Il "piano per la pace" di Trump agita il Medio Oriente

Cecilia Scaldaferri

Il piano di pace Usa per il Medio Oriente è atterrato nella regione come una bomba, scatenando la rabbia dei palestinesi e l'esultanza della destra israeliana che preme sul governo per attuare subito l'annessione della Valle del Giordano e delle colonie ebraiche in Cisgiordania. In mezzo, la condanna della minoranza araba d'Israele e della sinistra israeliana che chiede negoziati diretti con i palestinesi, mentre Blu e Bianco di Benny Gantz, in vista delle elezioni del 2 marzo, cerca di smarcarsi senza perdere elettori, rinviando l'attuazione del piano a dopo il voto.

"Gerusalemme non è in vendita", ha tuonato il presidente dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), Abu Mazen, assicurando che "l'accordo di cospirazione non passerà, il popolo palestinese lo respingerà".

Nei Territori è stata indetta la "Giornata della rabbia" dopo che l'iniziativa dell'amministrazione Trump è riuscita nell'improbabile compito di riunire dopo anni Hamas e Fatah, allineati nella lotta contro il cosiddetto 'Accordo del Secolo'. Per Saeb Erekat, storico negoziatore palestinese, Washington ha "fatto un copia e incolla del piano di Netanyahu e dei coloni". "E' dal 2011 che sento questi dettagli", ha commentato, sostenendo che a perdere "l'opportunità del secolo", come Trump ha definito il piano, non sono i palestinesi ma "gli israeliani": "Quello di ieri è stato il ritiro formale americano-israeliano dall'accordo di Oslo. Dopo 25 anni di negoziati, è una giornata triste". Per Erekat lo Stato palestinese un giorno o l'altro vedrà la luce, "è un peccato quanti palestinesi e israeliani moriranno fino ad allora".

Tutt'altro clima in Israele dove la destra è in festa per quello che viene visto come un via libera di fatto dato dall'amministrazione Trump all'annessione della la Valle del Giordano e degli insediamenti ebraici in Cisgiordania, e fa pressioni perché il governo di Benjamin Netanyahu lo metta in pratica subito, prima delle elezioni del prossimo 2 marzo.

D'altra parte, la destra non ha fatto mistero di non avere alcuna intenzione di veder nascere uno Stato palestinese, come previsto, seppure con grandi limitazioni, dallo stesso piano di Washington. "Non permetteremo che il governo israeliano riconosca uno Stato palestinese in nessuna circostanza, neanche un millimetro di terra agli arabi", ha messo in chiaro il ministro della Difesa, Naftali Bennett, seguito dal ministro dei Trasporti, Bezalel Smotrich, che ha ribadito la totale opposizione a "qualsiasi tipo di sovranità araba sulla terra d'Israele". "Non accettiamo il programma americano ma ne prendiamo le parti buone", ha aggiunto il leader di Focolare ebraico. Ieri era stato lo stesso premier Benjamin Netanyahu da Washington ha suscitare le speranze dei colleghi di governo su un'annessione imminente, annunciando che la mozione sarebbe stata portata ai voti nella riunione del gabinetto di sicurezza gia' domenica per farla arrivare prima possibile in Parlamento.

Oggi però c'è stata una parziale retromarcia: il ministro del Turismo, Yariv levin, ha spiegato in un'intervista alla Radio militare che la questione non sarà discussa a giorni: un rinvio "tecnico", dal momento che serve tempo per preparare i documenti e bisogna attendere l'opinione del procuratore generale, Avichai Mandelblit, sulla possibilità che un governo ad interim possa attuare iniziative di una simile portata.

Parole che hanno provocato la dura reazione di Bennett che da Gerusalemme ha esortato il premier a non rinviare la questione: "Qualsiasi cosa posticipata a dopo le elezioni non avverra', lo sappiamo tutti". E ha anche annunciato di aver "istituito una squadra speciale per portare avanti l'attuazione della legge israeliana e della sovranità su tutte le colonie in Cisgiordania, sulla valle del Giordano e gli hotel attorno al Mar Morto". Per l'ex ministro della Giustizia, Ayelet Shaked, "Mandelblit non bloccherà una mossa storica, come applicare la sovranità d'Israele sulla Giudea e Samaria", termine biblico per la Cisgiordania; e inviti al leader del Likud a non perdere "la storica opportunita'" sono arrivati anche dal leader del partito ultraortodosso sefardita Shas, Aryeh Deri.

Il rinvio a dopo le elezioni è invece la posizione di Blu e Bianco che in una nota ha espresso sostegno al piano Usa, affermando che "è del tutto coerente con i principi di Stato e sicurezza adottati" dal partito. Il progetto "fornisce una base solida e praticabile per far avanzare un accordo di pace con i palestinesi, preservando allo stesso tempo gli accordi esistenti tra Israele, Giordania ed Egitto e consentendo la loro espansione ad altri Paesi della regione".

Tuttavia, per attuarlo, ha sottolineato il partito centrista, Israele ha bisogno di "un governo forte e stabile, guidato da un individuo in grado di dedicare tutto il suo tempo e le sue energie per garantire la sicurezza del Paese e il suo futuro", un chiaro riferimento al suo leader Benny Gantz, e non da "un imputato che deve affrontare gravi accuse di corruzione", Netanyahu, incriminato formalmente ieri dal procuratore Avichai Mandelblit.

Dal leader della sinistra laburista israeliana, Amir Peretz, è arrivato invece lo stop a qualsiasi ipotesi di passo unilaterale: "Determineremo il nostro destino tramite negoziati diretti con l'Autorità palestinese, che si concluderanno con un accordo che metterà in sicurezza uno Stato ebraico e democratico all'interno di confini sicuri per le generazioni future". La corsa all'annessione della Valle del Giordano e delle colonie è in ogni caso fuori discussione per un governo ad interim, ha aggiunto Peretz, puntando il dito contro la mancanza di legittimità.

Condanna netta da parte dei parlamentari arabo-israeliani che vedono il piano come un passo verso l'instaurazione di un regime di apartheid; sotto accusa in particolare l'ipotesi che alcune città arabe nel nord di Israele possano finire sotto la giurisdizione di un futuro Stato palestinese in cambio di territori per lo Stato ebraico. Un'idea promossa anni fa dal leader ultra-nazionalista Avigdor Lieberman, "inevitabile punto finale dell'agenda razzista di Trump e Bibi (Netanyahu), un via libera per revocare la cittadinanza di centinaia di migliaia di cittadini arabi", ha sottolineato il leader della Joint List, Ayman Odeh.