Il macigno di 4.700 esuberi sul futuro dell'ex Ilva

Giuseppe Colombo
TARANTO, ITALY - NOVEMBER 29: General view of the Arcelormittal plant on November 29, 2019 in Taranto, Italy. The former Ilva of Taranto, the largest steel plant in Europe, was acquired by the Arcelor Mittal group which committed itself to the construction of the coverage of the mining basin, an immense work destined to face the dispersion of highly harmful micro-particles for the health of the citizens of the nearby neighborhood of Tamburi and the entire city and to try to reduce the environmental impact consequently from the production phases. (Photo by Ivan Romano/Getty Images)

Quando a metà pomeriggio Stefano Patuanelli apre nel salone del ministero dello Sviluppo economico la riunione sul futuro dell’ex Ilva di Taranto sa già che l’amministratore delegato di Mittal, seduta allo stesso tavolo, è pronta ad annunciare un nuovo piano industriale durissimo. Inaccettabile. Il ministro l’ha incontrata pochi minuti prima e prima ancora sempre Lucia Morselli, il volto di ferro del colosso dell’acciaio, ha respinto il tentativo di ammorbidimento portato avanti da Francesco Caio, investito dal governo del ruolo di mister trattativa. Le prime parole del ministro non nascondono la consapevolezza: “La strada è stretta e in salita”. Prende la parola l’ad: vogliamo 4.700 esuberi da qui al 2023, subito 2.900. Sul tavolo della trattativa precipita un macigno. 

Dal vertice a palazzo Chigi che ha dato il via alla trattativa sono passate due settimane, ma l’annuncio del nuovo piano dei franco-indiani brucia il tempo trascorso. Il perché è spiegato dai contenuti, da quei 4.700 esuberi che si discostano di pochissimo dagli iniziali cinquemila. Di fatto le condizioni di Mittal non sono cambiate, con eccezione di un impegno per trasformare l’altoforno 2 in un forno elettrico, e questo tiene le posizioni al tavolo distanti, rigide. Il primo passo della trattativa ha l’accento della proposta che non va verso la controparte. Ribadisce, invece, che Mittal intende restare a Taranto solo con un taglio della produzione, fino a un massimo di 6 milioni di tonnellate, e con 4.700 lavoratori in meno. 

Morselli mette in fila tutti i dettagli del nuovo piano. Gli esuberi, appunto 4.700. A fronte di questo ridimensionamento, spiega l’amministratore delegato, la produzione potrebbe aumentare da 4 milioni e mezzo a 6 milioni, sostituendo l’altoforno 2 con uno elettrico, a minore impatto ambientale, nel 2023. Il cambio di pelle, però, impone anche un’emorragia occupazionale. Insomma, un cane che si morde la coda. Finita l’esposizione,...

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