I costituzionalisti bocciano il voto su Rousseau

alberto ferrigolo

I costituzionalisti bocciano la consultazione su Rousseau voluta da Luigi Di Maio per dare agli iscritti al M5s l'ultima parola sulla nascita di un governo con il Pd. Sabino Cassese sul Corriere e Cesare Mirabelli su La Stampa spiegano perché il voto online stride con il concetto stesso di democrazia

Cosa dice Sabino Cassese

“'L'ultima parola spetta agli iscritti'. Quindi, oggi gli iscritti-certificati al M5S (poco più di 100 mila persone) decidono se si fa il governo con il Pd”. È l'incipit di un'analisi del costituzionalista Sabino Cassese sul Corriere della Sera, che alla fine però si chiede: “Quando il capo politico del M5S smetterà di giocare con la democrazia?”

Tuttavia, secondo il ragionamento di Cassese, se il responso sarà positivo “la decisione dei gruppi parlamentari del Movimento, regolarmente comunicata al presidente della Repubblica, sarà confermata”, ma nel caso contrario cosa accadrà?, si chiede ancora Cassese, che aggiunge un secondo quesito: “I gruppi parlamentari, smentiti dagli iscritti, dopo essersi pronunciati a favore della nuova formazione di governo, che faranno? Si dimetteranno?” Ma poiché è il capo dello Stato che ha dato l'incarico per la costituzione di un nuovo governo sulla base delle indicazioni dei gruppi parlamentari di M5S e Pd, che farà…?

Sabino Cassese si chiede a questo punto se Mattarella “revocherà l'incarico al professor Conte?”, per poi analizzare l'aspetto assai controverso della consultazione e affermare di conseguenza che “coloro che hanno deciso di avviare questa consultazione, a questo stadio della procedura di formazione del governo (e non prima che si pronunciassero i gruppi parlamentari), non si rendono conto della contraddizione in cui hanno cacciato il M5S”. Perché il risultato sarebbe che “la volontà del maggior numero (i rappresentanti-delegati di 11 milioni di elettori del M5S) sarebbe cancellata da quella del minor numero (una maggioranza di 50-60 mila iscritti al M5S), smentendo le invocazioni populistiche del Movimento”.

In sostanza, conclude il giudice emerito della Corte costituzionale, il risultato è che i rappresentanti del popolo “sarebbero smentiti dal partito, rinverdendo i fasti della migliore partitocrazia”. Un vero e proprio paradosso, per “la forza politica che invoca il popolo a ogni piè sospinto” e che “lo metterà invece a tacere per dar voce ai propri esigui iscritti”.

Cosa dice Mirabelli

“In linea generale, se la consultazione vuole essere un atto di indirizzo politico, deve precedere gli atti istituzionali. Altrimenti, come è questo caso, la consultazione web si intreccia con la procedura costituzionale”. E può comportare delle conseguenze. È netto il giudizio di Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte costituzionale nell'intervista a La Stampa.

Per Mirabelli è evidente che con il voto online di consultazione degli iscritti al M5S “si affaccia un interlocutore nuovo” sulla scena politica e della democrazia, “e che in Costituzione non è previsto”. Ma il punto, semmai, nel caso specifico del giudizio sull'accordo Pd-5S per dar vita al futuro governo, “mi chiedo – prosegue il costituzionalista – anche se la criticità non sia nei confronti del Presidente della Repubblica”? Tradotto, l'interrogativo significa che “se c'è questa adesione suppostamente popolare, il Capo dello Stato potrebbe poi prendere posizioni diverse?”

Mirabelli è preoccupato poi sia per i tempi sia per i modi in cui avviene questa consultazione, che si presenta come “un insieme atipico”. “Avrei capito – aggiunge il presidente emerito – che il M5S avesse consultato la base dei suoi iscritti prima di avviarsi alle consultazioni del Quirinale. Sarebbe stato un atto di indirizzo politico interno. Ma quando si organizza la consultazione dopo che il Capo dello Stato ha dato l'incarico, questa consultazione è diretta ad avere un immediato effetto esterno”.

E come Cassese, nell'intervista al Corriere della Sera, anche Mirabelli pone un quesito: “Se la consultazione fosse negativa, che cosa accadrà? Il presidente incaricato, sulla base del voto di un numero ristretto di persone, sia pure iscritte al partito M5S, si ritira e restituisce il mandato nelle mani del Presidente della Repubblica?” “Non è quanto stabilisce la Costituzione, direi”.

C'è al fondo il rischio che emerga un conflitto profondo tra democrazia diretta e rappresentativa? Secondo l'emerito presidente della alta Corte “il nodo di fondo è questo”. Perché, dice, “che un partito senta il polso dei suoi militanti, va benissimo. Direi che è auspicabile. Che i sondaggi influiscano sull'elaborazione di una politica, accade ordinariamente. Che ci possa essere un collegamento continuo tra rappresentanti e rappresentati, va benissimo. Ma tutto questo – avverte – non può e non deve significare atti. Deve rimanere nella sfera dei processi interni a una forza politica”.

Poi Mirabelli sorride alla domanda sullI e sgrammaticature costituzionali o di galateo, rilevando che “già, il galateo istituzionale... Mi pare che fosse proprio una delle espressioni utilizzate contro Salvini dal presidente del Consiglio incaricato, nel discorso al Senato. E poi il presidente Conte ha appena rimarcato di considerarsi super-partes... Ma lasciamo perdere, questo è un altro discorso”.