Il miraggio dei Servizi segreti europei. “Senza sovranità, non c’è intelligence”

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(Photo: STEPHANIE LECOCQ via Getty Images)
(Photo: STEPHANIE LECOCQ via Getty Images)

Mario Caligiuri, presidente della Società Italiana di Intelligence e direttore del master in Intelligence dell’Università della Calabria, non ha dubbi: “Senza un Governo sovrano a Bruxelles, i servizi segreti dell’Unione Europea non possono esistere”. 27 stati membri sovrani, 27 agenzie di spionaggio differenti. Questa è la realtà. “Ad oggi, ci troviamo in uno scenario globale colmo di rischi e incertezze. Le minacce non sono più, come in passato, solo militari. Nel 2021, i pericoli per le democrazie derivano da mafie, terrorismo, clima, intelligenza artificiale, pandemia e guerre economiche” spiega Caligiuri ad Huffington Post. “Di fronte a problemi globali, servono soluzioni altrettanto globali. Non solamente nazionali. Per questo il discorso di Ursula Von der Leyen è un buon segnale”.

La scorsa settimana, durante il tradizionale discorso sullo stato dell’Unione, la presidente della Commissione ha auspicato la nascita di una difesa comune europea: “Abbiamo dimostrato – ha detto l’ex ministro della Difesa nel governo Merkel – che quando agiamo insieme siamo in grado di agire con efficacia. Lo abbiamo fatto con la lotta alla pandemia e con il Green Pass europeo. Ora tocca alla difesa e ai servizi di informazione”. Per Von der Leyen, in sostanza, è arrivato il momento che l’Europa faccia il salto di qualità anche a livello militare e nell’intelligence. “Il fatto che la presidente della Commissione abbia citato i servizi segreti insieme alla difesa è un aspetto incoraggiante, perché riconosce allo spionaggio un ruolo di primo piano” afferma con soddisfazione Caligiuri. “Stiamo uscendo da quello stereotipo alla James Bond per cui l’intelligence è il luogo dell’indicibile, delle trattative sotterranee, una terra oscura da non far conoscere ai cittadini. Oggi invece l’opinione pubblica considera lo spionaggio come uno strumento di stabilizzazione delle democrazie”.

L’intelligence comune può essere una soluzione a diverse minacce verso la sicurezza europea. Uno dei rischi, ad esempio, è che gli 007 dei paesi europei possano andare avanti così come si è fatto negli ultimi anni: agenzie di spionaggio troppo piccole per giocare un ruolo da protagoniste nello scacchiere mondiale, spesso schierate le une contro le altre nei rapporti con le grandi potenze. L’ultimo caso che ha messo a nudo questa situazione è l’affaire Dunhammer, una spy-story venuta a galla lo scorso maggio grazie ad un’inchiesta della Dr, la tv pubblica della Danimarca. Per oltre due anni, la Nsa – National Security Agency, un’agenzia parte del complesso mondo dell’intelligence americana, specializzata nello spionaggio delle telecomunicazioni a livello globale – ha intercettato le telefonate di funzionari e parlamentari di vari paesi europei grazie alla fondamentale collaborazione degli 007 di Copenhagen. Tra gli individui messi sotto controllo da Fort Meade, spiccano i nomi di tanti esponenti di spicco della politica tedesca, tra cui la cancelliera Merkel e l’attuale presidente della Repubblica Federale, Frank Walter Steinmeier. “I servizi segreti francesi, tedeschi, italiani e di tutti gli altri stati membri, hanno interessi differenti da difendere. Non dimentichiamo – afferma Caligiuri – che lo spionaggio è uno strumento fondamentale per uno stato. È il mezzo con cui si tutelano gli interessi essenziali delle nazioni, la loro sopravvivenza”.

Negli anni, in Europa, si sono sviluppate diverse iniziative per rafforzare la cooperazione tra 007 europei. Il club di Berna, nato in Svizzera nel 1971, è un forum dove le agenzie condividono informazioni con le loro controparti su temi di comune interesse, la lotta al terrorismo su tutti. “L’anno scorso è nato il College dell’Intelligence, con la partecipazione attiva di 23 stati europei. Un’ulteriore occasione per rafforzare il dialogo tra agenzie e trovare obiettivi in comune”. Ma lo scambio di informazioni, secondo Caligiuri, non è abbastanza. Se le nazioni europee sono ancora in competizione tra di loro, non c’è spazio per una intelligence comune. “Gli ostacoli ad una maggiore integrazione sono di natura politica. Pensiamo alle diverse sensibilità dei governi in politica estera”.

In Libia, ad esempio, Italia e Francia hanno spesso avuto – e continuano ad avere – visioni contrapposte: sulla permanenza al potere di Gheddafi, sullo sfruttamento delle risorse energetiche, sull’appoggio ai due governi contrapposti di Tripoli e Bengasi. Difficile che AISE e DGSE, rispettivamente i servizi d’informazione per l’estero di Roma e Parigi, possano andare d’accordo a livello strategico sul paese nordafricano. L’unico modo di risolvere il problema, spiega Caligiuri, è quello di far nascere un unico interesse nazionale europeo. “Solo con una sovranità piena di Bruxelles potremo avere una intelligence europea”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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