Il Pd a Conte: "Basta Casalinate"

Zingaretti/Conte (Photo: ANSA)

Smontare la “casalinata”, come la chiamano dalle parti del Pd, e imporre un metodo. Il riferimento è a Rocco Casalino, regista della comunicazione di Giuseppe Conte. Eccolo il cambio di passo di Nicola Zingaretti e delle sue truppe che battono i pugni e rivendicano l’orgoglio. “Siamo o non siamo il primo partito della maggioranza nei sondaggi?”. Insomma, se gli Stati generali per l’economia si dovranno fare, non potranno essere confezionati come l’ennesimo spot dove la coreografia di Villa Pamphilj fa premio su tutto.

È il sequel della giornata di ieri, del processo a Giuseppe Conte, reo di avere annunciato l’evento senza essersi consultato con gli attori protagonisti della coalizione. Si riparte da qui. Dal monito di Andrea Orlando al Tg4:  “Servono fatti, evitiamo improvvisazioni”. L’obiezione del vice segretario ”è sulla modalità, non ci convinceva l’idea che lunedì si chiamassero gli Stati generali senza prima definire la proposta del governo e dire come vogliamo spendere i soldi dell’Ue. Voglia evitare una falsa partenza”. Dal tweet di Pierluigi Castagnetti, l’ex democristiano che è voce assai ascoltata dai democratici, ma soprattutto dall’alto Colle: “Andate in un convento due giorni, tutto il Consiglio dei ministri, uscitene con una bozza di piano, senza bandierine dell’uno o dell’altro, poi parlatene in modo corretto con le opposizioni e, distintamente, con le categorie. Subito. Risparmiateci la menata degli #Statigenerali”. Dalle parole pronunciate dal capogruppo al Senato Andrea Marcucci: “Lavoriamo insieme, rinunciando a passerelle, spot, eventi improvvisati”

Il metodo, dunque, che ai tempi del Covid-19, del lockdown, non c’è stato perché ha prevalso “una sorta di monarchia”, dovuta all’emergenza. Al Nazareno l’insofferenza è diffusa perché siamo entrati in una nuova fase. E allora i parlamentari di Zingaretti sono alquanto agitati, si aggirano in Transatlantico nel giorno del voto finale sul Decreto Scuola più che infuriati. I mugugni prevalgono sui sorrisi. “Basta con le Casalinate”, è l’accusa che rimbalza di capannello in capannello nel cortile di Montecitorio e che è rivolta al portavoce dell’inquilino di Palazzo Chigi. L’avviso a Conte è forte e chiaro: “Amico caro, la fase richiede una coalizione, non servono one man band”. Matteo Orfini la mette così: “Gli Stati generali si fanno quando stai all’opposizione, non quando governi”.

Già, gli Stati generali dell’economia, “il progetto di rinascita”, annunciato in pompa magna dall’avvocato del popolo e che quest’ultimo avrebbe voluto far partire già lunedì invitando le parti sociali, le opposizioni, le eccellenze  per stendere il modello di Paese dei prossimi dieci anni. “Non si fanno le cose così, senza studiare, senza approfondire. E soprattutto come spenderemo le decine di miliardi che arriveranno dall’Europa?”. Non a caso un ministro del Pd fa filtrare un ragionamento che suona così: “Nicola (Zingaretti ndr.) chiede che il confronto con le parti sociali sia serio. Noi siamo un partito, non un comitato elettorale”.

Da qui la presa di posizione dei democratici, che fin qui si sono distinti per non avere posto bandierine, per non avere alzato il dito. E non si sono lamentati più di tanto, nemmeno dell’utilizzo “singolare” delle conferenze stampa da parte presidente del Consiglio. “Ma ora – sbottano – ci vuole concretezza, ci giochiamo il futuro degli italiani, ci sono oltre 100 miliardi da spendere e non si può il tutto ridurre a un seminario”.

Zingaretti ha riunito i vertici di prima mattina. In videoconferenza il segretario del Pd si è confrontato con i capigruppo di Camera e Senato, Graziano Delrio e Andrea Marcucci, con il vicesegretario Andrea Orlando e con i ministri dem. All’ordine del giorno proprio i famosi “Stati generali per l’economia”. Morale della favola: dopo oltre un’ora e mezza di videochat in cui a detta degli spin il clima sarebbe stato sereno senza alcun processo a Conte, “anzi noi lo difendiamo, noi siamo realisti e le cose gliele diciamo”, filtra un dispaccio come “fonti Pd”. Che recita: “Non è emersa alcuna volontà di contrapposizione con il Presidente Conte. Piuttosto è stata confermata l’esigenza di costruire da subito un percorso per affrontare in maniera adeguata le grandi sfide economiche e sociali che abbiamo dinnanzi ma che sia un percorso serio e concreto”. E ancora: “Siamo favorevoli dunque all’apertura di un processo che coinvolga appieno realmente e non in maniera superficiale le migliori energie produttive, sociali e intellettuali italiani”. Con una postilla che è rivolta al presidente del Consiglio: “Allargando su questo, il confronto a tutte le forze politiche democratiche disponibile”. Tradotto: le opposizioni devono essere ascoltate seriamente, non a giochi fatti, dopo avere scritto il Recovery Plan.

La sintesi è che il Pd non intende aprire un processo a Conte, ma imporre un metodo al presidente del Consiglio. Dalle parti di Palazzo Chigi il messaggio è arrivato forte e chiaro. I democratici non intendono certo fermarsi, monitoreranno. Lunedì mattina alle 11 Zingaretti riunirà la direzione. Ordine del giorno: la situazione politica, economica e sociale del Paese. Nell’attesa il presidente del Consiglio tace, non replica. Ma qualcuno dice che non ha nessun timore di cadere. Come se volesse ostentare sicurezza. Detto questo, l’avvocato del popolo lavora alla Fase 3, esamina i dossier che dovrà affrontare nei prossimi giorni: dal decreto semplificazione al piano delle riforme con cui arrivare pronti per il pacchetto di aiuti europei. Un piano che dovrebbe fungere da cornice degli Stati Generali per l’economia che si apriranno mercoledì o giovedì a Villa Pamphilj. Top secret la lista completa degli invitati. Tuttavia, assicurano, i primi incontri saranno “interlocutori”. Di ascolto. Non a caso a sera un ministro ammette: “Il percorso può durare anche un mese”.

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