Il nuovo decreto impone la chiusura delle attività di ristorazione alle 18.00

·3 minuto per la lettura
ristoratori
ristoratori

Il nuovo dpcm del Premier Giuseppe Conte, che impone a bar, ristoranti e gelateria la chiusura alle 18.00, sarà un colpo di grazia per molte attività di ristorazione. I mesi di apertura successivi al lockdown, infatti, non sono stati sufficienti a riportare gli introiti ad un livello accettabile, complice la paura della popolazione di entrare a contatto con il virus e gli ingenti danni economici alle casse di milioni di italiani.

All’indomani del decreto, dunque, i ristoratori che si trovano davanti alla necessità di scegliere se andare avanti o fermarsi sono tanti. In molti stanno riducendo il personale ai minimi termini. Altri hanno deciso di chiudere almeno fino alla fine della validità del dpcm. L’ombra del fallimento è incombente per la gran parte delle attività di ristorazione.

I dati sui ristoratori

La chiusura alle 18.00, secondo le prime stime di Fipe-Confcommercio, metterà a rischio il futuro di almeno 15.000 bar e 40.000 tra ristoranti e pizzerie. Un totale di oltre 50.000 imprese vicine al fallimento. La maggior parte di queste attività si trova nei centri delle città, dove in molti casi i governatori regionali hanno imposto il divieto di sostare in piedi per consumare cibi e bevande.

A causa del primo lockdown le attività hanno perso già 26 miliardi di euro. Adesso il bilancio si aggraverà ulteriormente. Le spese che i ristoratori hanno sostenuto, anche per rendere i locali a norma a fronte delle misure igienico-sanitarie contro il Covid-19, e continuano a sostenere sono infatti ingenti. Troppe a fronte dei guadagni ridotti. I consumi complessivi, solo nel mese di dicembre, secondo il Centro studi di Confcommercio, arrivano a circa 110 miliardi di euro, su un totale annuo di 900 miliardi. Per molti ormai insostenibili.

Di contro, tra bar e ristoranti, i clienti ogni anno spendono quasi 90 miliardi di euro. Per la maggior parte i clienti sono coloro che abitualmente fanno colazione nei bar la mattina: circa cinque milioni ogni giorno. Un numero simile riguarda coloro che pranzano fuori. Poco meno di dieci milioni, ovvero il doppio, invece, sono coloro che cenano in pizzerie o ristoranti almeno due volte alla settimana. Questi ultimi usciranno almeno per un mese dalle stime, data la chiusura anticipata.

L’allarme di Confcommercio: “Servono aiuti”

Fipe-Confommercio, a fronte di tali stime, ha lanciato l’allarme. “Servono aiuti mirati, il credito d’imposta e la cassa integrazione da sole non possono più bastare, così chiuderemo tutti. Bisognava intervenire prima per non arrivare a questo punto. Siamo davvero molto preoccupati“, ha detto il direttore generale Roberto Calugi al Messaggero.

Le attività che alla fine di quest’anno avranno subìto perdite superiori al 30% dovranno essere supportate adeguatamente e in tempi rapidi. Per adesso il governo se l’è cavata con il credito d’imposta, la cassa integrazione, il contributo a fondo perduto ma ora è necessario intervenire su affitti e Imu. La categoria nel contesto attuale non può sostenere a lunga una serie di costi strutturali“, prosegue il presidente della Federazione italiana pubblici esercizi di Confcommercio.

Non possiamo sopportare gli oneri di un’ulteriore chiusura, o ci sono interventi economici seri e immediati o la ristorazione è morta. Serve ristoro a fondo perduto, proroga del credito d’imposta sulle locazioni, blocco degli sfratti, cassa integrazione e sospensione delle scadenze fiscali come Ires e Irpef. Non vogliamo entrare nel merito se sia giusto o sbagliato tutto questo, ma temiamo anche che questa chiusura e questi sacrifici non produrranno i risultati sperati, perché è evidente che gli ambiti di contagio sono altri“, ha concluso.