Il pericoloso batterio degli ospedali che resiste agli antibiotici

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Il suo nome è Klebsiella pneumoniae, è un batterio e normalmente vive nell’intestino senza essere causa di particolari problemi o disturbi per l’organismo. Se però le difese immunitarie si abbassano - e si diventa quindi immunodepressi - la situazione può complicarsi. Il batterio infatti può creare infezioni ai polmoni o al sangue e al cervello, determinando polmoniti nel primo caso e meningiti nel secondo. Purtroppo i casi, negli ultimi dieci anni, sono aumentati: alcuni ceppi della Klebsiella prenumoniae hanno sviluppato resistenza a un tipo di antibiotici usati solo negli ospedali - i carbapenemi -, e utilizzati per curare infezioni per le quali altri farmaci sono inutili. I dati europei dicono che i morti da infezione procurata dal batterio erano 341 nel 2007 e sono stati 2094 nel 2015.

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La questione ospedale è centrale, in questa vicenda. Essendo luoghi in cui ci sono persone con problemi di salute, virus e batteri proliferano. Le precauzioni non mancano certo, ma l’immunodepressione può lasciare sempre la strada aperta a infezioni di ogni tipo. E l’adattamento della Klebsiella pneumoniae agli antibiotici rappresenta un bel problema.

Lo scorso 29 luglio Nature Microbiology ha pubblicato uno studio effettuato da un team di ricercatori internazionali, che ha analizzato il DNA dei diversi ceppi di Klebsiella pneumoniae individuati in oltre 200 ospedali tra Europa e Israele, e resistenti agli antibiotici. Lo studio ha rilevato che molti di quei ceppi si sono formati nell’Europa meridionale - l’Italia è piuttosto coinvolta - e orientale. Si ipotizza che ciò sia accaduto per un eccessivo uso di antibiotici nel trattare le infezioni batteriche.

“Klebsiella pneumoniae si sta trasformando in un problema di salute pubblica”, ha dichiarato a Repubblica Gian Maria Rossolini, microbiologo dell’Università di Firenze e dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi, che è parte del team di ricerca sulla questione. Rossolini ha aggiunto che quando una persona immunodepressa viene infettata da un ceppo resistente ai carbapenemi restano poche opzioni terapeutiche e comunque meno efficaci e più tossiche. La mortalità aumenta, con un tasso che supera il 50%.

La soluzione, per ora, è in un attento monitoraggio da parte degli ospedali sulla diffusione di casi di infezioni: se ci sono, vanno comunicate. Alla fine del 2017 in Italia il Governo e le Regioni avevano approvato il Piano nazionale di contrasto dell’antimicrobico-resistenza, riguardante non solo solo le resistenze agli antibiotici ma anche agli antifungini, agli antivirali e agli antiparassitari. Il piano, secondo Rossolini, ha permesso di interrompere l’aumento del numero di nuove resistenze. Tuttavia, la Klebsiella pneumoniae può effettuare la “coniugazione batterica“, cioè scambiare porzioni del proprio DNA con altri batteri, anche di altre specie, trasferendo a tutti la propria capacità di resistenza ai carbapenemi.