Il Pakistan è pronto a "qualsiasi cosa" per la causa del Kashmir

m. allevato e c. scaldaferri

Resta alta la tensione in Kashmir dopo la decisione improvvisa dell'India di revocare lo status speciale alla regione, a maggioranza musulmana e attraversata da tensioni separatiste, contesa da decenni tra New Delhi e Islamabad. Restano bloccate le telecomunicazioni, Internet è oscurato e le strade sono presidiate dai militari mentre in Pakistan i parlamentari sono stati convocati in una riunione congiunta per discutere di una possibile risposta all'iniziativa promossa dal governo del premier ultra-nazionalista indù, Narendra Modi. E tra i manifestanti anti-indiani nella regione si registra la prima vittima.

Alcune centinaia di persone sono scese in strada a Muzaffarabad, la principale città del Kashmir pakistano, per protestare contro un'iniziativa che va a minare un equilibrio fragilissimo; altre manifestazioni sono state indette a Lahore, Karachi e nella capitale Islamabad. E da Rawalpindi, dove si sono riunite le gerarchie militari, il capo di Stato maggiore dell'esercito pakistano, il generale Qamar Javad Bajwa, ha assicurato che le forze armate sono pronte "a qualsiasi cosa per adempiere ai propri obblighi" nei confronti della "giusta causa" del popolo del Kashmir.

Una crisi dalle "conseguenze inimmaginabili"

Il premier Imran Khan, intervenuto in Parlamento, ha messo in guardia da una crisi che può portare a "conseguenze inimmaginabili". La decisione di Nuova Delhi può scatenare "una violenza nella regione che potrebbe portare ad un conflitto" tra le due potenze nucleari, ha sottolineato il capo dell'esecutivo pakistano, che ha chiesto alla comunità internazionale di agire rapidamente per evitare una "catastrofe".

Da qui, la decisione di Islamabad di affrontare il tema in tutti i consessi globali, a cominciare dal Consiglio di sicurezza Onu, così come di fare istanza presso la Corte penale internazionale. Come ha denunciato Khan, la decisione indiana di revocare lo status speciale al Kashmir rientra nei piani di Modi per promuovere "un'ideologia razzista, che mette gli indù al di sopra di tutte le altre religioni" e ora il timore è che New Delhi dia il via a una "pulizia etnica per spazzare via la popolazione locale". "Hanno preso le nostre aperture per la pace come debolezza, quindi abbiamo cessato di continuare a offrire colloqui", ha dichiarato il premier.

Intanto, in India un avvocato, ML Sharma, ha presentato una petizione alla Corte Suprema per chiedere una valutazione sulla validità del decreto con cui lunedì il governo di Modi ha abrogato l'articolo 370 della Costituzione. In India diversi costituzionalisti e legali hanno espresso dubbi sulla procedura usata dal governo, perché secondo la Costituzione un tale provvedimento deve avere l'approvazione dell'assemblea legislativa del Kashmir. Il problema e' che al momento lo Stato del Jammu e Kashmir - la parte della regione himalayana controllata da New Delhi - non ha governo e nell'ultimo anno è stato sotto l'amministrazione del presidente.

Morto un manifestante inseguito dalla polizia

A Srinagar, principale città del Kashmir indiano ed epicentro delle proteste anti-Delhi, un manifestante è morto durante il coprifuoco imposto dal governo centrale dopo la revocare dello status speciale di autonomia alla regione, da anni contesa col Pakistan.

Ad annunciarlo è stata la polizia, secondo cui l'uomo è rimasto ucciso durante un inseguimento. "Il giovane era inseguito da degli agenti ed è morto dopo essere saltato nel fiume Jhelum", ha detto una fonte anonima nella polizia. Intanto, secondo media locali ci sarebbero almeno sei feriti ricoverati per colpi di arma da fuoco o ferite, causate da armi non letali. Nonostante il coprifuoco, un possente dispiegamento di militari e divieti di adunata, a Srinagar si stanno tenendo sporadiche proteste.