Il mondo dimentica Hong Kong, "quel che la Cina più odia al mondo"

Marco Lupis
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HK (Photo: Reuters)
HK (Photo: Reuters)

“Xi Jinping e la sua corte hanno sempre considerato le libertà di Hong Kong e Hong Kong stessa come un problema esistenziale, perché Hong Kong rappresenta tutto ciò che loro odiano di più al mondo: democrazia, libertà di stampa e di espressione, tutela dei diritti umani e un sistema giudiziario garantista”. Ad affermarlo non è stato il giovane leader delle proteste nell’ex colonia britannica, Joshua Wong, ma il ben più attempato – e “politicamente navigato” – Christopher, detto Chris, Patton, ultimo governatore britannico di Hong Kong ed ex leader del Partito conservatore inglese. Intervenendo in videoconferenza a un dibattito organizzato dal locale club dei Corrispondenti esteri - il Foreign Correspondent Club, solo FCC per gli habitué” - dal titolo “Cos’ha in serbo il futuro per Hong Kong?”, Lord Patton ha anche insistito sul ruolo essenziale rappresentato dalla libertà di stampa nell’ex colonia: “Per tutti noi è importante che la stampa ad Hong Kong possa dirci ciò che accade realmente, non ciò che il Governo (cinese, ndr.) vuole che sappiamo”.

Le parole di Patton hanno assunto ancora più forza e significato, risuonando – seppure attraverso un monitor – in quelle stesse stanze dove sono passati i mitici corrispondenti che tornavano dalla Guerra di Corea, o dalla presa di Saigon. I loro nomi, i nomi di quelli tra loro che sono “caduti sul campo”, si possono ancora leggere su una targa in una delle sale dell’FCC: nomi di colleghi dell’Associated Press, o del glorioso settimanale “Life”. Reporter che lavoravano fianco a fianco a fotografi come Robert Capa o Eddie Adams... Simboli di un’epoca in cui Hong Kong era davvero il centro delle libertà e delle garanzie democratiche fondamentali, in terra di Cina.

Un tempo che sembra avere ormai i giorni contati, spazzato via dalla nuova legge sulla “protezione della sicurezza nazionale”, la cui bozza è stata presentata oggi al Congresso nazionale del popolo in corso a Pechino, e che sanzionerà ogni tentativo di secessione, eversione contro lo Stato, terrorismo e interferenze straniere, diventando operativa quando verrà aggiunta all’Allegato 3 della Basic Law, la mini Costituzione locale di Hong Kong promulgata nel 1997, dopo il ritorno alla Cina, grazie agli accordi firmati a suo tempo da Pechino e Londra. In parole povere, una legge che darà la possibilità al regime cinese di intervenire come vorrà a Hong Kong, reprimendo severamente sul nascere ogni forma di dissenso, limitando - quando non azzerando del tutto – le libertà democratiche e, sono in molti a pensarlo, decretando la fine definitiva di quella Hong Kong che abbiamo conosciuto e amato. E soprattutto la fine della sua splendida unicità.

Oggi il clima che si respira sulle rive del “Porto profumato” (il significato del nome di Hong Kong in cinese cantonese) è molto, molto diverso dai tempi dei corrispondenti in Indocina. È un clima di profondo sconcerto e quasi di disperazione da parte delle organizzazioni per la democrazia. E di rinnovata aggressività da parte del Partito Comunista Cinese, Il PCC, che governa con mano di ferro a Pechino.

Infatti le reazioni della Cina alle dichiarazioni di Lord Patton non si sono fatte attendere, e si sono espresse con una violenza verbale che fino a non molto tempo fa era impensabile “in bocca” al governo cinese, ma alla quale ci stiamo abituando ormai ogni giorno. L’ufficio del Commissario del ministero degli Esteri a Hong Kong ha rilasciato una dichiarazione in cui definiva Patten “patetico”, accusandolo di “aggrapparsi a una mentalità colonialista e antistorica”. E ha rincarato la dose, affermando che, con le sue dichiarazioni, l’ex governatore ha “imbrattato la politica del governo centrale a Hong Kong” e “offuscato l’immagine internazionale della Cina”.

Incurante delle accuse sollevate nei suoi confronti da oltre cento nazioni del Mondo per le asserite responsabilità nella gestione della pandemia da Covid-19 e del conseguente aumento dei sentimenti anti-cinesi nell’opinione pubblica occidentale, con la nuova legge che rischia di azzerare ogni libertà a Hong Kong, Pechino decide che la miglior difesa è l’attacco, alza il livello dello scontro – inevitabile su un terreno come quello di Hong Kong – con gli Stati Uniti e sceglie una politica sempre più assertiva e aggressiva. Relegando definitivamente al passato quella strategia del “potere soffice” che aveva caratterizzato la politica internazionale cinese fino a ieri. L’epidemia, e i conseguenti lockdown e “congelamento” delle attività dei movimenti di protesta a Hong Kong, insomma, in fondo sono stati per la Cina una grossa opportunità, colta al volo per realizzare quella “stretta autoritaria” che fino ad oggi era rimasta sospesa - come un’autentica “spada di damocle” – sul futuro della gente di Hong Kong e della sua fragile condizione di “isola felice” per la tutela dei diritti e delle libertà democratiche.

E certamente ben pochi hanno preso su serio, o trovato minimamente rassicuranti, le dichiarazioni odierne della contestatissima governatrice Carrie Lam, che ha detto che la nuova legge non inciderà sui “diritti e le libertà legittime” delle persone di Hong Kong. Anche perché la stessa Lam ha anche insistito nell’accusare esplicitamente i gruppi protagonisti delle proteste di “incitare” i giovani manifestanti a deturpare pubblicamente la bandiera nazionale e il simbolo della Cina, nonché a mobilitare il sostegno internazionale per “interferire” negli affari interni della città. La governatrice ha anche citato gli appelli di alcuni “capi di Stato esteri” per imporre sanzioni a Hong Kong, definendoli un maldestro tentativo di “distruggere il principio di “un Paese, due Sistemi”, sul quale si basa Hong Kong.

Il riferimento, neppure troppo velato, è tutto rivolto alle recenti dichiarazioni di Donald Trump e all’Hong Kong Human Rights and Democracy Act del 2019, una legge federale che impone al governo degli Stati Uniti di imporre sanzioni contro la Cina e i funzionari responsabili di violazioni dei diritti umani a Hong Kong, e richiede che il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti - e altre agenzie - conducano una revisione annuale, per determinare se i cambiamenti nello status politico di Hong Kong (le sue relazioni con la Cina continentale) giustifichino o meno il cambiamento delle relazioni commerciali privilegiate tra Stati Uniti e Hong Kong.

“Con la nuova legge su Hong Kong il presidente Xi Jinping ha voluto mandare un segnale forte al Mondo, che si può riassumere così: “non intendiamo arretrare di un passo, la Cina non è in difficoltà per le accuse e le richieste di indagini sull’origine e la gestione della pandemia e non cederà o limiterà il suo controllo nemmeno su un centimetro quadrato del territorio cinese: che comprende Hong Kong e anche Taiwan”, dice all’Huffington Post, commentando la situazione di Hong Kong, il professor Maurizio Scarpari, decano dei sinologi italiani, già prorettore vicario e docente di lingua cinese classica all’Università Ca’ Foscari di Venezia, noto nella comunità accademica italiana – e non solo -per le sue posizioni talvolta molto critiche nei confronti del regime cinese.

Lo sconcerto e la preoccupazione per le conseguenze della nuova legge liberticida voluta da Pechino per Hong Kong, lo ha riassunto questa mattina in poche parole il leader della protesta democratica, il giovane Joshua Wong, il quale “a caldo” ha dichiarato: “So che tutti sono nel panico e preoccupati. Mi chiedo anche io cosa succederà ad Hong Kong dopo che la legge sulla sicurezza nazionale sarà passata. Quanti verranno perseguiti? Quanti gruppi [politici] verranno aboliti? Fino a che punto arriverà la repressione? Saremo trasferiti in Cina? Arresto o reclusione? ... Il Partito Comunista Cinese sta sicuramente cercando di spazzare via la connessione tra Hong Kong e la comunità internazionale con una tattica aggressiva. Ma non importa quale potranno essere le azioni future: a nome del movimento, penso di avere il dovere di rimanere saldo nella mia posizione”.

“I manifestanti di Hong Kong” conclude il professor Scarpari “potranno forse continuare a far sentire la loro voce. Ma una cosa secondo me è sicura: se proveranno a spingere sull’indipendenza e/o sulla richiesta del suffragio universale, dovranno vedersela con la reazione molto forte di Pechino, che non esiterà – se necessario – ad utilizzare la forza, grazie a questa nuova legge”

Fino a poco fa, il presidente-a-vita Xi sembrava temere le conseguenze internazionali di un bagno di sangue a Hong Kong. Ma questo “nuovo corso” pechinese, sempre più aggressivo, conscio del proprio peso geopolitico sullo scacchiere globale e apparentemente incurante delle conseguenze diplomatiche delle proprie azioni, rende lo spettro di una nuova Tienanmen, sulle rive del Delta del fiume delle Perle, una prospettiva non più impossibile. Intanto, il prossimo 4 giugno a Hong Kong - per la prima volta da più di trent’anni - non si potranno tenere le abituali manifestazioni per ricordare l’eccidio, permesse finora solo nell’ex colonia. La motivazione ufficiale sono le restrizioni da Covid-19, che vietano riunioni e assembramenti. La speranza è che – cogliendo l’opportunità data dall’epidemia – Pechino cerchi ancora di evitare lo scontro e l’uso della forza. Che potrebbe portare la Cina su una strada senza ritorno

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.