Il precipizio della sinistra che nega l'esportabilità della democrazia

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KABUL, AFGHANISTAN - AUGUST 21: In this handout image provided by the Ministry of Defence, the British armed forces work with the U.S. military to evacuate 
eligible civilians and their families out of the country on August 21, 2021 in Kabul, Afghanistan. British armed forces have been evacuation UK citizens and eligible personnel out of the Afghan capital after the Taliban took control of the country last week. (Photo by MoD Crown Copyright via Getty Images) (Photo: Handout via Getty Images)
KABUL, AFGHANISTAN - AUGUST 21: In this handout image provided by the Ministry of Defence, the British armed forces work with the U.S. military to evacuate eligible civilians and their families out of the country on August 21, 2021 in Kabul, Afghanistan. British armed forces have been evacuation UK citizens and eligible personnel out of the Afghan capital after the Taliban took control of the country last week. (Photo by MoD Crown Copyright via Getty Images) (Photo: Handout via Getty Images)

Il punto non è se la democrazia sia esportabile, poiché che lo sia è stato ampiamente dimostrato da alcuni che mi ha preceduto nel dibattito su HuffPost di questa settimana. Il punto è come possa un luogo comune falsificatore, che lo nega, imporsi a una sinistra che pure dei valori democratici si senta custode. Il punto è capire in quale precipizio sia caduto, e come possa uscirne, un pensiero e un partito che si chiamino democratici e che, negando l’esportabilità della democrazia, contraddicono la loro stessa identità. E approdano al “razzismo” culturale - parole di Dacia Maraini sul Corriere della Sera - di “sostenere che ci sono popoli naturalmente portati alla tirannia, e quindi alla parola e al pensiero unico”.

Questa menzogna copre una rinuncia a dare un senso alle lacrime della ragazzina con le trecce e senza nome, che sui social dice: “A nessuno importa di noi. Moriremo lentamente nella storia”. O all’invocazione tragica delle madri, che in aeroporto consegnano i propri figli alle braccia dei soldati. O agli slogan dei giovani che, nel giorno dell’indipendenza, bruciano il vessillo bianco dei talebani e sfidano in piazza i loro kalashnikov, a costo della vita. Si dirà che la disperazione, la rabbia, lo spirito di sopravvivenza, l’anelito al benessere non fanno da sé la democrazia. E non la fanno le banche, le scuole riaperte, le donne per le strade, i volti femminili sui pannelli pubblicitari, ricoperti dalla vernice dai jihadisti.

Si dirà che se tutto è reversibile, se Kabul può tornare in un baleno a quel cumulo di macerie che era nel 2001, vuol dire che la democrazia era una patina d’importazione occidentale che galleggiava sull’acqua, e alla prima onda è venuta giù. Come se l’Occidente non avesse imparato suo malgrado, proprio in questi anni, quanto strutturalmente fragile sia la democrazia anche a casa sua, e vada perciò sempre difesa e presidiata. Come se l’America non avesse toccato con mano quanto potesse costarle cara una distrazione, quando il 6 gennaio scorso i talebani del suo populismo - non dissimili nei costumi e nei metodi da quelli piombati dalle montagne dell’Hindu Kush - l’hanno fisicamente stuprata, violando della democrazia il suo più nobile e più intimo recesso: il Campidoglio di Washington.

Diamo pure per buono che quella d’importazione in Afghanistan non fosse vera democrazia, ma un feticcio. Resta da capire che cosa muova la sinistra alla commozione e all’orrore di fronte al destino delle ragazze di Kabul, al macello di Giulio Regeni e al calvario di Patrick Zaki, che cosa la esorti a invocare l’integrazione e lo ius soli davanti alle immagini delle telecamere che ritraggono lo zio e i cugini della giovane pakistana Saman rientrare in casa con i picconi dopo averla strangolata e seppellita. Se la barbarie è consustanziale e irredimibile in certi popoli e in certe culture, perché piangere lacrime di coccodrillo?

E qui non dico della sinistra ideologica, la quale continua a considerare la democrazia un imprevisto della storia, sopravvissuto oltre il tempo assegnatogli dal disegno di Marx. Non dico di quella sinistra che si nutre della lotta di classe ai nemici, e perciò nega che dai nemici americani possa giungere, anche per caso, anche per sbaglio, qualcosa di buono. Parlo invece di quella sinistra che si definisce riformista e che, in un buio di coscienza e di memoria, ignora quanto distruttivo per la sua stessa identità sia smettere di considerare un dovere promuovere la libertà per ogni dove. Dico di quella sinistra che considera il capitale sociale un’etichetta antropologica, anziché il termometro della fiducia tra cittadini e istituzioni in un dato momento storico, e trasforma la fragilità civile in una condanna, anziché in un gap da sfidare. Così nega i diritti fondamentali a coloro che non ne hanno mai respirato l’odore, perché sostiene - magari con qualche dotta citazione dei padri del pensiero liberale - che la democrazia può attecchire solo dove ci sia una base prepolitica dei suoi valori o dove ci sia già stata. Non comprende, questo pensiero, che la storia senza una prima volta diventa un luogo senza futuro. In concreto vuol dire che alla fine di questo secolo, con nove miliardi di abitanti sulla Terra e i musulmani che avranno doppiato la popolazione occidentale, dovremo accettare indifferenti che la Sharia sia, non solo la loro costituzione, ma la legge universale del pianeta?

Dico ancora di quella sinistra che, confusa dal suo relativismo, assume le accuse di colonialismo, mosse dai talebani all’Occidente, come la prova che i nostri valori non siano universali, ma parziali, e privi di qualunque distinzione ideale e di qualunque validazione storica. E si stupisce perciò che un giovanissimo talento della nazionale afghana di calcio possa aggrapparsi al carrello di un cargo in decollo verso gli States, precipitando poco dopo insieme alle aspettative e ai miti che quei valori hanno acceso nella sua fantasia adolescenziale.

Dico infine di quella sinistra arroccata nei suoi sofismi intellettuali, che si chiede se sia ancora democrazia quella la cui legittimazione è imposta con le armi. E si concede con la logica un «no» rassicurante. Come se la risposta a un simile quesito si possa dare a tavolino e non vada piuttosto cercata dentro gli incerti della storia, dove la sovranità popolare nacque oltre tre secoli fa dall’assassinio di un sovrano, e dove più volte la difesa e la costruzione della democrazia hanno preteso l’uso legittimo della forza.

Questa sinistra è affetta dal dirittismo, un’ideologia che converte i diritti in astratte garanzie giuridiche, sottraendoli alla lotta politica e, soprattutto, al rapporto con i doveri, cioè con il loro peso e prezzo nella realtà fisica. Così può ignorare le responsabilità che il ritiro dell’Occidente scarica, come una diga aperta su un fiume in piena, sul cammino del popolo afghano. Ed è affetta dal perfettismo, una malattia della semplificazione infiltrata dal populismo, che le impedisce di riconoscere la democrazia nella sua strutturale ma provvidenziale imperfezione, nel suo incedere irregolare tra le curve della storia. Questi due tic spiegano la rinuncia e l’arrocco del pensiero democratico in un limbo di ragioni difensive. Dietro cui si malcela una sorta di pentimento per quel poco che negli ultimi trent’anni la democrazia liberale ha prodotto o anche, solo, assecondato, e tra questo le missioni militari e la stessa globalizzazione.

Abiurando l’intervento in Afghanistan, la sinistra riformista ha inconsapevolmente archiviato quella quota di irriducibile cosmopolitismo che pure appartiene al suo pantheon valoriale. E che impone di considerare il problema della solidarietà pregiudiziale rispetto a qualunque progetto politico e civile. Non è un caso che la fraternità non ricorra più, al fianco della libertà e dell’uguaglianza, tra i principi del patto di civiltà con cui la democrazia si racconta a sinistra. Perché la fraternità è l’energia costituente della democrazia, la sua naturale vocazione ecumenica, il contrario di quel pensiero debole che riceve di questi tempi brucianti umiliazioni dai regimi e dal populismo. È un valore che la laicità mutua dal cristianesimo: i giacobini, che pure cristiani non erano, la fecero propria perché sapevano che la libertà e l’uguaglianza da sole avrebbero scatenato una guerra civile. Che a riporre in soffitta la fraternità sia oggi un leader della sinistra riformista di matrice cattolica deve farci riflettere. Quale futuro ha una Chiesa che si limiti a prestare soccorso nelle guerre che non prova più a disarmare?

Ha scritto Mattia Feltri, aprendo questo dibattito con brillante intuizione, che “la democrazia non è altro che il passaggio della ricerca della felicità dall’aldilà all’al di qua”. L’idea che l’islam quel transito non possa compierlo trova, tra le élite del cattolicesimo progressista, un consenso inaspettato quanto diffuso. A mettere in dubbio questo esercizio di realismo è la caccia disperata a uno strapuntino per l’al di qua sugli aerei in partenza per l’Occidente. Poi, quando si chiuderà il portellone dell’ultimo decollo, non si potrà dar colpa al popolo afghano se la democrazia tornerà ad apparire da laggiù come un miraggio.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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