Il nord frena il piano Ue sul caro bollette

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Getty images (Photo: Tetra Images via Getty Images/Tetra images RF)
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Malgrado la voglia di collezionare un altro successo europeo dopo il recovery fund e la campagna vaccinale, l’Unione Europea è già alle prese con un primo ostacolo nell’elaborazione di un piano comune contro il ‘caro bollette’. I paesi del nord non sono d’accordo con la proposta della Spagna, sostenuta dalla Francia, Polonia e Grecia (che hanno firmato un documento comune) e dall’Italia (anche se non l’ha firmato), di creare uno stoccaggio comune di gas per frenare l’aumento dei prezzi dell’energia che grava su cittadini e aziende nella maggioranza dei paesi membri e rischia di frenare la ripresa post-pandemia. “Parliamo di stoccaggi per far fronte alle fluttuazioni e di una maggiore produzione rinnovabile. Perché non creiamo uno stoccaggio europeo per l’energia?”, dice il sottosegretario agli Affari Europei Enzo Amendola intervistato da politico.eu.

Un primo tavolo di discussione c’è stato a Lussemburgo, dove ieri e oggi sono riuniti i ministri delle Finanze dei paesi Ue per Eurogruppo ed Ecofin. Se ne discuterà anche domani, al Consiglio dei ministri dell’Ambiente sempre a Lussemburgo. Mentre Mario Draghi affronterà la questione con gli altri leader europei stasera in Slovenia, alla cena in vista del Consiglio europeo informale di domani, e soprattutto al summit del 21 e 22 ottobre a Bruxelles: sarà questa l’occasione per tirare le fila del dibattito.

Intanto, proprio per questi impedimenti, la proposta sul caro-energia che la Commissione Europea avrebbe dovuto presentare questa settimana, slitta alla prossima. E potrebbe uscire ridimensionata dalle divisioni tra gli Stati: a quanto trapela, non dovrebbe contenere alcuna forma di stoccaggio comune. Piuttosto ripiegherà solo su raccomandazioni agli Stati membri per gestire il ‘caro bollette’ con misure nazionali, con grande dispiacere da parte di Ursula von der Leyen, la prima interessata a infilare un altro successo comune europeo nella sua presidenza a Palazzo Berlaymont, soprattutto ora che non ha più un governo forte che la sostenga dalla Germania (Angela Merkel in carica fino a quando non si formerà il nuovo esecutivo dopo le elezioni del 26 settembre).

“Parleremo di come affrontare lo stoccaggio” per avere una “riserva strategica” europea “e daremo uno sguardo alla composizione complessiva dei prezzi del mercato elettrico”, insiste von der Leyen, durante una conferenza stampa a Tallin, in Estonia. “I prezzi dell’elettricità sono alti a causa dei prezzi del gas e dobbiamo esaminare la possibilità di separare questi due elementi all’interno del mercato perché abbiamo un’energia molto più economica, come ad esempio le rinnovabili”.

Il timore degli Stati del nord è che un intervento comune sui prezzi delle fonti fossili - gas e petrolio - rischi di indebolire la lotta alla produzione di emissioni nocive e dunque gli investimenti ‘verdi’, il ‘green deal’ e la transizione verso fonti rinnovabili. Sotto sotto c’è anche una critica alla Germania, che ha appena completato il Nord Stream 2, il gasdotto dalla Russia. E proprio Mosca è criticata dagli altri Stati Ue perché la sua riluttanza ad aumentare le esportazioni di gas naturale alla pari della domanda globale contribuirebbe all’aumento dei prezzi. Berlino ancora non si è schierata nella nuova discussione, complice il fatto che il nuovo governo non è ancora in carica.

Intanto, a Lussemburgo la ministra delle Finanze finlandese Annika Saarikko pianta i suoi paletti. “Penso che dobbiamo discutere ancora della proposta franco-spagnola di istituire una riserva strategica Ue di gas naturale”, dice. Quanto agli aumenti in bolletta, “in Finlandia la situazione non è ancora così brutta - aggiunge Saarikko”.

Il presidente dell’Eurogruppo Pascal Donohoe prende atto della nuova divisione tra gli Stati e si mostra cauto, insistendo sul fatto che i rincari sono un fenomeno temporaneo legato all’aumento dell’inflazione. Stessa linea della presidente della Banca Centrale Christine Lagarde, che la scorsa settimana ha sottolineato la necessità di “garantire che non reagiamo in modo eccessivo agli shock transitori dell’offerta che non hanno alcuna influenza sul medio termine”.

Insomma, l’Ue si divide tra gli interventisti e coloro che invece temono che una reazione a gamba tesa porti i paesi dell’Unione a ‘sedersi’ sulla dipendenza dalle fonti fossili. “Dobbiamo reagire ma non esagerare”, dice persino il commissario all’Economia Paolo Gentiloni cercando la mediazione tra le diverse posizioni e chiedendo azioni “mirate” e “temporanee”. Sia Gentiloni che il vicepresidente della Commissione Europea Valdis Dombrovskis tentano di reagire alle critiche di chi addebita il ‘caro energia’ al costo dell’Ets, il sistema di tracciamento europeo delle emissioni che obbliga le aziende che ancora producono Co2 a pagare per farlo.

Ad ogni modo, il dibattito segnerà i prossimi mesi di discussione europea. E potrebbe anche influenzare la discussione sulle nuove regole fiscali (ulteriore flessibilità per garantire gli interventi anti-rincari?).

A Lussemburgo, il ministro francese Bruno Le Maire esprime tutto il suo disappunto per gli ostacoli al piano di stoccaggio comune. “Lo spieghino ai nostri cittadini, soprattutto i più poveri che stanno affrontando un aumento insopportabile dei prezzi del gas”, dice. In Francia la questione sta diventando materia incandescente di campagna elettorale verso le presidenziali dell’anno prossimo. Ma dal punto di vista di Parigi c’è anche l’interesse a spingere sul nucleare affinché venga considerata energia pulita nelle nuove regole sulla tassonomia che la Commissione Europea dovrebbe elaborare entro la fine dell’anno. Oltre alla Francia, altri 12 Stati membri usano l’energia nucleare, per la quale però i fondi del Next Generation Eu non possono essere usati. Almeno finora.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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