Il pragmatismo degli Emirati e la distensione con Turchia e Siria

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Mini Globe showing the Middle East. (Photo: abzee via Getty Images)
Mini Globe showing the Middle East. (Photo: abzee via Getty Images)

Stiamo assistendo a mutevoli dinamiche di potere in Medio Oriente e in questo contesto gli Emirati Arabi Uniti si mostrano estremamente pragmaticie puntano a normalizzare le relazioni con tutti i paesi arabi.Il piccolo, ma ambizioso Stato del Golfo sente di dover posizionarsi come mediatore politico nella regione fino ad offrirsi come peace maker per la Siria.

Gli Emirati sono diventati il primo paese del Golfo a riconoscere Israele lo scorso anno e sono stati coinvolti in molti conflitti dalla Libia allo Yemen. Per Abu Dhabi, essere l’unico stato a reintegrare nel mondo arabo Assad potrebbe creare consistenti opportunità finanziarie e commerciali, incluso un ambito porto mediterraneo. Ma potrebbe anche guadagnare un significativo capitale politico a livello globale, nonché alcuni obiettivi personali per la sua casa reale. Gli Emirati hanno obiettivi geopolitici oltre che economici. Vogliono ridurre l’influenza di Teheran e di Ankara sulla Siria e cercano di aprire dei canali di dialogo tra Damasco e Tel Aviv. Per questo la recente visita degli Emirati Arabi Uniti in Siria si è concentrata più su Ankara, Teheran, Mosca, Usa e Tel Aviv piuttosto che su Damasco.

Non è un caso che in questo autunno si registra un intenso e inusuale traffico diplomatico nella regione in particolare tra Abu Dhabi, Riyadh, Damasco, Il Cairo, Ankara e Teheran. Ankara sta cercando di attaccare i gusci dell’uovo di una politica estera andata in frantumi per la propaganda interna. Dopo il fallimento della sua politica estera esclusivamente funzionale alla propaganda interna e al rafforzamento del suo potere, Erdoğan sembra invertire la marcia e punta a ricucire le relazioni con tutti gli attori regionali.

Il 24 novembre, Mohammed bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti,fino a pochi mesi fa arcinemico del governo turco, ora tornerà a stringere la mano al presidente Recep Tayyip Erdoğan, dopo dieci anni di inimicizia tra i due paesi. La visita del principe emiratino MbZ in Turchia segnerà l’inizio di una nuova era dopo anni di ostilità durante i quali Ankara ha accusato gli Emirati Arabi Uniti di aver finanziato i golpisti del 2016 in Turchia e di aver minato gli interessi turchi in Libia.

Il governo turco era bloccato in una lotta regionale con gli Emirati Arabi Uniti dopo aver sostenuto le rivolte in diversi paesi della regione mediorientale nella cosiddetta “primavera araba. Ma l’attenzione di Washington ora rivolta all’Asia orientale, lontana dal Medio Oriente,e l’elezione del presidente degli Stati Uniti Joe Biden hanno segnato un punto di svolta che ha consentito il riavvicinamento dei due nemici regionali. Ad agosto, il consigliere per la sicurezza nazionale degli Emirati Arabi Uniti Tahnoun bin Zayed al Nahyan, fratello del principe ereditario, aveva incontrato il presidente Erdoğan per approntare una tabella di marcia per nuovi investimenti degli Emirati in Turchia. Abu Dhabi aveva pianificato di investire in questo paese almeno 10 miliardi di dollari. Negli ultimi anni vi era stato un crescente interesse della monarchia emiratina per l’industria della difesa turca con la sua promettente produzione indigena. L’Autorità per gli investimenti della piccola monarchia del Golfo e diverse società finanziarie degli Emirati sono da diverso tempo anche interessati al settore sanitario turco.

Lo sceicco Bin Zayed, che alcuni giorni fa aveva avuto un colloquiotelefonico con il presidente Erdoğan, ha molte carte in tasca, soprattutto quella economica: gli Emirati Arabi Uniti intendono aprire una rotta commerciale verso la Turchia attraverso un corridoio che passa per l’Iran. Il corridoio il trasporto sulla rotta Sharjah-Mersin, via mare, attraversa il Canale di Suez e richiede un tempo di percorrenza della durata di 20 giorni, mentre per il corridoio terrestre, che passerebbe per l’Iran, la durata sarebbe di 6-8 giorni. L’Iran ha già annunciato ufficialmente l’accordo per questo corridoio. E dunque, nella sua borsa, Bin Zayed porterà ad Ankara questo nuovo corridoio con diverse idee per investimenti da realizzare in Turchia. I rapporti tra Ankara e Abu Dhabi divennero tesi dopo il tentativo di colpo di stato del 15 luglio 2016 quando il governo turco accusò gli Emirati di aver finanziato i gülenisti ritenuti responsabili del tentato golpe; con l’ospitalità offerta recentemente al boss della mafia turca Sedat Peker, ma soprattutto a seguito dell’embargo imposto nel 2017 al Qatar, stretto alleato di Ankara, dal cosiddetto “quartetto arabo” costituito dall’Arabia Saudita, da Egitto, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, l’asse sunnita salafita/wahabita che si contrappone a quello della Fratellanza musulmana di cui i principali attori sono Turchia e Qatar.

Dopo più di tre anni di embargo politico, logistico ed economico, il 5 gennaio 2021, il Qatar ha di nuovo avviato relazioni diplomatiche formali con i paesi del “quartetto arabo” con l’apertura di tutte le rotte commerciali. L’occasione è stato il vertice del Gulf Cooperation Council (GCC) durante la cerimonia di apertura del 5 gennaio 2021. Il Kuwait, paese che nel corso della crisi diplomatica si eramolto speso come intermediario tra le due parti, dichiarò la fine dell’embargo. Il vertice fu l’occasione per le principali personalità di questi paesi,come Mohammad bin Salman, principe ereditario saudita, e Tamin bin Hamad al-Thani, sceicco del Qatar, per mostrare a tutto il mondo l’armonia ritrovata e ritagliarsi un’importante vetrina mediatica a livello mondiale e per le rispettive opinioni pubbliche. Anche l’Iran si congratu per l’avvenimento. La ripresa delle relazioni conDoha arrivò senza che quest’ultima onorasse alcuno dei 13 punti contenuti nell’ultimatum del 2017, come quello che prevedeva la fine del sostegno alla Fratellanza musulmana, considerata una organizzazioneterroristica messa al bando da tutti e quattro i Paesi coinvolti e quello che prevedeva l’allontanamento dalla sfera di influenza di Teheran, potenza rivale regionale.

La decisione di seppellire l’ascia di guerra contro il Qatar non è dunque stata determinata da un nuovo posizionamento di Doha nella regione, rimasta ancora vicina all’Iran, ma è dovuta sostanzialmente al crollo del prezzo del petrolio avvenuto nei primi mesi del 2020 a causa della pandemia di Covid-19. Inoltre l’accelerazione impressa al processo di distensione nel Golfo, risponde al desiderio di Riad di presentarsi come un partner credibile e dialogante nei confronti della nuova amministrazione Usa e di ricompattare il fronte arabo sui negoziati internazionali sul nucleare iraniano. Gli USA hanno plaudito alla ripresa del dialogo con un partner strategico nel Golfo come il Qatar che ospita circa 10.000 truppe statunitensi ad al-Udeid, una base aerea di importanza strategica per Washington nella regione.

E ancora. Mentre la Turchia in Siria prepara nuovi piani d’azione militare spingendo Russia e Stati Uniti a prendere nuove posizioni sul campo, nella speranza di ricevere un “via libera” per un possibile intervento militare anticurdo nel nord della Siria, il 9 novembre il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti Abdullah bin Zayed ha visitato Damasco dove ha incontrato il presidente siriano Bashar al-Assad e il ministro degli Esteri Faisal Mekdad, riavviando un dialogo bloccato dal 2011. Abu Dhabi si è offerta ad aiutare a stabilizzare e a ricostruire la Siria. Tra l’altro hanno stabilito di realizzare nelle campagne di Damasco un impianto fotovoltaico con una capacità di 300 megawatt. Questa visita segna una nuova soglia nel processo di normalizzazione che gli Emirati stanno compiendo passo dopo passo nella regione. La piccola monarchia del Golfo aveva mantenuto relazioni con Damasco a livello di incaricati d’affari dalla riapertura della loro ambasciata avvenuta il 27 dicembre 2018 e aveva teso una mano alla Siria quando nel 2020 scoppiò il Covid-19. Il 5 ottobre scorso, l’amministrazione degli Emirati Arabi Uniti si è congratulata con la leadership della Siria in occasione dell’anniversario della guerra arabo-israeliana del 1973 a cui prese parte assieme all’Egitto.

Intanto i media arabi scrivono anche che il re di Giordania avrebbe convinto Biden ad avviare relazioni con la Siria e dunque a sospendere l’applicazione del Caesar Syria Civilian Protection Act del 2019, noto anche come Caesar Act, una legge degli USA che sanziona il governo siriano, incluso il presidente Bashar al-Assad per crimini di guerra contro la popolazione siriana. Con questa legge voluta dal presidente Trump nel dicembre 2019 sono state sanzionate un certo numero di industrie siriane, comprese quelle relative alle infrastrutture, alla manutenzione militare e alla produzione di energia. Le sanzioni sono state estese anche a individui e a imprese che forniscono finanziamenti o assistenza al presidente Assad e dunque anche alle entità siriane e russe coinvolte nella guerra civile. La legge consente al Presidente degli Stati Uniti di rinunciare alle sanzioni se le parti si mostrano impegnate in negoziati significativi e se cessa la violenza contro i civili.

Ci sono due questioni principali che influenzano le valutazioni dell’amministrazione statunitense sulla Siria e sono l’Iran e Israele. In teoria, gli Emirati Arabi Uniti, che con gli Accordi di Abramo hanno avviato la normalizzazione delle loro relazioni con Israele, con il loroavvicinamento a Damasco, punterebbero a promuovere una iniziativa araba mirante a riportare l’Iran sull’asse israelo-americano. Inoltre, il dialogo russo-americano in corso in Siria da giugno e le valutazioni congiunte contro la presenza Iran-Hezbollah in Siria sulla linea Tel Aviv-Mosca potrebbero includere l’apertura di canali che interesserebbero Damasco. Non è un caso che il ministro degli Esteri siriano Faisal Mikdad ha avuto molti incontri bilaterali a New York, dove si era recato a settembre per le riunioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite ed è tornato con l’impressione che l’atteggiamento nei confronti della Siria fosse cambiato. Nel contempo, il favore di Amman a Damasco è importante in termini di “stabilimento di legittimità” nell’arena internazionale, mentre il ruolo degli Emirati ha la capacità di influenzare maggiormente i paesi arabi grazie al suo potere finanziario.

A queste iniziative sisommano gli sforzi dell’Egitto miranti ad assumere un ruolo di influenza in Siria contribuendo alla pacificazione, affermando una sua leadership regionale, e l’iniziativa dell’Algeria con la quale intende ottenere l’obiettivo della restituzione alla Siria del suo seggio nella Lega Araba. Il ministro degli Esteri algerino Ramtane Lamamra ha recentemente detto che è giunto il momento per la Siria del suo ritorno nella Lega araba e che la visita del ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti a Damasco aiuta a superare il conflitto inter-arabo. L’Algeria spera che entro nel prossimo vertice di marzo della Lega si raggiunga una decisione comune. Come si vede, c’è uno slancio nella regione per riportare Damasco nel cuore arabo.

Cosa muove queste dinamiche nel Medio Oriente?

Questi paesi vogliono che la Siria sia da considerarsi una questione araba per ridurre l’influenza turco-persiana vista come una ricostruzione di uno scenarioneo-imperiale. Se finora la rivalità conflittuale nel mondo arabo sembrerebbe aver aperto spazio a Turchia e Iran, ora osserviamo che la manovra, che è come un “test della potabilità dell’acqua”,praticata dagli Emirati Arabi Unitiè mirante ad invertire questa tendenza. Per questo diventa importante il ruolo di questo paese impegnato in un dialogo incrociato con tutti gli attori regionali.

Un altro motivo che fa mutare il teatro siriano è il seguente. Il progetto dei Fratelli Musulmani resiste ancoracon successo in Siria ed è considerato ancora pericoloso per i regimi arabi che lo avversano, mentre è stato distrutto da un colpo di stato in Egitto nel 2013, sconfitto politicamente in Tunisia e Marocco quest’anno e regredito in Libia nel corso degli anni. Dopo la Turchia, anche il Qatar, principale finanziatore dei Fratelli musulmani, paradossalmente non permette più a questa organizzazione di rafforzarela propria presenza politica all’interno del paese. L’Arabia Saudita rimane l’attore più scettico rispetto ad una diversa postura nei confronti della Siria anche se si intravedono segnali di un cambiamento nella posizione di Riyadh. È eloquente a tal proposito la foto opportunity che mostra il capo dell’intelligence dell’Arabia Saudita Şefi Hemeydan e il suo omologo siriano Hüssam Luko fianco a fianco all’Arab Intelligence Forum del Cairo, il 9 novembre scorso. Prima di decidere di ufficializzare un nuovo inizio con Damasco, l’amministrazione saudita attende gli sviluppi dei negoziati con l’Iran a Baghdad e le reazioni di questo dialogo nella regione dove è in corso un braccio di ferro con Teheran, soprattutto nello Yemen.

L’amministrazione siriana, d’altra parte, approfitta dell’ondata araba a suo favore ponendo come un “problema principale” la presenza della Turchia in Siria dopo tre operazioni militari e quella altrettanto minacciosa delle forze islamiste che sono sotto la protezione di Ankara, rifiutandosi di discutere la richiesta degli arabi dell’allontanamento dell’Iran nonostante la generale volontà di normalizzazione. Damasco si sente protetta da Teheran e non dimentica i drammatici momenti vissuti quando gli arabi sostenevano la ribellione contro il suo governo e l’Iran si mostrava suo alleato. Gli arabi, sono consapevoli delle preoccupazioni di Damasco e ritengono che questepossono essere risolte nel processo di normalizzazione avviato e non porrebbero come precondizione l’uscita dell’Iran dal paese. L’agenda dell’Iran è quella di rafforzare la “mezzaluna sciita” tra Libano, Palestina, Iraq e Siriae in tutti quei luoghi dove vi è una presenza sciita, ma questo mette a dura prova gli equilibri interni ed esterni della Siria. In questo difficile equilibrio la presenza russa si sta mostrando di fatto fondamentale.

L’Iran potrebbe tuttavia accogliere con favore l’apertura di un canale all’interno della Lega Araba dove far sentire la propria voce, grazie al rientro della Siria. Sebbene i riformatori in Iran sottolineino che i passi degli Emirati Arabi Uniti mirerebbero a rimuovere gradualmente l’Iran dalla Siria, i conservatori al potere la pensano diversamente. Ad esempio, il quotidiano Kayhan, controllato dal leader religioso Ali Khamenei, interpreta la normalizzazione dei rapporti di Damasco con l’Emirato come “l’asse della resistenza che va oltre ogni progetto pericoloso”. Il ministro degli Esteri iraniano Emir Abdullahiyan ha anche discusso delle relazioni bilaterali con il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti Abdullah l′11 novembre e ha descritto la sua visita a Damasco come un passo positivo che ridurrà le tensioni nella regione.

Stiamo assistendo a mutevoli dinamiche di potere in Medio Oriente, mail cambiamento più grande al momento è che non c’è più il potere americano nella regione e questo crea spazio per le potenze regionali le quali possono meglio realizzare i loro obiettivi.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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