Il Mozambico nella morsa del terrore jihadista

Angelo Ferrari
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AGI - L'orrore non ha limiti in Mozambico squassato dal terrorismo jihadista, in particolare nella regione del Nord di Cabo Delgado.

Una regione dimenticata dallo Stato, dove si fatica a vivere e ad arrivare a fine giornata. La povertà è dilagante. Ma Cabo Delgado è anche una regione ricca di risorse. Qui agisce e opera un gruppo jihadista che inizialmente si faceva chiamare Al-Shabaab "i giovani", come il gruppo jihadista somalo. Non è chiaro, tuttavia, se e quali legami esistano tra i due gruppi. Di certo la versione mozambicana fa riferimento all'Isis, mentre quella somala ad Al Qaida. Tanto che nel rendere note le sue azioni fa sfoggio di passamontagna e drappi neri tipici dello Stato islamico.

La ferocia, poi, è tipica di questi gruppi. Il governo, in più riprese, ha sferrato dure offensive contro i terroristi ma con successi alterni, riprendendosi territori occupati dai jihadisti per poi riperderli.

In molte occasioni il governo ha fatto affidamento su mercenari provenienti dall'estero: i Wagner russi, e mercenari provenienti dal Sudafrica. Operazioni che non hanno avuto grande successo. I mercenari russi, già attivi in Siria, Libano e Repubblica Centrafricana non sono riusciti a venire a capo della ribellione. Non si sa molto, per ovvie ragioni, delle loro attività nel Paese, ma di certo hanno subito diverse perdite tra le loro fila. Così come i mercenari sudafricani che avrebbero perso, oltre che uomini anche mezzi. Questi gruppi, ben addestrati e armati, sembrano essere impotenti di fronte al dilagare dell'offensiva jihadista. Questi fatti, inoltre, definiscono un salto di qualità del gruppo terroristico che nel Nord del Paese si fa chiamare Ahlus Sunna wal Jamaa.

Se i primi attacchi sono stati infatti portati con mezzi di fortuna (coltelli, machete, ecc.), quelli organizzati di recente hanno fatto registrare un balzo di qualità. I miliziani sono dotati di armi automatiche nuove ed efficienti. Non solo. Anche il livello di addestramento è cresciuto. Questi gruppi sanno impiegare in modo professionale ed efficace gli armamenti di cui dispongono. Il vescovo cattolico di Pemba, Luiz Fernando Lisboa ha spiegato, recentemente, che questi uomini, che inizialmente si spostavano con vecchie motociclette, "ora hanno armi e veicoli e possono eseguire attacchi su vaste aree".

Lo scopo dichiarato è imporre l'islam radicale. Formalmente, appunto, perché dietro questa dichiarazione di intenti si nasconde il traffico di stupefacenti e lo sfruttamento illegale delle miniere, di cui il Nord del Mozambico è ricco. Il fatto che i gruppi islamisti del Mozambico ricevano probabilmente armi, munizioni e attrezzature dall'esterno non è l'unico segnale che li avvicina ad altri gruppi che operano nel continente africano.

Eric Morier-Genoud, un accademico di Belfast esperto di Mozambico, sottolinea che esistono forti somiglianze tra l'evoluzione dell'insurrezione in Mozambico e l'emergere di Boko Haram nel Nord della Nigeria. Per affermarsi, sfruttano i risentimenti della miseria, l'abbandono delle popolazioni locali da parte del governo centrale e l'arretratezza economica osservata nello sviluppo della regione. Una volta affermata la loro presenza, i gruppi terrorizzano le comunità per creare un clima di paura, ma offrono anche un'alternativa ai giovani disoccupati che accettano di essere arruolati.

Il Nord del Mozambico, infatti, è una regione complessa. Ha sofferto molto durante la guerra di indipendenza (1964-1974) e durante quella civile (1977-1992) ed è una delle aree più trascurate del Paese. A livello nazionale, ha i più elevati tassi di analfabetismo, disuguaglianza e malnutrizione infantile. E' una delle poche province a maggioranza musulmana - mentre il resto del Paese è cristiano - ma è un Islam moderato che, da sempre, segue una tradizione sufi.

Il Mozambico, dopo aver cercato di minimizzare la minaccia, ha iniziato a schierare un numero maggiore di poliziotti e militari per controllare meglio la regione. Un'operazione per rassicurare anche gli investitori stranieri, che hanno investito milioni di dollari per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi nel Nord.