Il grido di dolore dei medici lombardi

Manuela D'Alessandro

“A me, scusi la brutalità, non me ne frega niente di essere un eroe. Non sono un un paracadutista della Folgore che va sui terreni minati in Afghanistan. Vorrei solo fare, anche in condizioni estreme come queste, il mio lavoro”. Roberto Carlo Rossi è il presidente dell'ordine dei Medici di Milano, città insidiata da un contagio sempre crescente di coronavirus in una regione che conta già 13 morti sui 17 nazionali e centinaia di ammalati tra i suoi colleghi. 

Per ciascuno di loro, sul sito nazionale dell'Ordine, c'è una croce accompagnata dai versi del più grande poeta italiano ‘di guerra', Giuseppe Ungaretti: “Cessate di uccidere i morti/ Non gridate più/ Non gridate / Se li volete ancora ancora udire/ Se sperate di non perire”. 

I medici si sentono ‘nudi' in questo scenario a cui attribuiscono contorni bellici perché non hanno presidi sanitari per proteggersi, anche nei reparti che accolgono tutto l'universo di malati non Covid-19, e perché non gli vengono fatti i tamponi se non quando presentano sintomi molto seri, spesso tali da richiederne il ricovero. Nelle loro parole c'è anche la disperazione di chi sa che può trasformarsi da guaritore ad amplificatore del virus.

“Se un cittadino può infettare due persone – ragiona Guido Marinoni, presidente dell'ordine di Bergamo, dove si contano due decessi e 130 malati tra i suoi iscritti-  un medico ne infetta almeno dieci. Ora il tampone viene fatto solo ai sintomatici, magari anche un po' in ritardo perché le disponibilità sono poche. Sarebbe opportuno farlo a tutti anche tenendo conto della scarsità dei presidi che comporta un rischio molto alto di diffusione”. Tra le persone che possono contagiare i medici ci sono i loro stessi colleghi. Una possibile soluzione per evitare il passaggio fratricida della malattia ci sarebbe ed è già stato sperimentato con successo in Asia.

Equipe "pulite" ed equipe "sporche"

“Le linee guida di Singapore – spiega una fonte medica di un ospedale milanese – stabiliscono la suddivisione di equipe pulite ed equipe sporche: le prime sono composte solo da operatori non positivi, le seconde solo da malati. Quando uno dell'équipe pulita si ‘sporca' viene curato o comunque messo in quarantena, e poi torna nel gruppo in cui stava. Il presupposto, naturalmente, è quello di fare i tamponi anche agli asintomatici”.

Il problema che si potrebbe porre è che una positività in massa di medici che non  hanno sintomi svuoterebbe le corsie, lasciando i pazienti senza assistenza. “L'alternativa però sarebbe infettarsi tutti tra di noi – commenta Rossi – e prima sai quanti sono i contagiati, prima li puoi contenere. La stragrande maggioranza poi guarisce e può tornare al lavoro dopo un po' di tempo. I tamponi però andavano fatti prima o anche adesso, ma se li fai tra due mesi, nel frattempo la frittata è stata fatta”. Alcuni medici nelle loro chat lamentano di non sapere chi tra loro è positivo: “Non c'è nemmeno questa trasparenza, almeno ci devono dire i rischi che corriamo nel nostro ospedale”.

Cruciale e sottovalutato il tema dei pazienti non Covid-19 che rischiano di essere contagiati dagli operatori sanitari. ”Nel nostro reparto – spiega un cardiologo –  vengono mandati pazienti che apparentemente hanno un problema al cuore ma poi di scopre che sono positivi. Nel frattempo, però, noi non siamo stati avvisati della loro possibile positività e non siamo adeguatamente protetti per farvi fronte”. 

“Tantissimi mi dicono – conferma Rossi – che nei reparti dove non si curano pazienti Covid non sono protetti e questo è un grave problema perché oggi sappiamo che anche gli asintomatici possono trasmettere il virus. Andarli a curare senza un minimo di protezione è una follia”.

La questione è molto sentita anche in campo oncologico. “È fondamentale che i governi, sia quello nazionale che le giunte regionali, non vedano i lavoratori semplicemente come pedine da schierare, ma come esseri umani –  afferma  Marina Chiara Garassino, presidente di Women for Oncology Italia e oncologa toraco –polmonare all'Istituto Tumori di Milano –  Un'adeguata fornitura di dispositivi di protezione rappresenta un primo passo. Risulta fondamentale, e lo chiediamo a gran voce, che vengano superate le disparità regionali per quanto riguarda la diagnosi di Covid-19 e che in tutto il territorio nazionale siano omogenee le modalità diagnostiche per tutto il personale sanitario”.

L'associazione che raccoglie le oncologhe ricorda anche un recente studio della rivista ‘Science' da cui risulta che “i principali veicoli del virus sono gli asintomatici”. Sempre dall'Istituto Tumori arriva via twitter la presa di posizione del medico Filippo Pietrantonio: “In Lombardia i tamponi non li fanno perché i medici sono positivi e anche i loro pazienti e i parenti”.

Polemica sui tamponi tra Sala e Gallera

Sul tema dei tamponi, nella regione più aggredita dalla pandemia si registra anche una polemica politica tra il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, che in uno dei suoi aggiornamenti quotidiani su Facebook ha detto di trovare “assurdo” che non vengano effettuati sugli operatori sanitari e l'assessore al Welfare Giulio Gallera che ha ribattuto: “Qui in Lombardia, seguiamo le indicazioni dell'Istituto superiore della Sanità”, cioè di farli solo a chi riferisce contatti con positivi e arriva in pronto soccorso con sintomi marcati, soprattutto respiratori. Cinquantadue sindaci della Città Metropolitana di Milano hanno scritto al presidente Attilio Fontana reclamando i tamponi sugli operatori asintomatici”. 

“Fontana e chi dice che non sono necessari venga a farsi un giro nei reparti – dice Rossi – mi sembra di stare nel film ‘Orizzonti di gloria' di Kubrick dove i soldati stanno in trincea a morire e gli ufficiali in un palazzo pieno di specchi e di stucchi che decide le strategie”.