Il "Padrino" non è più quello di una volta. E il New York Times rischia la querela

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Al Pacino e Marlon Brando nel film Il Padrino (1972) (Photo by CBS via Getty Images) (Photo: CBS Photo Archive via Getty Images)
Al Pacino e Marlon Brando nel film Il Padrino (1972) (Photo by CBS via Getty Images) (Photo: CBS Photo Archive via Getty Images)

È il battesimo più famoso del cinema. Al Pacino/don Michael, nuovo boss mafioso della famiglia Corleone al posto del padre Marlon Brando/don Vito, porta all’altare il figlio della sorella. Mentre dice di rinunciare a Satana e di credere in Dio, i suoi gangster fanno fuori tutti quelli che hanno cercato di uccidere il vecchio genitore. La scena, con le formule pronunciate in latino come usava allora, è molto forte. E si conclude con l’omicidio del padre del bimbo battezzato. Insomma, la figura del padrino (Godfather in inglese) che dà il titolo al film di Francis Ford Coppola non ne esce molto bene. Ma si tratta pur sempre di un’opera di fantasia.

A quasi 50 anni dal film premio Oscar, però, la decisione di eliminare la figura spirituale del padrino (o della madrina) arrivata dalla Sicilia ha suscitato la curiosità delNew York Times tanto da dedicarle un lungo reportage. Mentre in Italia è quasi passata inosservata. Fin dal titolo “Nella terra del padrino vengono banditi i padrini”, emerge come la saga di Coppola sia ormai salda nell’immaginario collettivo americano fino a identificarla con la Sicilia stessa. Il quotidiano newyorchese si concentra infatti sulla diocesi di Catania, dove, come in altre parti d’Italia, è stata decisa la sospensione di nominare un padrino durante la cerimonia del battesimo per almeno tre anni.

Michael Corleone (Al Pacino)  (Photo by CBS via Getty Images) (Photo: CBS Photo Archive via Getty Images)
Michael Corleone (Al Pacino) (Photo by CBS via Getty Images) (Photo: CBS Photo Archive via Getty Images)

Quale sarebbe il motivo della scelta? Su questo non c’è unità di opinione. Anzi, si è aperto un dibattito che potrebbe finire addirittura in tribunale. Da una parte infatti c’è l’articolo del celebre quotidiano che riporta il malcontento di tante famiglie. “È scioccante”, dice la 21enne Jalissa Testa, dopo aver celebrato il battesimo del figlio nella basilica di Catania. E aggiunge: “Nel nostro cuore sappiamo, e loro sapranno, che ha un padrino”. Una figura per tanti imprescindibile. Mentre il vicario generale di Catania, monsignor Salvatore Genchi spiega: “Si tratta di un esperimento” anche se non crede a un ritorno al passato. La Chiesa siciliana è infatti d’accordo che l’immagine del padrino abbia perso nella maggior parte dei casi il suo valore di accompagnamento alla fede. Fin qui tutto bene.

Ma nel reportage si sottolinea in maniera insistita come la sospensione sia arrivata anche per eliminare l’occasione, tramite il padrino, di stringere rapporti con altre famiglie, o addirittura clan mafiosi, per avere regalie o altri favori. Viene poi citato anche il vescovo calabrese Giuseppe Fiorini Morosini che ricorda quando nel 2014, da vescovo di Reggio Calabria, chiese al Vaticano, per contrastare i legami della ’ndrangheta, di poter sospendere la presenza di padrini ai sacramenti. L’allora sostituto della Segreteria di Stato, il cardinale Angelo Becciu, rispose - secondo quanto Morosini dice al New York Times - che dovevano prima essere d’accordo tutti i vescovi della Calabria. E quindi in quel momento non fu possibile prendere una decisione in tal senso.

Ecco, quest’ultima lettura non è andata giù alla diocesi di Catania. È lo stesso monsignor Genchi a far sapere che la sospensione della figura del padrino non c’entra nulla con la mafia o con la famosa saga della famiglia Corleone. Il vicario generale afferma alQuotidiano di Sicilia che chiederà una rettifica al New York Times “e siamo anche disposti a querelare”. Genchi aggiunge: “È capitato in diverse parrocchie di ricevere pressioni da parte di chi voleva fare il padrino pur non avendo avuto nessuna formazione religiosa, ma non abbiamo mai ricevuto pressioni di tipo mafioso”.

George Hamiltion, Donald Donnelly e Al Pacino sul set de Il Padrino - Parte III (Photo by Paramount Pictures/Sunset Boulevard/Corbis via Getty Images) (Photo: Sunset Boulevard via Getty Images)
George Hamiltion, Donald Donnelly e Al Pacino sul set de Il Padrino - Parte III (Photo by Paramount Pictures/Sunset Boulevard/Corbis via Getty Images) (Photo: Sunset Boulevard via Getty Images)

A parziale scusante della presunta malizia che sottende l’articolo del New York Times c’è, come dicevamo, una certa narrazione sulle famiglie italoamericane portate con grande successo su grande schermo ed entrata ormai nell’immaginario collettivo. Il già ricordato Padrino nasce dalla penna di Mario Puzo, cresciuto a New York in una numerosa famiglia di immigrati. Il suo sogno era diventare un “pezzo da 90” della letteratura sulle orme di Hemingway e di Fitzgerald. Ma a un certo momento capisce che non è cosa: le recensioni sono mediocri e i soldi pochini. Così, pieno di debiti fin sopra ai capelli anche per il vizio del gioco che racconterà in un bel libro dal titolo I folli muoiono, decide di scrivere un bestseller con cui è convinto di diventare ricco: è Il Padrino. Puzo giura che per costruire il personaggio di don Vito Corleone, con tutti i suoi tic e le sue frasi memorabili, si è ispirato alla madre, riprendendo i loro dialoghi nel piccolo tinello della casa di Hell’s Kitchen. Il resto è storia che dopo l’incontro con Coppola diventerà, esageriamo, leggenda. Tanto che oggi negli Usa c’è grande attesa per la miniserie The Offer, racconto sul dietro le quinte dei film.

Impossibile poi non ricordare Mean Streets e Quei bravi ragazzi di Martin Scorsese. È lo stesso regista ad aver più volte detto di aver preso spunto per le scene più intime dei suoi gangster a episodi della sua giovinezza e ad alcuni racconti riportati dai suoi parenti. Centrale nelle sue opere saranno infatti la famiglia, le origini e il rapporto con la fede. Famiglia a cui dedicherà un approfondito documentario, Italoamericani, che comincia proprio con la madre che prepara le polpette mentre racconta la sua storia. Da ultimo, per sottolineare ancora una volta quanto il filone vada forte, è arrivato nelle sale il prequel della serie tv cult I Soprano, il film I molti santi del New Jersey. Insomma, il catalogo è questo. Forse difficile da ignorare.

Robert De Niro (Johnny Boy) e Harvey Keitel (Charlie) in Mean Streets (1973)(Photo by FilmPublicityArchive/United Archives via Getty Images) (Photo: United Archives via Getty Images)
Robert De Niro (Johnny Boy) e Harvey Keitel (Charlie) in Mean Streets (1973)(Photo by FilmPublicityArchive/United Archives via Getty Images) (Photo: United Archives via Getty Images)
Quei bravi ragazzi (1990) di Martin Scorsese (Photo: WARNER BROS)
Quei bravi ragazzi (1990) di Martin Scorsese (Photo: WARNER BROS)

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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