Il pediatra Villani (ex Cts): "Più benefici che rischi anche per i bambini. Il vaccino è risolutivo"

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Getty (Photo: Getty)
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“Non vaccinerò mia figlia, perché credo che il rapporto rischi-benefici su una bambina di 5 anni non pende dalla parte del beneficio. La possibilità che un ragazzo da 0 a 19 anni muoia di Covid, numeri alla mano, è identica a quella di chi muore colpito da un fulmine”. Stamattina, in un’intervista alla Stampa, la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni è stata molto chiara sul vaccino ai bambini: “Nessuno può dire che non ci siano rischi per chi ha meno di 18 anni nel medio e lungo termine”.

La leader di Fratelli d’Italia ha ragione? Lo abbiamo chiesto al professor Alberto Villani, direttore del dipartimento emergenza accettazione pediatria generale dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, già presidente della società italiana di pediatria e membro del Comitato Tecnico Scientifico per la lotta al Covid.

Professore, è vero che per un bambino il vaccino porta più rischi che benefici?

“Le rispondo con i dati che arrivano dagli Stati Uniti. In un caso su 10.000 contagiati in questa fascia d’età c’è un decesso. 6 finiscono in terapia intensiva, e in 65 casi c’è il ricovero in degenza ordinaria in ospedale. Per non parlare di un 7% di positivi che sono affetti da forme di long-covid (cioè tutti quei disturbi che possono persistere anche mesi o anni dopo la fine della positività al virus, ndr)”.

Se traslassimo questi numeri in Italia?

“Da noi ci sono 3,6 milioni di soggetti che fanno parte della fascia d’età tra i 5 e gli 11 anni, cioè quella interessata dalla campagna vaccinale. Se tutti contraessero l’infezione, rischieremmo 360 decessi, 2.160 terapie intensive, 23.400 ricoveri ordinari e 216.000 soggetti a long-covid. È un esercizio didattico, quello che ho appena fatto, ma molto realistico. Se questi fossero i dati, si capisce perché il vaccino è necessario per chi è in età evolutiva. Anche in Italia, oltre ad alcuni dolorosissimi decessi, abbiamo avuto bisogno di ricoverare bambini in terapia intensiva. Il mio consiglio è di vaccinare chi ha tra i 5 e gli 11 anni e, appena sarà disponibile, procedere con il vaccino per la fascia d’età tra 6 mesi e 4 anni”.

Rispetto a quello di un adulto, come reagisce l’organismo di un bambino al vaccino?

“Intanto mi lasci dire che la campagna appena iniziata sta andando molto bene, oltre le più rosee previsioni. Sia genitori che bambini sono contenti e motivati, anche se questa non è proprio una sorpresa per chi fa il pediatra. Comunque, gli organismi dei più piccoli reagiscono molto bene, tanto è vero che vengono fatti moltissimi vaccini anche sulle donne in gravidanza. Questo la dice lunga sull’eccezionale tollerabilità e sicurezza del vaccino. Non dimentichiamoci, inoltre, che i bambini vengono vaccinati da sempre. I figli di madri positive all’epatite vengono addirittura vaccinati già alla nascita. Alcuni sieri vengono somministrati entro il secondo mese di vita. Tutti gli altri vengono fatti a partire dal 61esimo giorno di vita e così via. In sostanza, i bambini rispondono molto bene, anche se appena nati, alla vaccinazione. Da sempre”.

Nei prossimi mesi ci sarà bisogno di ulteriori dosi anche per loro?

“Per ora è previsto il ciclo originario: prima dose e seconda di richiamo a 21 giorni. In futuro non so ancora darle certezze: tutto dipenderà dall’andamento della pandemia in Italia e nel mondo. Una cosa è certa: che la situazione sarà sotto controllo con più persone possibili vaccinate, anche tra i bambini. Certo, se tutti quelli che non hanno ancora deciso di vaccinarsi lo facessero, questa sarebbe una maggiore tutela anche per i più piccoli. L’unico fattore che non ci fa stare tranquilli, ad oggi, è proprio questo: che c’è ancora tanta gente non vaccinata”.

Il vaccino ai bambini sarà decisivo nella sconfitta della pandemia?

“Sarà un importante tassello nel mosaico. La politica nella lotta al virus che abbiamo portato avanti in Italia, che viene citata all’estero come una delle più virtuose – dall’Economist, dalla Merkel – perché oggettivamente è stata la migliore, ha fatto quello che si doveva fare: si è provveduto prima di tutto a vaccinare i soggetti a maggior rischio. Gli anziani erano quelli che rischiavamo di più di morire e di avere conseguenze gravi. Siamo finalmente arrivati ai più giovani. Si ricorda quante polemiche – anche in Germania, dove poi si sono pentiti e ora vaccinano a tutto spiano – sulle somministrazioni agli adolescenti?”.

Per fortuna il tempo ci ha dato ragione.

“Esattamente. In Italia è stato risolutivo – ripeto: risolutivo – vaccinare i ragazzi sotto i 18 anni. Un contributo fondamentale per una minor circolazione del virus nel nostro paese e non solo: perché in quella fascia d’età, grazie al vaccino, si è anche ridotta la diffusione della sindrome infiammatoria multisistemica (MIS-C), una condizione rara che colpisce diversi organi e può portare a febbre elevata, disturbi gastrointestinali (dolore addominale, nausea e vomito), sofferenza miocardica con insufficienza cardiaca, ipotensione, shock e alterazioni neurologiche. Ad esserne colpiti sono soprattutto gli adolescenti. A questo punto, speriamo di poter procedere presto con la vaccinazione della fascia d’età che va dai 6 mesi ai 4 anni. Forse già ad inizio 2022”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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