Il Papa: "Anche io mi inginocchio per le strade di Myanmar"

Nicola Graziani
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AGI – "Anche io mi inginocchio sulle strade di Myanmar": Papa Francesco evoca l'immagine della suora che nei giorni scorsi ha bloccato la carica dei militari pronti a intervenire sulla folla che chiedeva democrazia per il paese asiatico, e chiede che "prevalga il dialogo".

In Myanmar, ha sottolineato al termine dell'udienza del mercoledì, "molte persone, soprattutto giovani, stanno perdendo la vita per dare speranza al loro paese".

"Anche io", ribadisce il Pontefice parlando a braccio dopo i saluti in tutte le lingue ai fedeli che seguono l'udienza in streaming a causa del coronavirus, "stendo le braccia e dico 'cessi la violenza', 'prevalga il dialogo'".  "Il sangue non risolve niente, prevalga il dialogo", ripete.

L'intervento di Bergoglio sancisce quella che è una partecipazione diretta della Chiesa alle proteste in favore della democrazia. Era dalle proteste del 1989, che portarono alla fine del regime militare in Corea del Sud, che la comunità cattolica non si esponeva in modo così diretto a fianco delle piazze riempite di attivisti in lotta per la libertà in un paese asiatico.

Solo in occasione delle elezioni nelle Filippine del 1986, che portarono alla fine del regime del presidente Marcos, si era gettato così apertamente il peso delle istituzioni ecclesiastiche sulla bilancia degli equilibri di potere.

"Stiamo assistendo a una vera escalation della violenza dei militari. Solo ieri a Yangon e nei dintorni abbiamo contato 189 morti, come riferisce la rete di informazione capillare Myanmar Now, cui fanno capo molti attivisti", dice intanto all'Agenzia Fides una fonte della comunità cattolica della capitale, che tiene l'anonimato per motivi di sicurezza, "Ma, secondo noi, i morti potrebbero essere anche di più. La repressione si fa più dura e la popolazione soffre terribilmente, ma non si arrende".

Anche i buddisti contro il regime

La protesta pacifica dei giovani, avviata dopo il golpe del 1 febbraio, non accenna a diminuire.

Di fronte a questa violenza i leader e gli operatori religiosi delle diverse comunità di fede si sono schierati a fianco della popolazione con la preghiera, l'aiuto morale e materiale, il contributo nel confortare e gli afflitti e curare i feriti.
Intanto, in un messaggio pervenuto sempre all'Agenzia Fides, la Commissione dei monaci buddisti di Mandalay, parte di una organizzazione spontanea che si definisce "Rete di protesta dei monaci buddisti", mette in guardia i militari che stanno occupando templi, monasteri e luoghi di preghiera, chiedendo la fine immediata della violenza dell'esercito e dell'occupazione dei loro edifici.

Se l'esercito proseguirà in questa violenza, i monaci si dicono pronti a sfilare per le strade, organizzando marce silenziose di protesta in tutto il paese.

Intanto il regime militare del Myanmar ha messo in atto una stretta ufficiale verso Ong internazionali e locali tramite strumenti e canali finanziari: la Banca centrale del Myanmar ha ordinato alle banche private in tutto il paese di presentare tutti i conti bancari delle Ong.