Il problema di "Soul" è che è un film per adulti

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AGI - Come moltissimi, ieri sera anche io mi sono messo, adeguatamente imbacuccato e con la scatola dei cioccolatini accanto, a guardare con la mia famiglia "Soul - Quando un'anima si perde", l'ultimo regalo della Pixar-Disney al mondo. Mi sono alzato ammirato e scontento, illuso e deluso, esattamente come mi era accaduto cinque anni fa con Inside Out, anch'esso firmato da Pete Docter (che con quello, nel 2016, aveva vinto il suo secondo Oscar dopo Up).    

Il film era stato presentato al London Film Festival l'11 ottobre 2020 e da lì, se non fosse stato per il Covid-19, l'avremmo visto al cinema, invece Pixar l'ha rilasciato su Disney+ il giorno di Natale senza alcun costo aggiuntivo per gli abbonati. La storia racconta di un insegnante di musica della scuola media di nome Joe Gardner che, dopo aver superato brillantemente l'audizione che l'avrebbe reso una star del jazz - con evidenti richiami alle atmosfere di La La Land - cade in un tombino e muore. Muore? Non si sa, visto che la sua anima - ed ecco il gioco tra "soul" anima e "soul" inteso come genere musicale jazzistico - rimane intrappolata in una sorta di premorte che lungo il film si scopre essere in realtà una ante-morte, ovvero il luogo dove le anime ricevono quella scintilla che consente loro di ottenere il pass definitivo per la vita terrena. Che è quella reale, vera. Niente paura. Ho solo raccontato l'antefatto che precede i titoli di testa. Da quel momento, e davvero non posso raccontare di più, la vicenda si dipana intrecciando le storie di Joe Gardner con quella di Ventidue, un'anima senza vita che nessun "mentore" è riuscito ad "accendere", ovvero a mandare sulla Terra.   

Ottima, anzi meravigliosa, l'animazione, la musica, la recitazione vocale, la grafica, i sorrisi che strappa qua e là ma anche un'enorme certezza che pesa come un macigno: non è un film per bambini. È solo uno sforzo quanto mai tortuoso per rispondere alle grandi domande della vita: "chi siamo", "da dove veniamo", "che senso ha la nostra vita”. Un tentativo che riempirà di entusiasmo quegli educatori, parentali o professionali che, come con Inside Out, hanno amato parlare di tristezza e gioia separandole dalla vita di personaggi che erano solo la somma delle loro emozioni - o, come in questo caso, la somma delle risposte ai loro perché - e non, come devono essere i personaggi “veri”, i protagonisti di storie semplicemente compiute in se stessi. Prendete William Shakespeare e fategli scrivere un trattato sull'amore invece che Giulietta e Romeo, prendete Checco Zalone e fategli spiegare cos'è l'umorismo invece di fargli girare  Cado dalle nubi, o chiedete a Mary Poppins di mettersi dietro a una cattedra, e avrete Soul.

La Disney è la madre di Bambi, del Re Leone aggrappato ad una roccia, di Cenerentola ingiustamente discriminata, e dell'amore di Aladdin e Jasmine. La Disney sono le lacrime di un bimbo che senza vergogna guarda con gli occhi sbarrati lo schermo di un cinema mentre stringe la mano di un nonno che si vergogna di essere altrettanto commosso. Non c'è Soul o Inside Out che possa eguagliare, per profondità e complessità, quel che racconta La carica dei 101. Chi riesce a parlare il linguaggio dei bambini è riuscito a trovare la parola universale, ha aperto la cassaforte della poesia ed è entrato nell'eternità. Chi rimane al di qua sarà utilizzato - lo dico senza disprezzo - nelle ore di psicologia delle scuole o nelle ore di religione di insegnanti che vogliono trovare alternative decorose, e che vadano bene a tutti, alla storia della cicogna.

La sensazione che mi ha lasciato Soul è la stessa di quando la parola di un bambino scoppia in mezzo a noi adulti e noi alziamo grida, ci riempiamo di ammirazione nuova e sincera e diciamo, in ogni modo diciamo, con gli occhi, con la voce, ridiamo fra noi e diciamo a voce alta a tavola: è buona questa, la ricorderò. Giuriamo di farne parte ai nostri amici, di dirla a tutti, tanto siamo pieni di orgoglio per i nostri bambini. Crediamo di poterla riferire facilmente. E quando ci incontriamo poi a feste finite e siamo lì lì per raccontare le nostre vacanze, le nostre gioie ed arriviamo al punto, e stiamo per raccontare quella parola di bambino, quella parola esplosa; quando siamo tutti accesi pronti per riferirla, ci accorgiamo di non saperla più. Ci scusiamo, sorridiamo. E non la sappiamo più raccontare.

Quella poesia è svanita. Era un'acqua troppo pura che è sfuggita alle nostre mani concave. Ci rendiamo conto benissimo che era in un certo luogo della nostra mente, che era in quella regione, che teneva quel posto, che aveva un certo volume. Ma ci rimane solo la netta nostalgia di un amore che se n'è partito, è partito e non tornerà mai più. E ci rendiamo conto poi, quando siamo soli la sera e gli ospiti sono andati via e i bimbi sono a letto, e siamo infine soli seduti in poltrona, che quello era un sussulto della nostra anima antica, un attimo di saluto della nostra vecchia anima a Dio che passava. Rimane la certezza che gli sceneggiatori di Disney sapranno regalare all'umanità altri Aladdin e altre Mary Poppins e che conoscano meglio di noi le critiche che si possono muovere a Soul così come ad Inside Out. Altrimenti, suvvia, non l'avrebbero rilasciato gratis. Neanche il giorno di Natale.