Il piano di Trump per risolvere il conflitto israelo-palestinese

cecilia scaldaferri

Due Stati, parte della Cisgiordania a Israele, Gerusalemme "capitale indivisa" e un tunnel per collegare Cisgiordania e Gaza. È la "pace americana", immaginata dal presidente Usa, Donald Trump, che ha presentato l'atteso "piano di pace" per il Medio Oriente sul quale da tre anni lavora la sua amministrazione (in primis, il genero Jared Kushner).

Trump ha parlato di giornata storica, un'opportunità da cogliere, "potrebbe essere l'ultima", per intraprendere un percorso realistico verso la pace che renda più sicura e ricca la regione mediorientale. Accanto a lui, il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, raggiante, ha ringraziato Trump, "il miglior amico che Israele abbia mai avuto alla Casa Bianca".

Ma i palestinesi sono infuriati. Il presidente dell'Anp, Abu Mazen, ha invitato a "resistere in tutte le forme". Hamas e Fatah, le due principali fazioni palestinesi, hanno deciso per una volta di fare fronte comune. "Gerusalemme resterà capitale indivisa dello Stato d'Israele", ma ci sarà uno Stato palestinese, "demilitarizzato" e "contiguo", con "una capitale a Gerusalemme Est dove gli Stati Uniti apriranno orgogliosamente un'ambasciata", ha assicurato Trump, promettendo ai palestinesi che il territorio a loro disposizione "verrà più che raddoppiato", ci sarà un "congelamento delle colonie israeliane per 4 anni", un periodo di tempo che potrà essere utilizzato per "negoziare un accordo con Israele".

Il tunnel tra Cisgiordania e Gaza

Un tunnel collegherà Cisgiordania e Gaza, ha spiegato ancora il presidente,"nessuno, né israeliani né palestinesi, verrà sradicato dalle proprie abitazioni", mentre la sicurezza dei confini sarà affidata a Israele, con i palestinesi che avranno forze di polizia per la gestione interna.

Accusato da giorni di aver preparato un piano il più favorevole mai visto prima per Israele, l'inquilino della Casa Bianca si è presentato con quello che ha definito "un grande accordo per i palestinesi, un'opportunità storica perché raggiungano un loro Stato". La sfida è quella della "coesistenza pacifica", ha sottolineato Trump, esortando i palestinesi a coglierla in vista di uno Stato indipendente: "meritano una vita migliore" e questo piano è "vantaggioso per entrambi". Per averlo, però, dovranno sottostare a una serie di condizioni, tra le quali "porre fine alle attività maligne di Hamas e della Jihad Islamica, all'incitamento alla violenza contro Israele, e mettere fine in maniera permanente ai finanziamenti al terrorismo".

"Non chiederemo mai a Israele di scendere a compromessi sulla sua sicurezza", ha scandito il presidente americano. A delineare meglio il quadro ci ha pensato il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, presente alla Casa Bianca con la moglie Sarah, insieme a decine di ospiti, tra cui Jared Kushner e Ivanka Trump ma anche gli ambasciatori di Oman, Bahrein ed Emirati arabi uniti (questi ultimi hanno ignorato l'appello della dirigenza palestinese a non presentarsi in segno di protesta contro il progetto dell'amministrazione Usa). 

La questione dei palestinesi della diaspora

Netanyahu ha spiegato che i rifugiati palestinesi della diaspora non avranno diritto al ritorno, i palestinesi dovranno riconoscere Israele come Stato ebraico, e "verrà applicata la legge israeliana sulla Valle del Giordano, su tutte le colonie in Cisgiordania e su tutte le aree che il piano designa come parte di Israele". Il premier è apparso raggiante, del tutto incurante del fatto che, poche ore prima, in Israele, il procuratore generale Avichai Mandelblit, ha presentato formalmente al tribunale di Gerusalemme la sua incriminazione per corruzione, frode e abuso di fiducia in tre casi.

"Il piano offre ai palestinesi un percorso per uno Stato futuro. So che potrebbe volerci molto tempo, ma se sono genuinamente pronti a fare la pace, Israele ci sarà; è pronta a negoziare la pace. Spero che i palestinesi lo accettino", ha aggiunto il premier, che domani sarà a Mosca per presentare di persona il piano al presidente russo, Vladimir Putin. La reazione dei palestinesi è stata quella attesa, di rabbia e rifiuto, e per la prima volta da molti anni il fronte è stato unito, con Hamas e Fatah insieme.

Per il Movimento islamico che governa a Gaza si tratta di un piano "insensato": "Non accetteremo alcun surrogato di Gerusalemme come capitale dello Stato palestinese", ha fatto sapere Hamas, promettendo di "resistere in tutte le forme". Intanto a Ramallah manifestanti sono scesi in strada per protesta, bruciando foto di Netanyahu e di Trump. E anche in Israele il piano della Casa Bianca ha suscitato reazioni contrastanti. Il ministro della Difesa israeliano Naftali Bennett, ha accolto con soddisfazione la prospettiva di un allargamento della sovranità dello Stato ebraico su "tutti gli insediamenti" in Cisgiordania, tuttavia ha avvertito che non permetterà al governo israeliano "in alcuna circostanza" di "riconoscere uno Stato palestinese".

Da parte sua, il leader della sinistra laburista, Amir Peretz, ha sostenuto che Netanyahu, alla guida di un governo ad interim e a poco più di un mese da elezioni cruciali per il Paese, non ha la "legittimità" per fare alcuna mossa diplomatica, rinviando il tema a dopo il voto. Caute le prime reazioni dalla comunità internazionale con Mosca che ha invitato le due parti a riprendere "negoziati diretti per raggiungere un compromesso accettabile", mentre da Londra il governo britannico ha sottolineato che il piano promosso dagli Usa "potrebbe essere un passo avanti".

Netto al contrario il ministro degli Esteri della Giordania, Ayman Safadi, che ha messo in guardia da "pericolose conseguenze" di fronte a "passi unilaterali di Israele, che minacciano di creare una nuova realtà sul campo".