Il nuovo procuratore di Milano Marcello Viola si è insediato e ha chiesto dialogo e confronto interno

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annalisa cretella

AGI - Ci possono essere incomprensioni negli uffici, a Milano come in quelli di tutta Italia, ma la chiave è il dialogo e una porta è sempre aperta. Marcello Viola, siciliano, 65 anni, nuovo procuratore di Milano, durante la cerimonia d'insediamento  a palazzo di giustizia, indica il suo metodo di lavoro e parla delle sfide impegnative che lo attendono.

L'ex procuratore generale di Firenze, dopo la nomina col voto del Csm il 7 aprile scorso, ha giurato, davanti al presidente del Tribunale milanese Roberto Bichi e ai vertici degli uffici giudiziari e delle forze dell'ordine, come procuratore di Milano, il primo dopo 50 anni esterno agli uffici milanesi, dove negli ultimi tempi si sono registrate spaccature e tensioni. Ecco il perché del richiamo al dialogo. Momenti di "incomprensione" li ha già vissuti "in tutti gli uffici, da Palermo a Trapani", ma è riuscito dirimere le difficoltà lavorando "seriamente ogni giorno in silenzio, fattivamente, ciascuno nel proprio settore" tenendo "la porta sempre aperta per tutti".

"Privilegerò il metodo del dialogo e del confronto interno - ha assicurato - guardando al modello partecipato di organizzazione dell'ufficio, garantendo disponibilità e volontà di condivisione delle soluzioni".

"Conto - è la promessa - di conoscere presto tutti, uno per uno e stabilire grandi sinergie per la massima funzionalità dell'ufficio", che ha grandi responsabilità.

Milano è un distretto importante e complesso, caratterizzato "da grande dinamismo e una velocità economica unica" ha osservato il procuratore, motivo per cui "ha un rischio di radicamenti e infiltrazioni di organizzazioni di stampo mafioso, connotate proprio dall'elevata capacità di penetrazione in importanti settori produttivi".

"Sappiamo bene - ha aggiunto - che così come il virus, la mafia ha la capacità mutante di adattarsi, infiltrarsi, confondersi con il resto. La mafia dei nostri giorni è definita come una mafia fluida e invisibile, pronta a immettere sul mercato grandi risorse. Questo - ha sottolineato - è un momento di grandissimo impegno per questo ufficio". E' bene dunque evitare "ogni forma di sottovalutazione proprio per non favorire queste dinamiche espansive delle associazioni criminali e realizzare insieme efficienza, qualità e indipendenza dell'azione giudiziaria".

Il neo procuratore nel suo intervento ha rivolto un pensiero a suo padre “che sarebbe felice" di vederlo qui, e uno a “tutte le vittime della guerra alla criminalità". "Vengo da una terra dove c'è stato un numero altissimi di magistrati, e non solo, uccisi dalla mafia. Le stragi del 1992 - ha ricordato Viola - hanno profondamente segnato la mia vita personale e professionale". Ha lavorato con Rocco Chinnici, e Paolo Borsellino, a cui lo "legava un rapporto di particolare affettuosità".

Un “grande magistrato toscano, Gabriele Chelazzi, diceva che l'animale simbolo del nostro lavoro non è né l'aquila né il leone, ma il mulo”. Perché questa attività è fatta di “pazienza e determinazione, cura del dettaglio, resistenza alla fatica anche fisica e testardaggine, intesa non come cocciuta adesione a tesi precostituite ma come costante ricerca della prova, e quindi della verità”.

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