Il "non ritorno" di Gianfranco Fini. "Non sono l'ispiratore di Giorgia Meloni"

Riccardo De Luca / Agf

AGI - Un abbraccio ideale a Giorgia Meloni, un 'mea culpa' e un consiglio alla premier: "Sui diritti civili, il governo farebbe meglio a lasciare che se ne occupi il Parlamento". Torna a parlare, Gianfranco Fini, ma quello dell'ideatore della "Svolta di Fiuggi", che segnò il passaggio dalla destra missina e nostalgica alla destra moderata e liberista di Alleanza Nazionale, è a tutti gli effetti un 'non ritorno'.

Fini, infatti, si dice determinato a restare lontano dalla politica dei partiti e delle tessere, spiegando che "si può lavorare anche senza avere incarichi". E lui, in questi anni, ha lavorato, pubblicato libri, seguendo sempre quanto avveniva nella politica italiana e nel campo del centrodestra, completamente rivoluzionato dall'ascesa di Fratelli d'Italia.

Qui si innesta il primo 'mea culpa' dell'ex presidente della Camera. "Avevano ragione loro e avevo torto io", dice Fini riferendosi a Giorgia Meloni e Ignazio La Russa, gli ex compagni di viaggio che hanno dato vita - assieme a Guido Crosetto - a FdI. "Quando nacque FdI manifestai uno scetticismo totale", ricorda. Un ravvedimento non di oggi, che lo ha portato a votare convintamente per Meloni alle politiche del 25 settembre.

Al presidente del consiglio, Fini non sente di dover offrire la sua esperienza, "non ha bisogno di essere ispirata", sottolinea. E tuttavia, Fini non manca di segnalare che, dal suo punto di vista, "il governo farebbe meglio a non occuparsi di temi come quello legato ai diritti civili e a lasciare che se ne occupi il Parlamento".

D'altra parte, da presidente della Camera, Fini si era già mostrato sensibile ad alcune istanze delle associazioni gay italiane, incontrate nel maggio 2009, quando ebbe a dire che "al centro della mia politica ci sono i diritti civili della persona umana".

Quella dei diritti civili, sottolinea oggi, è "una materia delicata, soprattutto quando si agisce sulla famiglia e sui diritti omosessuali. L'atteggiamento delle istituzioni deve essere laico. In Italia si è sempre divisa l'opinione pubblica", sottolinea l'ex terza carica dello Stato. Che poi fornisce un altro consiglio: le mascherine rimangano obbligatorie negli ospedali.

È questo approccio laico che porta l'ex leader di An a prendere posizione anche sulle parole del presidente del Senato, Ignazio La Russa, a proposito del 25 aprile. "La sinistra italiana non può accendere l'interruttore dell'antifascismo" in modo strumentale, dice: "chiedono da sinistra il riconoscimento dell'antifascismo come un valore. La risposta non può essere che sì, perché l'abbiamo riconosciuto a Fiuggi", è la risposta

E ancora: "La sinistra deve essere chiara: l'antifascismo deve essere un valore condiviso" ma "ha anche posizioni antidemocratiche", osserva l'ex presidente della Camera. La Seconda Carica dello Stato, infatti, è finito al centro delle polemiche per una intervista in cui spiega che, in occasione del 25 aprile, non sfilerà "nei cortei per come si svolgono oggi. perché lì non si celebra una festa della libertà e della democrazia, ma qualcosa di completamente diverso, appannaggio di una certa sinistra".

Sulle celebrazioni, invece, "non ho avuto difficoltà come ministro della Difesa a portare una corona di fiori al monumento dei partigiani al cimitero Maggiore di Milano. E non era un atto dovuto".

Parole che vengono lette dall'opposizione come il disconoscimento dei valori sui quali si fonda la Repubblica. Una polemica "strumentale", per Gianfranco Fini. "Fiuggi è l'espressione di un passaggio: usciamo dalla casa del padre con la certezza di non fare ritorno", aggiunge Fini. "Non so se c'era Meloni, ma c'era il segretario della sua sezione, Rampelli, che mi ha detto che si riconobbero in quella svolta: scrivemmo che l'antifascismo era stato essenziale per il ritorno dei valori democratici che il Fascismo aveva oppresso", ricorda ancora.

Dopo Fiuggi, Fini fu protagonista di un altro passaggio storico per la destra italiana: lo strappo con Silvio Berlusconi: "Il Popolo delle Libertà fu errore, non lo perdono a me stesso", premette chi pronunciò quel "che fai, mi cacci?" strillato in faccia a Berlusconi che segnò l'inizio della fine del Pdl.

Un passaggio che in molti hanno ricordato in occasione di quel "non sono ricattabile" pronunciato da Meloni in risposta agli 'appuntì del Cavaliere sulla leader FdI, nelle ore delle trattative per la formazione del governo. "Ho provato una fortissima simpatia", confessa Fini: "Berlusconi è un personaggio che ha una fortissima personalità. Ha preso atto, anche in modo amaro, che il sovrano ha perso lo scettro ad opera di una donna che ha mangiato pane e politica e che non viene dalla mitica trincea del lavoro", sottolinea.

In ogni caso, "Berlusconi ha ancora molti strumenti, ma non è un irresponsabile, in primo luogo perché i ministri indicati come Tajani danno ampie garanzie e anche perché ha capito che alcune fibrillazioni danneggiano sè stesso e l'Italia", ha osservato.

"Il tempo darà la risposta. Il fatto che Fdi abbia raccolto più voti di quelli messi insieme da FI e Lega mette in agitazione gli alleati che hanno il diritto di rimarcare la loro identità. Meloni dovrà essere paziente e tenere insieme gli alleati, nell'ambito di un programma unico e delle risorse disponibili, agendo sulla base di proposte condivise".