Giorgia Meloni, il nemico ideale

Ugo Magri
·Giornalista
·3 minuto per la lettura
(Photo: Laura Lezza via Getty Images)
(Photo: Laura Lezza via Getty Images)

Giorgia Meloni non ne può più di “quelli di sinistra che mi vogliono insegnare come si fa la destra”. Giusto: anche senza consigli se la cava benissimo, altrimenti non sarebbe mai cresciuta di dieci punti nei sondaggi diventando il terzo partito a spese dei Cinque stelle. Casomai dovesse sbagliare, sarebbe in grado di farlo da sola e senza suggerimenti. Però è vero che a sinistra piace, che da un po’ di tempo la coprono di attenzioni, addirittura la trasfigurano in una Giovanna d’Arco della destra italiana: energica, battagliera, ancora giovane e tuttavia già pronta per candidarsi a guidare il governo. Il tifo degli avversari è così sinceramente sfacciato che viene da chiedersi come mai, e da dove nasca tutto questo amore. Anche Giorgia farebbe bene a domandarselo; ma forse conosce già la risposta e comunque non ci vuole molto a capire il perché. Meloni risulta simpatica da quando taglia la strada a Salvini. Più lei lo ostacola nei suoi piani e più manda in visibilio gli odiatori del Capitano.

Anzitutto gli ruba la piazza, dove Fratelli d’Italia ha aperto una trattoria alla buona che costa meno del ristorante di lusso berlusconiano (piatti démodé, foto ingiallite alle pareti e camerieri svogliati); ma nello stesso tempo non è così assordante, caotica e sopra le righe quanto il Papeete salviniano. Più Giorgia attira clienti, più Matteo ne perde, e più i commentatori di sinistra la trattano da grande chef: brillante, creativa, assennata, dotata di quel tratto “pop” che va tanto di moda nei salotti “chic” dove l’amatriciana spesso batte il caviale. La zizzania con Salvini viene coltivata ad arte perché indebolisce l’opposizione, proprio come quando Gianfranco Fini veniva trattato da grande statista per caricarlo a palla contro il Cavaliere. Dunque viva Meloni, che diversamente da Salvini parla un inglese “fluent” e perciò l’hanno appena eletta presidente dei Conservatori e riformisti Ue, straordinario trampolino di lancio internazionale; brava lei, capace di allacciare rapporti negli Stati Uniti dove l’altro aveva un solo amico, Steve Bannon, finito per giunta in galera; lungimirante nel tratteggiare una “terza via blairiana” dai contorni ancora fumosi, d’accordo, però sempre più concreta dei velleitarismi di Salvini che vuole uscire dall’Europa, dall’euro, da tutto, e dove andrà mai?

L’altra faccia della medaglia è che Giorgia non fa paura. Piace a sinistra in quanto la considerano brava e dotata, sì, ma incapace di vincere e dunque sostanzialmente innocua. Destinata alla sconfitta perché troppo di destra, di una destra istintiva e di pancia, incapace di moderare le sue pulsioni e dunque condannata a restare minoritaria: il nemico ideale. Meloni è nata nel ’77, ventiquattro anni dopo la caduta del fascismo, con i camerati dell’anteguerra non c’entra nulla se non altro per motivi anagrafici; con quelli di oggi, però, condivide certi tic, certe reazioni pavloviane tipiche di un populismo vociante che la portano a scatenarsi contro il magnate ebreo George Soros in quanto “usuraio”, a sostenere che i diritti umani calpestati in Ungheria sono solo un pretesto per colpire personaggi scomodi come Viktor Orban, a strattonare il presidente della Repubblica quando rifiuta di sciogliere le Camere come in certi golpe sudamericani. Scivoloni che da sinistra nessuno le rimprovera perché adesso va bene così; ma verranno rinfacciati al momento buono, se mai Meloni dovesse candidarsi a palazzo Chigi. A quel punto nulla le verrebbe perdonato: gli stessi che oggi largheggiano nei complimenti la tratterebbero come e forse peggio di Salvini, perché ha l’aggravante di essere donna in un paese di maschilisti. Ecco come mai, più dei consigli della sinistra, dovrebbe preoccuparsi delle tante lodi: il giorno che saprà parlare al popolo dei moderati ne riceverà sicuramente di meno.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.