Il problema non è l'inflazione, ma la paura dell'inflazione

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Inflazione (Photo: GABOR STEINGART)
Inflazione (Photo: GABOR STEINGART)

A fine agosto il popolare tabloid tedesco Bild ha lanciato un sondaggio tra i suoi lettori più anziani che suona grossomodo così: “Cari pensionati, i prezzi stanno aumentando ma le vostre pensioni no. Come riuscite a far quadrare i conti?”. Una lettrice ha risposto che a causa dell’inflazione è costretta a farsi la doccia con acqua fredda pur di risparmiare solo cinque euro al mese, mentre un marito ha riferito che sua moglie ha cominciato a fare le pulizie domestiche per racimolare qualche soldo in più. Alcune settimane fa il giornale tra i più letti in Germania titolava a tutta pagina: “Il mostro dell’inflazione è tornato”. Pochi giorni fa un giornalista di Die Welt ha rilanciato su twitter un fotomontaggio apparso nella newsletter dell’ex giornalista dello Spiegel Gabor Steingart di una banconota da mille euro con il volto di Christine Lagarde, a simboleggiare la perdita di potere d’acquisto dell’euro e a richiamare indirettamente alla memoria i fantasmi di Weimar. Anche su altri media tedeschi l’allarme sull’andamento dei prezzi sta crescendo, con un sottotesto nemmeno così velato che ricorda molto i tempi in cui a Francoforte c’era Mario Draghi: l’inflazione sta sfuggendo di mano, è arrivato il momento di chiudere il rubinetto monetario della Bce.

Il grande tema dell’inflazione è tornato alla ribalta da quando le attività economiche hanno iniziato a recuperare dopo lo stop produttivo imposto dall’avvento della pandemia. A causa del tonfo del Pil mondiale registrato l’anno scorso, quest’anno l’economia dei Paesi più avanzati sta registrando tassi di crescita trimestrali a doppia cifra grazie al vaccino e alla ripresa della produzione e dei commerci. L’exploit della domanda globale tuttavia si è imbattuta in due grandi ostacoli: da un lato, l’incapacità dell’offerta di far fronte alle richieste di alcuni materiali, in particolare materie prime e semiconduttori; dall’altro, le criticità lungo le catene di fornitura che ancora si protraggono dalla pandemia, come la penuria di container per il trasporto delle merci. Questi due fattori hanno contribuito insieme a far lievitare i prezzi di una grande quantità di beni utilizzati nella produzione industriale e che ora si teme possano scaricarsi sul consumo.

Per spedire un container da Shanghai a Genova o a Rotterdam oggi un caricatore paga oltre il 500% in più rispetto a un anno fa, intorno ai 13 mila euro. I porti occidentali soffrono da mesi picchi di congestione, con decine di navi alla fonda in attesa di scaricare le merci di cui sono gonfie, ritardando consegne di 7/8 giorni in media. Per non parlare di materiali come acciaio, ferro, grano, legname o chip che hanno visto il prezzo letteralmente schizzare, con aumenti superiori anche al 100%, di pari passo con la carenza che hanno fatto registrare negli ultimi mesi. O, per concludere, i costi dell’energia che in molti Paesi dell’Ue stanno causando maxi-rincari sulle bollette. Secondo le ultime stime diffuse da Eurostat, l’inflazione ad agosto ha toccato il 3% segnando il più grande aumento dei prezzi dell’area euro dal novembre 2011. Se si depura dall’impatto dell’energia (+15%), il tasso di inflazione registrato in agosto è salito all′1,7% dallo 0,9% di luglio, il suo più alto aumento su base annua da marzo 2013. Inoltre, escludendo l’effetto di alcol e tabacco, alimenti freschi ed energia, il tasso di base dell’area dell’euro si è attestato all′1,6% dallo 0,7% del mese precedente, il più alto aumento da luglio 2012.

Insomma, secondo molti osservatori ci sono tutti i presupposti perché la Banca Centrale Europea possa dare avvio al “tapering”, cioè l’uscita dagli stimoli emergenziali, la fine dell’immissione di liquidità nell’economia e la normalizzazione della politica monetaria, prima che la corsa dei prezzi sfugga di mano. La dinamica degli ultimi mesi pone quindi la Bce di fronte al grande dilemma: il rialzo generale del’inflazione è contingente e temporaneo o è destinato a durare e ad aumentare senza freni?

Secondo l’Eurotower e una discreta parte degli analisti economici l’andamento dei prezzi è da considerare temporaneo perché viziato dalla ripresa a V post-Covid che ha drogato i prezzi di materie prime e trasporto. Lo dimostra l’esito dell’ultimo Consiglio Direttivo della Bce che ha deciso di non avviare la discussione sul ritiro degli stimoli, rinviandola a dicembre, limitandosi solo a ridurre moderatamente gli acquisti di titoli di Stato come aveva già fatto in passato in almeno due occasioni. Riduzioni di lieve entità: se negli ultimi mesi gli acquisti si aggiravano sugli 80 miliardi, nei prossimi saranno contenuti in una forchetta di 60-70 miliardi al mese, sempre tenendo conto delle condizioni di finanziamento dei singoli Stati membri. Un modo per assicurare che non ci saranno scossoni sui rendimenti dei titoli di Stato di Paesi indebitati ma al tempo stesso per preparare il terreno per un atterraggio morbido dell’economia quando saranno ritirati gli stimoli.

Chi nei giorni scorsi ha spinto molto, anche a mezzo stampa, per un inasprimento della politica monetaria sono i cosiddetti “falchi”, i banchieri centrali di alcuni Paesi del Nord Europa. Secondo l’austriaco Robert Holzmann, “c’è la possibilità di riuscire a normalizzare la politica monetaria prima di quanto si aspetti la gran parte dei mercati finanziari”, aveva detto alla vigilia della riunione Bce. Non è andata così, per il momento. Ma i “falchi” sono pronti a tornare alla carica a dicembre, usando come argomento a loro favore la corsa dei prezzi, destinata - e su questo concordano tutti - a continuare nel breve periodo.

“Ritirare lo stimolo monetario in questo momento sarebbe comunque prematuro”, afferma all’HuffPost Philipp Heimberger, economista dell’Istituto di studi economici internazionali di Vienna e dell’Istituto comprensivo di analisi economica (Johannes Kepler University Linz). “Abbiamo bisogno di imparare la lezione dalle crisi del passato. Ci sono buoni argomenti per continuare con i programmi di acquisto di titoli di Stato, anche se, con la ripresa in corso, il ritmo dovesse rallentare. La pandemia non è finita e gli ostacoli sono ancora davanti a noi. Un grande problema per Paesi come l’Italia potrebbe piuttosto essere il ritorno delle vecchie regole fiscali così come sono, senza riformarle. E anche la politica monetaria dovrà continuare a essere accomodante per un po’”.

La Bce sembra al momento andare in questa direzione, anche perché le sue aspettative per l’inflazione nel medio periodo continuano a collocarsi ben al di sotto il 2%, obiettivo dell’Eurotower. “Prevediamo che l’inflazione continuerà a salire fino alla fine di quest’anno, specialmente in Germania, ma diminuirà significativamente a partire dal prossimo anno”, ha detto di recente Isabel Schnabel, membro del Comitato Esecutivo di Francoforte. Le previsioni dello staff dell’Eurotower, infatti, collocano l’inflazione per l’eurozona nel 2023 all′1,5%. Il concetto è che le fiammate dei prezzi sono dovute a fattori contingenti, ma una volta assestate le criticità che l’economia globale si trascina dalla pandemia (supply chain e disarmonia tra domanda e offerta di materie prime), torneranno a calare. Ragione per cui un ritiro prematuro degli stimoli, sia monetari che fiscali, avrebbe l’unico effetto di disperdere i benefici prodotti dagli aiuti fin qui messi in campo.

“I numeri attuali”, continua Heimberger, “sono in gran parte trainati dall’aumento dei prezzi dell’energia e influenzati dalla riduzione dell’Iva in Germania nel 2020. Soprattutto nel Sud Europa non c’è motivo di preoccuparsi dell’inflazione. Il problema con cui abbiamo vissuto negli ultimi anni è stata piuttosto la pressione deflazionistica, cioè tassi di inflazione troppo bassi. I salari sono cresciuti poco, la disoccupazione è rimasta alta. È quindi difficile immaginare come in questo contesto possa innescarsi una spirale salari-prezzi che apra la strada all’inflazione galoppante. Siamo lontani, molto lontani dalla piena occupazione”. Motivo per cui, secondo l’economista austriaco, il problema ora “non è tanto l’inflazione ma le preoccupazioni eccessive per l’inflazione”.

Preoccupazioni che tuttavia stanno montando soprattutto in Germania dove a luglio il tasso ha toccato il 3,7% (dato Ocse). Anche per questo la fiducia dei consumatori tedeschi si sta spegnendo, ha rilevato l’Istituto Gfk di Nuremberg rilanciato prontamente dal quotidiano conservatore FAZ. I prezzi in rapida crescita “hanno l’effetto di smorzare l’umore dei consumatori” e alla luce dei ridotti tassi di interesse, “le famiglie tedesche percepiscono le tendenze inflative come ancor più minacciose per il loro potere d’acquisto”.

Come mostrano i frequenti mal di pancia a mezzo stampa del governatore della Bundesbank Jens Weidmann, a Berlino sull’inflazione sono molto sensibili. La ragione più nota di questa paura è legata all’esperienza della Repubblica di Weimar che ha lasciato una cicatrice profonda nella storia tedesca. Tuttavia, dice Heimberger, spesso l’iperinflazione di Weimar viene interpretata in maniera distorta da media e intellettuali tedeschi per altre ragioni. “Ancora oggi influenza le opinioni dei cittadini sull’inflazione e sulla politica economica. Un’ampia percentuale della popolazione tedesca ha una percezione distorta che si è saldamente radicata nella memoria collettiva, alimentando così timori e paure”.

Diversi studi economici (per esempio Austerity and the Rise of the Nazi Party) confermano l’opinione di Heimberger secondo cui ad alimentare la crisi economica, e a favorire la successiva ascesa del nazismo in Germania, sia stata non l’iperinflazione - terminata nel 1924 - ma l’austerità fiscale. Quando Heinrich Brüning divenne cancelliere nel 1930 si trovò a fare i conti con gli effetti disastrosi della Grande Depressione scoppiata in seguito al crollo di Wall Street l’anno precedente. Come avvenuto poi nel 2012, pure allora si fece largo ricorso all’austerity. E anche se fino al 1932 la crisi economica in Germania invece di migliorare si aggravò, Brüning continuò ad approvare altri tre pacchetti di austerità attraverso decreti di emergenza (giugno ’31, ottobre ’31 e dicembre ’31), riducendo la spesa pubblica e aumentando il prelievo fiscale sui redditi, salari, fatturato, accise e tariffe varie. A settembre 1932 il neocancelliere von Papen provò a cambiare rotta introducendo pacchetti di stimolo con sussidi, programmi per l’occupazione e crediti d’imposta ma ormai era troppo tardi per fermare malcontento e ascesa del partito nazista. “Solo un tedesco su 25”, rivela Heimberger, “sa oggi che la crisi degli anni ’30 non è stata causata dall’inflazione ma dalla deflazione, cioè il calo dei prezzi. Tuttavia, le conclusioni a cui arriva l’attuale politica economica vengono tratte sulla base di ricordi distorti”.

Tornando all’oggi, le opinioni su quale sarà l’andamento dell’inflazione nell’eurozona nei mesi a venire sono discordi. Uno studio del Centro per la ricerca economica europea di Mannheim (Zew) pone in dubbio l’indipendenza della Banca centrale europea, rilevando come i banchieri centrali dei Paesi con un debito pubblico più basso siano a favore della fine anticipata degli aiuti monetari, mentre quelli dei Paesi con debito elevato premono per il proseguimento di politiche accomodanti. Come ha scritto il quotidiano “Handelsblatt”, le conclusioni a cui arriva lo studio sollevano la questione di quanto la politica monetaria della Bce sia diventata “dipendente dalla politica economica” o, detta diversamente, di quanto siano realmente indipendenti i banchieri centrali nel difendere o osteggiare determinate politiche monetarie.

Per quel che riguarda i Paesi altamente indebitati, “un ambiente deflazionistico è molto più pericoloso di un ambiente con tassi lievemente più alti. L’iperinflazione non è dietro l’angolo, stiamo parlando di una inflazione leggermente più alta”, continua Heimberger. “Quando è troppo bassa, condizione in cui l’Italia e altri Paesi Ue hanno vissuto negli ultimi anni, le aziende sono più riluttanti a investire, e i consumatori più inclini a spostare i propri consumi nel futuro perché si aspettano prezzi stagnanti o inferiori. In un tale contesto è complicato far crescere un’economia, perché da un lato la politica monetaria è limitata dal fatto che già ora è espansiva, e dall’altro lo è pure quella fiscale a causa delle regole di bilancio” dell’Unione Europea, ovvero, uno per tutti, il cosiddetto Patto di Stabilità.

Secondo l’economista austriaco i decisori politici devono evitare di cadere di nuovo nell’errore del passato, cioè perseguire un ambiente economico deflazionistico, perché rischia alla lunga di avere effetti anche sulla sostenibilità del debito pubblico: “Con una economia debole e una disoccupazione costantemente alta, le finanze pubbliche nel lungo periodo soffrono. Meglio promuovere la ripresa, accettare un’inflazione temporaneamente più alta e andare verso la piena occupazione che fornisce maggiori entrate fiscali allo Stato e alleggerisce la pressione sulla spesa sociale”, oltre a sostenere i consumi. “Ciò di cui dovremmo occuparci sono la disoccupazione e l’ampio sottoutilizzo delle risorse. In altre parole, c’è ben altro di cui preoccuparsi ora e non è certo un lieve rialzo dell’inflazione”, conclude Heimberger.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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