Il Patto di stabilità torna a dividere l'Unione europea

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AGI - Era inevitabile: l'Unione europea torna a fare i conti con le sue contrapposizioni interne sul rigore fiscale. Ad aprire la strada al dibattito, dopo la ritrovata sintonia per fare fronte alla pandemia di Covid-19, è l'annuncio della Commissione europea del ritorno del Patto di stabilità e di crescita nel 2023. Dopo una pausa di due anni che ha permesso ai Paesi travolti dal Covid di poter reagire senza badare alla calcolatrice. Il Patto di stabilità limita il deficit pubblico degli Stati Ue al 3% del Pil e il debito al 60%. Per il 2021 il deficit italiano, per fare un esempio, viaggia verso il 12% e il debito punta a quota 160%.      

"La clausola di salvaguardia generale del Patto di stabilità e crescita continuerà ad essere applicata nel 2022 e dovrebbe essere disattivata a partire dal 2023" ma "si continuerà a tener conto delle situazioni specifiche dei Paesi". Si legge nel pacchetto economico di primavera della Commissione europea. L'intenzione è di evitare un pieno ritorno al passato ma il dibattito sul come farlo sarà tutt'altro che sereno. Da una parte i Paesi più stretti nei conti vorrebbero una rivoluzione fiscale. Dall'altra, rigoristi (falchi o frugali) vorrebbero rimettere in sesto i bilanci.

 "L'Europarlamento vuole una riforma, perché l'abbiamo detto dall'inizio: gli strumenti di prima non sono quelli adeguati ad affrontare questa situazione. Tant'è vero che sono stati sospesi. Se fossero stati adeguati non sarebbero stati sospesi. Li abbiamo sospesi perché non li riteniamo utili. Pensare che dal primo gennaio 2023 quegli strumenti ritornino come li abbiamo conosciuti credo che sia sbagliato", è il parere del presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, che invita a buttare giù ogni tabù sul futuro fiscale dell'Unione.     

Da Berlino però arrivano opinioni diverse. Il potenziale successore della cancelliera Angela Merkel, Armin Laschet, ha detto chiaramente di essere favorevole al ritorno del Patto di stabilità. "Quelle regole sono state sospese a causa della crisi sanitaria, che ha richiesto meccanismi di emergenza anche in Germania. Vista la situazione attuale è una buona soluzione", ha spiegato il candidato della Cdu in un'intervista al gruppo di stampa tedesco Funke. "In futuro, penso che la stabilità sia importante per l'Europa e per la moneta europea. Ecco perché sarà necessario tornare ai criteri di stabilità", ha detto il candidato dei cristiano-democratici.

"Una politica del debito incontrollabile sarebbe dannosa per la Germania e per l'Europa, indebolirebbe l'euro e non sarebbe durevole, in tutta onestà", ha avvertito Laschet, costretto a badare anche agli umori elettorali che vedono la sua formazione in difficoltà, tallonata dai Verdi. E dello stesso avviso è anche l'ex ministro delle Finanze e attuale presidente del Bundestag, Wolfgang Schaeuble, che non solo sposa il ritorno alle vecchie regole di bilancio ma boccia anche gli eurobond su cui Bruxelles vorrebbe costruire la nuova Ue

Indipendentemente dell'esito elettorale in Germania, a Bruxelles non sarà facile stravolgere le regole fiscali. E lo sa bene il commissario all'Economia, Paolo Gentiloni. Resterà deluso chi spera di vedere stracciati i trattati europei che hanno introdotto il rigore fiscale. "E' molto complicato dal punto di vista politico, perché i trattati si modificano, tranne in alcuni rarissimi casi, all'unanimità. In secondo luogo, non è un problema della Commissione, che è la guardiana dei trattati", ha spiegato Gentiloni in un colloquio con Tito Boeri al Festival dell'Economia di Trento. Ciò che la Commissione invece potrebbe, e vorrebbe, fare è cambiare le regole di applicazione del Patto.     

"Le regole, anche legislative, che sono in vigore per l'attuazione di questi obiettivi possono essere cambiate e a mio parere devono essere cambiate", ha confermato l'ex premier italiano. "Sarà oggetto di discussione dei prossimi mesi con l'obiettivo di renderle più adeguate al contesto in cui ci troviamo: bassi tassi interesse, alto debito, enorme bisogno di investimenti pubblici", ha spiegato l'ex premier. "E' anche un'esigenza di rendere queste regole comuni credibili, applicabili, perché non possiamo passare i prossimi anni a provare delle modalità per bypassare le regole comuni perché non sono applicabili", ha aggiunto.      

"L'ambiente in cui ci troviamo è diverso, per molti aspetti, dall'ambiente in cui furono concepiti i trattati di Maastricht. All'epoca i tassi d'interesse erano mediamente del 4%. Oggi abbiamo dei tassi d'interesse che sono incomparabili. Il debito dei Paesi era all'epoca in media del 60% e quindi quel tetto non è che abbia una teoria economica alle spalle, era sostanzialmente l'identificazione della situazione di allora. Adesso i tassi d'interesse sono o negativi o molto molto bassi. Quanto al debito, nell'eurozona il debito medio quest'anno sarà del 102%. Quindi a un livello molto più alto, con alcuni Paesi, tra cui il nostro, con livelli ancora più alti", ha spiegato Gentiloni.

Inoltre, "noi abbiamo un'esperienza dopo la crisi finanziaria di un graduale abbassamento del livello degli investimenti pubblici netti che nel corso degli anni è arrivato a zero. E questo non ce lo possiamo permettere. Se prendiamo sul serio le cose di cui parliamo, è chiaro che dobbiamo avere una mole enorme di investimenti privati, però una parte di tutto questo lavoro di cui parliamo, la transizione ambientale, la competitività digitale, la resilienza, ha bisogno di un livello di investimenti pubblici molto consistente nei prossimi anni", ha concluso. L'intenzione insomma c'è. Bisogna solo convincere gli altri Stati.