Il Papa e Biden, prove di un’alleanza diversa da come sembra

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Image from askanews web site
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Città del Vaticano, 29 ott. (askanews) - L'udienza che papa Francesco concede oggi a Joe Biden, il secondo presidente cattolico dopo John Fitzgerald Kennedy, metterà in scena il rituale delle grandi occasioni e lascerà nell'ombra le vere divergenze e convergenze tra Stati Uniti e Santa Sede.

Quella di oggi a mezzogiorno è la 31esima udienza di un Pontefice ad un inquilino della Casa bianca. La prima volta fu quando Paolo VI ricevette Kennedy nel 1963. Joe Biden ha già incontrato tre volte Francesco: per la mesa di inaugurazione del pontificato nel 2013, quando Bergoglio intervenne al Congresso Usa nel 2015, e infine quando l'allora vice-presidente intervenne in Vaticano ad un convegno sul contrasto ai tumori nel 2016. Nessuna novità storica, dunque. La Santa Sede è abituata a gestire con un certo understatement le visite dei capi di Stato. Venerdì non è prevista la presenza di un pool di giornalisti nella Biblioteca del papa, nonostante le proteste della stampa su entrambe le sponde dell'Atlantico, e la diretta televisiva dei momenti pubblici dell'incontro, inizialmente prevista, è stata poi annullata. Per comprendere com'è andato gli osservatori si eserciteranno nell'esegesi delle poche informazioni a disposizione: la durata dell'udienza (Francesco si intrattenne oltre 50 minuti con Barack Obama, mezz'ora con Donald Trump, Benedetto XVI aveva ricevuto George W. Bush niente meno che nei Giardini vaticani rimanendo calorosamente con lui ben oltre un'ora); l'espressione facciale al momento della photo opportunity (Obama con Francesco riedeva, mentre è rimasta negli annali una foto con Trump e famiglia nella quale Bergoglio ha uno sguardo a dir poco tetro...); e, infine, il comunicato che la Santa Sede diramerà alla fine degli incontri del presidente col Papa e, successivamente, in Segreteria di Stato: solitamente poche righe stringate che nascondono più di quel che rivelano. Ma, appunto, tra Biden e Francesco non è tanto il testo che conta, quanto i molteplici sottotesti.

La relazione tra i due uomini, infatti, è ben più complessa di quanto una lettura superficiale suggerirebbe. Ciò vale sia per l'aspetto religioso che per quello politico.

Biden è un cattolico fervente. Porta sempre un rosario con sé. Come ha spiegato la sua portavoce, Jen Psaki, 'la sua fede è stata una fonte di forza in varie tragedie che ha vissuto durante la sua vita'. Ogni domenica a Washington va a messa, alla parrocchia Holy Trinity o a St. Joseph's e c'è da giurare che anche a Roma domenica mattina non vorrà mancare la celebrazione eucaristica.

Ma l'inquilino della Casa bianca è incorso fin dal momento dell'elezione negli strali di un episcopato ampiamente cresciuto negli anni di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, impegnato in una guerra alla cultura secolarizzata ('culture war'), concentrato in particolare sul tema dell'aborto. Poco importa che, in realtà, 'Biden accetta chiaramente l'insegnamento della Chiesa sull'aborto ma non ritiene che sia giusto introdurre quell'insegnamento in legislazione per il paese, come ha sottolineato sul National Catholic Reporter Michael Sean Winters. Poco importa, cioè, che egli sia non già 'pro choice', a favore della liberà delle donne di abortire, ma rispettoso della legislazione in materia, nonché di una storica sentenza della Corte suprema che nel 1973 legalizzò l'interruzione di gravidanza oltreatlantico (e che nei prossimi mesi la medesima Corte potrebbe ribaltare dopo l'innesto giudici cattolici conservatori nominati da Donald Trump). Dalla sua elezioni in poi molti vescovi lo hanno attaccato. E tra due settimane l'assemblea della conferenza episcopale è chiamata a votare un documento sull'ammissione dei politici cattolici all'eucaristia che i settori conservatori hanno concepito per sbarrare la via alla comunione proprio a Biden e alla speaker Nancy Pelosi. Il secondo presidente cattolico degli Stati Uniti, paradossalmente, ha tra i vescovi alcuni dei suoi più acerrimi nemici. Segno di un cattolicesimo polarizzato come non mai.

Ora, gli stessi vescovi che osteggiano Biden da anni contestano, più o meno apertamente, papa Francesco. E l'opposizione a Bergoglio, particolarmente rigoliosa all'epoca di Trump, ha avuto nei think tank, nei benefattori, nei circoli repubblicani d'Oltreoceano una spina dorsale. Trump ha rappresentato il capofila di una destra sovranista mondiale agli antipodi dalla concezione che il vescovo di Roma propone del cristianesimo. Non a caso l'elezione di Biden è stata accolta con un sospiro di sollievo nel Palazzo apostolico. E nel corso dei mesi scorsi, da Roma è stata indirizzata più di una indicazione all'episcopato Usa di evitare lo scontro con la Casa bianca ed innescare una de-escalation sul tema dell'aborto.

Ma sarebbe miope chi vedesse in questo atteggiamento una sintonia tout court tra il papa e Joe Biden. La questione è più sottile. Jorge Mario Bergoglio - e lo ha ripetuto più volte nelle ultime settimane - è fermamente contrario all'aborto, che considera un 'omicidio'. Il presidente 'ritiene che il diritto di scegliere di una donna sia importante', ha certificato anche la portavoce di Biden, e 'il papa ha parlato diversamente'. Ma, come ha spiegato Massimo Faggioli, storico del cristianesimo italiano trapiantato negli Stati Uniti, 'papa Francesco e il Vaticano, pur mantenendo il tradizionale insegnamento cattolico sull'aborto, stanno tentando di proteggere, attraverso messaggi inequivocabili, l'accesso ai sacramenti per il cattolico Joe Biden dall'attacco dei vescovi statunitensi'. Il paradosso è 'quello di un Vaticano che, al fine di salvare la chiesa cattolica Usa dall'involuzione settaria in corso, deve proteggere dall'attacco dei vescovi Usa l'accesso ai sacramenti di un presidente cattolico eletto da un Partito democratico che negli ultimi anni si è radicalizzato in direzione libertaria sulla questione dell'aborto. La politica vaticana verso Biden è una questione di protezione della cattolicità della chiesa cattolica negli Usa, non un endorsement alle politiche di questa amministrazione'.

Secondo Thomas Reese, ad ogni modo, gesuita e giornalista statunitense, 'una cosa di cui (il papa e il presidente) non parleranno è se Biden può accedere alla comunion', ha affermato senza esitazioni. Questo è un colloquio che Biden può avere con il suo vescovo locale, il cardinale Wilton Gregory, arcivescovo di Washington. Francesco ha già spiegato che lui non negherebbe la comunione a nessuno. Padre Reese ricorda della visita di un Segretario di Stato statunitense in Vaticano: dopo un'ora a parlare di Medio Oriente e altri scenari globai, un offiale vaticano disse: 'Poi dobbiamo dire qualcosa sull'aborto nel comunicato stampa, e su di esso si concentrò l'attnzione dei mass media. Ma, puntualizza padre Reese, quello di venerdì non è l'incontro tra un pastore e un fedele, ma 'tra il presidente degli Stati Uniti e il papa, che è un influente leader mondiale'.

Prevedibilmente, insomma, si parlerà di politica estera. Ma anche su questo versante, il quadro è sfaccettato. La Casa bianca ha sottolineato che c'è grande sintonia su un ampio ventaglio di questini: la povertà, il contrasto al cambiamento climatico in vista del vertice di Glasgow, la lotta alla pandemia. E non c'è dubbio che rispetto alla presidenza Trump, l'agenda Biden sia più nelle corde del Vaticano di Bergoglio.

Ma nel corso degli ultimi mesi non sono mancate anche perplessità, non eclatanti ma profonde, da parte della Santa Sede. Basta leggere attentamente l'Osservatore Romano per accorgersene. Il dramma seguito al precipitoso ritiro dall'Afghanistan è stato commentato così: 'Stupisce che prima di decidere di abbandonare il Paese non si sia immaginato un simile, prevedibile scenario e non si sia fatto nulla per evitarlo. E sarebbe ancora più grave se una tale decisione fosse stata presa pur essendo consapevoli delle drammatiche conseguenze'. Il quotidiano della Santa Sede ha poi stigmatizzato, in prima pagina, il trattamento disumano dei migranti che hanno cercato di entrare negli Stati Uniti provenienti dal Messico. Poche settimane dopo il Segretario di Stato Pietro Parolin ha commentato con appresione la notizia di un accordo tra Stati Uniti, Australia e Regno Unito sui sottomarini a propulsione nucleare nell'oceano pacifico. Infine, vero elefante nella stanza, le relazioni con la Cina dividono Roma da Washington oggi non meno di quanto lo facessero negli anni di Trump. La divergenza è affiorata durante la visita del Segretario di Stato Antony Blinken. Non che la Santa Sede osservi acriticamente ogni movimento di Pechino, né ignora quanto sta avvenendo a Hong Kong o le minacce che potrebbero incombere su Taiwan. Ma è noto che il Palazzo apostolico ha faticosamente riallacciato il dialogo con la Repubblica popolare cinese, firmando nel 2018 uno storico accordo sulle nomine episcopali rinnovato nel 2020 nonostante le aperte critiche di Washington, mentre Biden, in questo in modo non significativamente diverso dai suoi predecessori, ha concentrato sull'ostilità con la Cina la propria politica estera, a rischio di mettere a repentaglio quel multilateralismo che pure ha fatto parte del suo programma elettorale.

Il Vaticano, tanto più con Francesco, non si farà trascinare in una nuova guerra fredda, fosse anche solo a parole. Punta sul multilateralismo per disinnescare i molti conflitti che punteggiano il mondo. Ritiene che tra paesi sviluppati e paesi poveri gli squilibri siano evidenti, e la pandemia non ha fatto che mettere in evidenza questa situazione. Il presidente degli Stati Uniti può essere un partner di questa visione o, invece, promuovere una nuova era di tensioni. E' su questo, ben più che sull'accesso all'eucaristia, che il vescovo di Roma intende testare le reali intenzioni del suo ospite.

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