Il male inspiegabile e la forza della preghiera

Al termine dell'Angelus di domenica scorsa il Papa ha annunciato un altro di quei gesti che renderanno indimenticabile il suo pontificato. Domani, venerdì 27 marzo alle 18.00, ci sarà un momento di spiritualità con piazza San Pietro completamente vuota. Si tratterà di un'esposizione del Santissimo Sacramento presieduta da Francesco.

Tutto ciò avviene mentre il miracoloso Crocefisso di San Marcello al Corso, quello dove si recò a piedi Bergoglio il 15 marzo scorso suscitando polemiche, viene tolto dalla sua sede naturale per essere portato in Piazza, e mentre si diffonde la notizia di un contagio da Coronavirus per un alto prelato che lavora in Segreteria di Stato, ma che abita a Casa Santa Marta, ovvero dove vive Papa Francesco: anche se quest'ultimo, ormai da diversi giorni, ha smesso di pranzare nella sala comune e trascorre la maggior parte del tempo chiuso nel suo appartamento dove gli vengono portati il pranzo e la cena.

Il caso del monsignore, sebbene circoli online anche il suo nome, non è ancora stato confermato ufficialmente: se lo fosse sarebbe il quinto contagiato,  visto che il direttore della sala stampa vaticana ha, il 24 marzo, confermato l'esistenza fino a quel momento di quattro casi.

Quella di domani quindi, come dovrebbe accadere sempre per il cristiano, sarà la preghiera di chi in prima persona è toccato dalle minacce che riguardano tutti: sarà la preghiera di un Papa preoccupato non solo per la salute dell'umanità ma anche per quella di chi gli sta accanto e per la propria.

Tutti ricordiamo le immagini del Papa solo e silenzioso quando, a fine luglio 2016, avanzava lentamente tra le baracche del campo di sterminio di Auschwitz. Camminava da solo tra i vialetti, si appoggiava al muro delle fucilazioni, era raccolto su una sedia; e poi pochissime parole: voglio misericordia e non sacrificio, abbi pietà del tuo popolo.

Venerdì prossimo, davanti alla pandemia mondiale del Coronavirus ci saranno immagini simili, forse ancora più forti, ancora più eloquenti. La piazza disegnata dal Bernini, al tramonto romano, è di una forza assoluta quando è completamente vuota. Allora quegli spazi perfetti parleranno in un modo più preciso che se fossero gremiti fino a scoppiare.

Ci sono momenti in cui non abbracciarsi è più carnale di stringersi; ci sono circostanze in cui l'assenza e il vuoto, colmano più del pieno. Ci sono momenti in cui le uniche parole giuste da dire sono quelle non dette, ci sono momenti in cui scoprire quanto può parlare la bocca quando è chiusa perché può mandar giù lacrime.

Diciamoci la verità, il male di questa pandemia dal punto di vista della Fede non si spiega. Al male di questo Coronavirus con le sue migliaia di morti, puoi solo starci dentro e viverlo. A mascelle serrate, a bocca chiusa. Davanti al Covid-19 il credente sta peggio dell'ateo.

Orsù, perché il nostro buon Padre Dio che ama tanto i suoi figli per intervenire dovrebbe aspettare di vedere ancora un certo numero di bare, dovrebbe attendere di vedere ancora fiumi di lacrime e di preghiere ben fatte, dovrebbe ascoltare ancora lamenti di disperazione, per dire: va bene, facciamola finita con questa pandemia? 

Il credente non immaginava neanche, cosa fosse credere in un Dio onnipotente che però non ferma un virus che strappa via familiari, dignità nel morire, lavoro, salute, pace familiare. L'ateo, l'agnostico, non può immaginare cosa sia credere in un Dio che è amore e vivere contornati, immersi, affogati, nella paura di sentirsi abbandonati da Dio. L'ateo che c'è in me ha compassione del credente che c'è in me. Ha compassione e non lo tortura facendogli le domande che ho appena scritto: gli lascia lo spazio del silenzio e del vuoto.

Per questo la Piazza san Pietro vuota di venerdì prossimo con il Vescovo di Roma aggrappato all'Eucarestia sarà di una forza tremenda. Perché il silenzio e il vuoto fanno l'unica cosa che si può fare quando si è nel male: non dimenticare, riascoltare, custodire nel cuore. Come Maria. Il silenzio e il vuoto sono l'unica colonna sonora del dolore.

Smettere di parlare non è tacere: è fare spazio. Quello spazio che viene materializzato dal vuoto di Piazza San Pietro perché si veda che ciò che è troppo grande rimanga così, troppo grande. Però rimanga anche in noi e con noi: nel nostro cuore e nella nostra memoria.

L'anziano che muore solo e nudo, intubato, nella corsia di un ospedale italiano che non ha la terapia intensiva, di quali parole potrà mai avere bisogno? Ma il mio silenzio e il mio spazio vuoto mi faranno impregnare del suo silenzio, lascerà depositare tutto nella mia memoria. Per non dimenticare.

E poi, dopo il silenzio delle strade, il vuoto di Piazza san Pietro, la vita senza abbracci, ricominciare a parlare, a riempire. Ad abbracciarsi.