il pittore che, ancora nel 1945, scriveva nel proprio diario che Mussolini avrebbe certamente vinto la guerra, ciò per dire che il talento non è un obbligo; dimenticavo: Licini sarà poi sindaco comunista di Monte Vidon Corrado, il suo paese, nelle Marche) la ministra potrebbe essere scambiata per l’ennesimo travestimento di Sabina Guzzanti, in ordine di tempo escogitato subito dopo la leggendaria “Sconosciuta del Pd”.

Ciò che subito risalta è il rossetto vermiglio sull’incarnato chiaro, alabastrino, direbbe Guido Gozzano, al polso un orologio da immersione negli abissi glamour, un anello al pollice sinistro, concessione, leggiamo in rete, a “vivere il sogno, la fantasia, l’aspetto intimo. Infatti, la parte sinistra del corpo è quella che esprime l’interiorità: le emozioni, l’inconscio e la sensibilità. Mentre, secondo altri indica un carattere introverso e sognatore, ma a tratti opportunista”. Quest’ultima occorrenza escludiamo possa riguardare la nostra. Sul tavolo, misterioso, minaccioso, un fermacarte, forse a forma di sole azteco o magari un’opera di Arnaldo Pomodoro, disseminatore di propri totem in terre puntualmente ministeriali.

Nulla, “scena muta”, per usare un lessico scolastico da registro di classe, su una possibile data di rientro a scuola, su una possibile agibilità post-Covid riguardo ai nostri plessi scolastici. Su tutto però la puntualizzazione che non ci sarà alcun “6 politico”, un bel modo di dire a nome dei trenta-quarantenni arrembanti che i baby boomer, implicitamente accusati di avere preteso di fare la rivoluzione e aspirato all’abolizione della proprietà privata e all’instaurazione del libero amore, sono finalmente serviti, abbattuti. Idem circa la possibilità che le scuole si dotino di un sistema che consenta la didattica a distanza, da remoto, e quest’ultima parola sembra quasi una metafora tra le labbra della ministra.

In verità, c’è da dubitare fortemente che la provetta imitatrice possa fare meglio della Azzolina stessa. Su tutto, alla fine dell’intervista, come cantava Valeria Rossi, rimangono tre parole: non sole-cuore-amore bensì, nel nostro caso, catapulta, classi pollaio e un grande implicito “boh?” pronunciato dal moto delle sopracciglia, così rispetto alla vita scolastica che sarà.

Ragazze e ragazzi, siete in ottime mani.

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