Il Pd difende le primarie e alle amministrative non vuole alleanze "in vitro"

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AGI - Nessun timore per i dati delle primarie: quanto si è visto a Torino, domenica, non è paragonabile a quanto si vedeva nell'era pre-Covid. È questa la ragione che porta i vertici del Partito Democratico a un cauto ottimismo su quanto si sta osservando in questa fase di consultazioni per scegliere i candidati alle amministrative. Un ottimismo che riguarda anche il caso di Roma dove, si confida, la scelta dei candidati nei 15 municipi trascinerà i dati della partecipazione ai gazebo.

Primarie e Covid

"E' già stato un miracolo vedere quelle persone andare a votare a Torino, con il caldo che faceva e con il timore, ancora vivo, del virus", viene sottolineato da un dirigente di prima fascia. Nessun timore per l'affluenza, dunque. Neanche per quello che riguarda la costruzione di una coalizione ampia di centrosinistra, che appare sempre di più come il passaporto per il secondo turno.

Ogni territorio fa storia a sè

Le difficoltà dei rapporti fra dem e Cinque Stelle in città come Torino e Roma, viene spiegato, non devono far pensare che ci sia un doppio standard seguito dal partito. Piuttosto, si tratta della conferma che ogni territorio fa storia a sè. Certo, a Torino Stefano Lo Russo, candidato di orientamento centrista, è arrivato primo, con un vantaggio minimo dal diretto inseguitore Fracesco Tresso, sulla carta più accettabile da sinistra e Cinque Stelle.

Lepore a Bologna

Ma questo non significa che ci si trovi davanti a un disconoscimento della linea del segretario Letta. Ne sarà prova, viene spiegato ancora, il fatto che a Bologna il candidato Matteo Lepore, sostenuto anche dai Cinque Stelle, sarà con ogni probabilità lo sfidante delle destre alle comunali, "è sostenuto dal 90% del partito". Insomma, una cosa è la linea politica che vale per tutti e indica di lavorare all'unità del centrosinistra; altra cosa è l'alleanza con il M5s, "consigliata ma non obbligatoria".

Il peso delle correnti

L'errore che viene fatto in queste ore, sottolinea un deputato dem, è pensare che nelle città, in questa tornata elettorale, si possa ragionare come a Roma, per correnti. In realtà, nei territori, le correnti pesano molto meno che a Roma. L'esempio offerto è quello della Puglia nel 2016, "quando l'allora minoranza dem vinse contro il candidato della maggioranza renziana che, allora, controllava il 70-75% degli organi del partito".

No alleanze in vitro

Dunque, per dirla con un esponente della segreteria: "Non si fanno le alleanze in vitro, si fanno dove è possibile farle". Parole che sembrano mutuate direttamente da quelle pronunciate dal leader in pectore del M5s, Giuseppe Conte: "A Napoli il dialogo sta dando frutto e ha generato un'importante proposta, ma dove non è possibile non dobbiamo stracciarci le vesti, perchè le fusioni a freddo calate dall'alto non funzionano".

Base Riformista si allinea

Una posizione condivisa anche da Base Riformista, l'area che guarda a Lorenzo Guerini e Luca Lotti: "C'è una riflessione iniziale da fare, in particolare su come la pandemia incida su uno strumento come quello delle primarie", dice il senatore del Pd e coordinatore nazionale di Base Riformista, Alessandro Alfieri: "La gente fatica a tornare alla normalità, soprattutto per quello che riguarda la partecipazione politica, e questo è un tema che dobbiamo porci", aggiunge.

La corsa comincia ora

Sul tema delle alleanze, Alfieri sottolinea che "è difficile fare valutazioni complessive, ogni territorio ha una storia a sè, è un tema che non va forzato pensando di calare uno schema uguale per tutti. Non ci sono pregiudizi. Ci sono invece le condizioni per lavorare a livello nazionale così da arrivare alle alleanze per il 2023, con cautela e gradualità, e con attenzione anche alla fase di evoluzione che sta vivendo il M5s con Giuseppe Conte. Ora però più che sugli schieramenti concentriamoci sul sostegno convinto ai nostri candidati". 

Il pallottoliere dem

Da questo punto di vista il pallottoliere in mano ai dirigenti dem parla di 7 capoluoghi di provincia su 14 al voto in cui l'alleanza fra centrosinistra e Cinque Stelle è già realtà. Ci sono poi i restanti 112 comuni in cui lavorare. Numeri di per sè confortanti, dato che nel 2016 si perse in città importanti come Roma e Torino proprio per l'assenza di questi accordi. A Roma, ad esempio, il candidato Roberto Giachetti correva contro il resto del centrosinistra che aveva espresso, tra gli altri, Stefano Fassina.

La sfida di Roma

A Torino, il sindaco del Pd uscente Piero Fassino se la vedeva con l'altro candidato della sinistra, Giorgio Airaudo, con il risultato che tanto Roma quanto Torino andarono ai Cinque Stelle. Da questo punto di vista, il Pd ha fatto dei passi avanti, che non mettono ancora in sicurezza il risultato, ma che spingono all'ottimismo, anche dove la sfida è - sulla carta - più complicata. A Roma, ad esempio, rimane l'incognita dell'apparentamento con il M5s, che oggi sembra lontano: "Ci misureremo dopo il primo turno, vedremo come si metterà. Ma siamo convinti di vincere", dice un esponente dello stato maggiore dem. 

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