La fase 2 di Francesco: come Enea, abbandonare la città distrutta e salire sui monti

(Photo: Vatican Pool via Getty Images)

La fase 2 per Francesco non è il ritorno alla fase 1. Non è il ritorno al mondo produttivo di prima. Sia esso economico, con la sua produzione di scarti umani  di rifiuti inquinanti. Sia esso ecclesiale, con le sue consolidate modalità.

Francesco è preoccupato. E lo confida in un’intervista pensata per le nazioni anglosassoni su cui si sta abbattendo la furia del coronavirus, concessa al suo biografo Austen Ivreigh, e pubblicata in italiano da La Civiltà Cattolica

“Penso alle mie responsabilità attuali e nel dopo che verrà”, dichiara Francesco. “Quale sarà, in quel dopo, il mio servizio come vescovo di Roma, come capo della Chiesa? Quel dopo ha già cominciato a mostrarsi tragico, doloroso, per questo conviene pensarci fin da adesso. Attraverso il dicastero per lo Sviluppo umano integrale è stata organizzata una commissione che lavora su questo e si riunisce con me”.

Ecco Papa Francesco ha organizzato una task force e pensa a un futuro “tragico e doloroso”, e confessa che “sta vivendo questo momento con molta incertezza. È un momento di molta inventiva, di creatività”.

“Ogni crisi - sostiene Francesco -  è un pericolo, ma è anche un’opportunità. Ed è l’opportunità di uscire dal pericolo. Oggi credo che dobbiamo rallentare un determinato ritmo di consumo e di produzione (Laudato si’, 191) e imparare a comprendere e a contemplare la natura. E a riconnetterci con il nostro ambiente reale. Questa è un’opportunità di conversione”.

Aggiunge: “Sì, vedo segni iniziali di conversione a un’economia meno liquida, più umana. Ma non dovremo perdere la memoria una volta passata la situazione presente, non dovremo archiviarla e tornare al punto di prima. È il momento di fare il passo. Di passare dall’uso e dall’abuso della natura alla contemplazione. Noi uomini abbiamo perduto la dimensione della contemplazione; è venuto il momento di recuperarla”.

 

Il filo conduttore dell’intervista sono le immagini di grandi classici della letteratura antica e moderna. Dai I promessi sposi di Alessandro Manzoni, la  cui storia si colloca nelle drammatiche vicende della peste del 1630 a Milano. Un romanzo zeppo di personaggi ecclesiastici: il prete codardo, don Abbondio, il santo cardinale, arcivescovo Borromeo, i frati cappuccini che si prodigano nel «lazzaretto».  Che fa al caso della Chiesa odierna e tra cui Francesco preferisce Fra Cristoforo al cardinale Borromeo .

Ma anche Dostoevskij. Mi permetto di dare un consiglio: è ora di scendere nel sottosuolo. È celebre il romanzo di Dostoevskij, Memorie del sottosuolo. Noi depotenziamo i poveri, non diamo loro il diritto di sognare la loro madre. Non sanno che cosa sia l’affetto, molti vivono nella dipendenza dalla droga. E vederlo può aiutarci a scoprire la pietà, quella pietas che è una dimensione rivolta verso Dio e verso il prossimo. Scendere nel sottosuolo, e passare dalla società ipervirtualizzata, disincarnata, alla carne sofferente del povero, è una conversione doverosa. E se non cominciamo da lì, la conversione non avrà futuro.” 

Tuttavia sono  soprattutto Virgilio e l’Eneide ad essere citati dal Papa . “L’Eneide - dice - che, nel contesto della sconfitta, dà il consiglio di non abbassare le braccia: “Preparatevi a tempi migliori, perché in quel momento questo ci aiuterà ricordare le cose che sono successe ora. Abbiate cura di voi per un futuro che verrà. E quando questo futuro verrà, vi farà bene ricordare ciò che è accaduto”.

L’intervista si chiude proprio con l’immagine di Enea, sconfitto a Troia, che “aveva perduto tutto e gli restavano due vie d’uscita: o rimanere là a piangere e porre fine alla sua vita, o fare quello che aveva in cuore, andare oltre, andare verso i monti per allontanarsi dalla guerra”. 

“È un verso magnifico: Cessi, et sublato montem genitore petivi. «Mi rassegnai e sollevato il padre mi diressi sui monti».È questo - conclude - che tutti noi dobbiamo fare oggi: prendere le radici delle nostre tradizioni e salire sui monti”.

 

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