Il Mali si ritira dal G5 Sahel

Un altro passo del Mali verso l'isolamento dalla comunità internazionale.

La giunta militare al governo ha annunciato domenica 15 maggio il suo ritiro dall'organizzazione G5 Sahel e dalla forza militare antijihadista. L'organizzazione era stata creata nel 2014 assieme a Tchad, Burkina Faso, Mauritania e Niger, e nel 2017 si era dotata di una struttura militare di 5.000 soldati per constrastare i gruppi jihadisti.

"Siamo ricattati da potenze straniere"

La decisione di abbandonare l'organizzazione è stata presa dopo il rifiuto degli altri Paesi di assicurare a Bamako la presiddenza del gruppo.

"L'opposizione di alcuni stati membri del G5 alla presidenza del Mali è legata a manovre di uno Stato esterno alla regione che cerca disperatamente di isolare il Mali", ha affermato in una conferenza il colonnello Abdoulaye Maïga, portavoce del governo a interim maliano.

"Preso atto di questa situazione, il governo della Repubblica del Mali deduce una perdita di autonomia, una strumentalizzazione e un serio disfunzionamento degli organi del G5. Pertanto, il governo del Mali decide di ritirarsi da tutti gli organi del G5 Sahel".

Il Mali prosegue dunque il processo di isolamento dalla comunità internazionale. "Sono profondamente preoccupato dal deterioramento della situazione in Sahel, così come dall'effetto potenzialmente nefasto che la situazione politica incerta in Mali e Burkina Faso possono avere sul G5 Sahel", aveva anticipato il segretario generale delle Nazioni unite Antonio Guterres. Ma sono anni ormai che Bamako sta cercando di allontanarsi da quei Paesi che giudica "una minaccia verso la nostra sovranità". Con particolare riferimento alla Francia, di cui il Mali era colonia

L'allontanamento dall'Occidente

Dopo due colpi di stato, nell'agosto 2020 e, dopo un periodo di governo "di scopo", a maggio 2021, due colpi di Stato hanno portato al governo del Paese la giunta militare che attualmente è al governo. E che ha subito messo in chiaro di non voler garantire un voto democratico nel Paese: dal 9 gennaio, quando la giunta ha espresso la volontà di rimanere al governo ancora per tanti anni, Bamako è stata sanzionata dai Paesi dell'Africa dell'ovest.

A febbraio l'ambasciatore francese Joël Meyer era stato cacciato dal Mali in seguito a dichiarazioni critiche del ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian: l'ultima goccia, dopo anni di intervento giudicato da più parti sconclusionato e privo di un obiettivo strategico preciso, che ha spinto il presidente francese Emmanuel Macron a ritirare le truppe dal Paese, pur mantenendo l'impegno nel Sahel.

"Nel Sahel la Francia paga errori del passato ma la responsabilità è europea" commenta l'ex viceministro Mario Giro, membro della Comunità di Sant'Egidio. "Non siamo riusciti a sostituire con una politica europea quella delle ex metropoli coloniali. Ossessionati solo dalle migrazioni - conclude Giro - siamo rimasti ciechi davanti agli enormi cambiamenti africani che invece vanno presi sul serio".

Secondo Niagalé Bagayoko, politologa, autrice del libro "Afrique : les stratégies française et américaine", sono quattro i principali motivi alla base del fallimento dell'intervento francese nelle missioni "Barkhane" e "Takuba", (rispettivamente francese ed europea), iniziate nove anni fa in Mali sotto la presidenza di François Hollande:

- il "ritorno dei contesti sociali", per cui gli errori della Francia nel Sahel sarebbero dovuti alla "mancanza di conoscenza e comprensione delle dinamiche sociali e antropologiche che caratterizzano la regione".

- Il “ritorno della politica”. La Francia, secodo Bagayoko, non sarebbe stata in grado di instaurare undialogo con i gruppi jihadisti nella regione.

- Il "ritorno della geopolitica". Se Parigi è riuscita a prevedere l'arrivo della Russia in Mali, in particolare del gruppo di mercenari Wagner che, secondo fonti francesi a Repubblica, viene pagato 1.5 milioni e mezzo al mese, è più difficile prevedere, dopo l'invasione in Ucraina, le prossime alleanze.

- il “ritorno dell’opinione pubblica”. Un crescente sentimento di paura e diffidenza nella popolazione locale nei confronti sia dell'esercito francese, visto come estraneo nei confronti del potere locale.

Gli ultimi attriti

Nelle ultime settimane, si è assistito a un escalation nelle frizioni tra Mali e Francia.

Bamako ha accusato l'esercito francese di "spionaggio" e "sovversione", notando "dall'inizio dell'anno più di cinquanta casi deliberati di violazione dello spazio aereo del Mali da parte di aerei stranieri, in particolare operati da forze francesi".

La crisi si è innescata dopo che l'esercito francese ha diffuso dei video girati da un drone vicino alla base militare di Gossi, nel nord del Mali. che mostrano mercenari russi del gruppo Wagner che seppelliscono cadaveri nella sabbia, con l'obiettivo di allestire una "false flag", finte prove di un presunto massacro da parte dei militari francesi.

Il due maggio, ultima tappa prima dell'uscita dal G5, il Mali aveva rotto gli accordi di cooperazione militare con la Francia e i suoi partner europei, denunciado i Sofa (statuto di cooperazione militare) che delineano il quadro giuridico della presenza nel Paese di Barkhane e Takuba.

"Il governo della Repubblica del Mali constata con rammarico un deterioramento profondo della cooperazione militare con la Francia", aveva detto sempre il colonnello Abdoulaye Maïga, che ha denunciato in particolare la natura unilaterlae di sospendere nel giugno 2021 delle operazioni congiunte tra gli eserciti dei due Paesi e, in seguito, l'annuncio di ritirare le forze.

"In considerazione di queste gravi carenze e delle flagranti violazioni della sovranità nazionale del Mali, il governo ha dichiarato di condannare il trattato di cooperazione in materia di difesa siglato nel 2014", ha dichiarato il colonnello.

Nemmeno due settimane più tardi, un altro passo, l'abbandono del G5 Sahel, che sembra indicare una via che il Mali vuole percorrere in autonomia. Di sicuro senza alcun legame con la Francia o i partner storici nell'area.

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