L'onda d'urto della piazza libanese investe le élite corrotte di Beirut

Giulia Belardelli
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Michel Aoun, presidente del Libano (Photo: getty)
Michel Aoun, presidente del Libano (Photo: getty)

A tre giorni dall’esplosione, mentre tra le macerie di Beirut si scava ancora, è il momento della presa di posizione dei leader. Dopo gli arresti plateali - tra cui quello del direttore del porto, Hassan Koraytem - le autorità libanesi provano a resistere a un’altra onda d’urto: quella della rabbia dei cittadini di Beirut, pronti a scendere in piazza sabato contro un governo e uno Stato che considerano marci fin nelle fondamenta. Il fatto che né il presidente Michel Aoun né il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, vogliano un’indagine internazionale sulle cause del disastro è per molti libanesi l’ultimo affronto, l’ennesima prova del pantano a cui la classe dirigente ha condannato il Libano.

E così - mentre i vigili del fuoco italiani a Beirut raccontano di “uno scenario di guerra” - si accende lo scontro politico e si moltiplicano le accuse incrociate. Nel suo discorso ai giornalisti il capo dello Stato Aoun, cristiano maronita, ha menzionato tre possibili cause dell’esplosione: “negligenza, un missile o una bomba”. Citato da L’Orient le Jour, ha dichiarato che non si può escludere che la tragedia sia il risultato di “un’aggressione esterna, con l’ausilio di un missile, una bomba o di un altro mezzo”.

Finora le autorità hanno detto che il disastro è stato provocato dall’esplosione di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio stoccato da anni nel porto di Beirut, ma non hanno spiegato come sia stata innescata la deflagrazione. L’inchiesta, ha sottolineato Aoun, si svolge a tre livelli: “Primo: per appurare come il materiale esplosivo è entrato ed è stato stoccato; secondo: se l’esplosione sia il risultato di una negligenza o di un incidente; terzo: la possibilità che ci sia stata una interferenza esterna”.

Il presidente ha respinto le richieste di un’indagine internazionale - da più parti invocata, a cominciare dall’Onu - sostenendo che tali richieste puntano a “distorcere la verità” e sottolineando che ogni verdetto perde di significato se richiede troppo tempo per essere emesso.

Anche Nasrallah, leader di Hezbollah, organizzazione politica e paramilitare sciita vicina all’Iran, ha respinto l’ipotesi di un’inchiesta internazionale, chiedendo che a occuparsi delle indagini sia solo l’esercito libanese. ”È una questione di fiducia: se tutti i libanesi e le fazioni hanno fiducia nelle forze armate libanesi, che siano loro a condurre l’indagine”, ha affermato il leader del Partito di Dio, sostenendo che la “verità su questo disastro deve essere determinata, senza tener contro del partito politico”. “Chiunque siano (i responsabili), di qualunque fazione, partito o famiglia, devono essere chiamati a rispondere sulla base delle loro azioni”, ha aggiunto Nasrallah, esortando a “trarre vantaggio dalle offerte di aiuti esteri e sfruttare le opportunità create da questo disastro”.

Nasrallah ha “negato categoricamente” che il movimento sciita tenesse armi nel luogo dove è avvenuta la duplice esplosione. In un discorso alla tv, il leader ha assicurato che il Partito di Dio non aveva “nulla al porto: né un deposito di armi, né un deposito di missili, né missili, né fucili, né bombe, né proiettili, né nitrato d’ammonio”. Le tesi che dicono il contrario - ha scandito - “sono tutte bugie e menzogne”.

Al lavoro, sul luogo del disastro, c’è una squadra di 22 investigatori francesi. I francesi sono coinvolti su richiesta del Libano, anche perché un francese è morto e almeno 40 sono rimasti feriti. Ieri il presidente Macron, durante la sua visita a Beirut, aveva invocato un’indagine internazionale “trasparente”; il presidente Aoun gli avrebbe chiesto le immagini satellitari dei momenti dell’esplosione, a rafforzare la collaborazione tra i due Paesi. Sulla base delle informazioni fornite finora dal Libano, il funzionario della polizia forense francese Dominique Abbenanti ha affermato che l’esplosione “sembra essere un incidente”, ma è troppo presto per dirlo con certezza. Eric Berot, capo di un’unità coinvolta nelle indagini, ha dichiarato che la zona coperta dagli investigatori ”è enorme, è un lavoro titanico”. Le indagini, ha aggiunto, sono complicate dall’enorme portata dei danni e dalla “situazione libanese”, riferendosi alla crisi politica ed economica nel Paese prima dell’esplosione.

Oggi Macron ha parlato della questione Libano nel corso di un colloquio telefonico con il presidente Usa Donald Trump. I due leader - secondo quanto riferisce la Casa Bianca - hanno concordato sulla necessità di inviare aiuti immediati al Libano e hanno discusso dell’importanza di estendere l’embargo sulle armi delle Nazioni Unite all’Iran.

Dopo gli scontri di giovedì davanti al Parlamento, crescono i timori per la grande manifestazione antigovernativa attesa per domani. Gruppi di attivisti si sono mobilitati oggi in quasi tutti i quartieri di Beirut per invitare a raccolta, domani, il maggior numero di persone. Un giornalista dell’Ansa a Beirut ha constatato l’intensità di movimento di auto con a bordo attivisti, muniti di megafoni e volantini, che invitano i “cittadini di Beirut devastata” a recarsi in massa domani a Piazza dei Martiri.

La conta delle vittime, intanto, continua a salire: circa 160 morti e 5.000 feriti. “Il primo impatto emotivo è stato molto forte, uno scenario quasi di guerra. Una situazione molto diversa da quella di un terremoto o di un’alluvione anche se il nostro approccio resta sempre lo stesso. Siamo qui per aiutare”, ha raccontato all’Agi Alberto Boanini, uno dei 14 vigili del fuoco italiani chiamati ad assicurare supporto tecnico sul fronte del rischio chimico e a valutare la stabilità delle strutture danneggiate. Secondo le stime dell’Unicef, circa 80mila bambini sono rimasti sfollati a causa delle esplosioni. La fotografia è quella di una città in ginocchio. Gli aiuti umanitari servono come l’ossigeno.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.