Il Processo ai Chicago 7 parla di noi

Di Francesco Zanetti
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Photo credit: courtesy Netflix - Esquire
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From Esquire

Vista l’aria che tira da qualche anno a questa parte negli Stati Uniti, culminata con l’elezione di Donald Trump nel 2016 e seguita da picchi di sgomento per l’accumulo di grottesco e violenza mostrata dalla sua amministrazione, non stupisce che la più grande macchina di spettacolo al mondo, Hollywood, abbia cercato di correre ai ripari per la poca attenzione data in precedenza ad una situazione che già stava precipitando da parecchio tempo e abbia iniziato, pur con tutti i suoi limiti, lobbismi e snobismi, a cercare di parlare del passato per fungere da monito al presente.

Solo negli ultimi quattro anni serie come The Plot Against America, Watchmen, The Handmaid's Tale e Mrs America hanno fatto del revisionismo storico la chiave per interpretare il presente e mettere in guardia gli spettatori che se il peggio è accaduto, potrebbe andare molto peggio perché, beh, è già successo. Aaron Sorkin probabilmente pensa anche lui che la storia tenda a ripetersi ad intervalli inquietanti senza che riusciamo ad imparare niente, e dopo aver firmato la sceneggiatura del film manifesto degli anni zero, The Social Network, ci riprova con Il Processo ai Chicago 7, riuscendoci in parte.

Photo credit: Courtesy Netflix - Esquire
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Il film, disponibile su Netflix e già forte candidato agli Oscar anche vista la penuria di film usciti quest’anno, è una spettacolare riedizione del processo federale, iniziato nel settembre 1969 e andato avanti fino al 1970, a 8 persone accusate di aver cospirato e dato il via alle rivolte scoppiate alla Convenzione Nazionale Democratica del 1968 contro la guerra in Vietnam, tenutasi a Chicago. Tra loro Tom Hayden, un misuratissimo Eddie Redmanyne, fondatore di Students for a Democratic Society, gli irresistibili hippies Abbie Hoffman (Baron Cohen) e Jerry Rubin (Jeremy Strong), il pacifista David Dellinger (John Carroll Lynch) e Bobby Seale, leader delle Pantere Nere di Chicago (Yahya Abdul-Mateen II).

Come sempre a Sorkin interessa ben poco la veridicità storica del passato, il suo registro è teatrale, perfettamente calibrato, e i suoi personaggi benché totalmente inseriti in un linguaggio, un'etica e un vestiario anni ’60 sono in realtà archetipi modernissimi: guerra, pace, dissenso, giustizia, razzismo, democrazia, ordine. Da maestro dei beat e del dialogo, l’inventore di The West Wing, alla seconda prova dopo l’esordio non completamente riuscito di Molly’s Game, imbastisce un film ricco di scene corali, di flashback e delle sue amate discussioni alla sbarra - con l’aula del tribunale che funge da protagonista attiva di quasi ogni scena- con le due ore e passa di film che scorrono veloci e leggere, con l’eccezione di due scene molto intense e dove la gravitas è palpabile.

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Photo credit: courtesy Netflix - Esquire
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Ed è proprio questo controllo maniacale della scena che pregiudica un pò “la pancia” di un film da cui si aspetterebbe anche di essere viscerale nel denunciare la corruzione e la violenza delle istituzioni, dal comportamento ostile e irregolare del giudice Julius Hoffman (Frank Langella) al corporativismo della polizia, e che invece tende a specchiarsi nella grande bravura dei suoi interpreti e nella propria struttura riuscendo a strappare un paio di momenti in cui si trattiene il fiato e poco più.

Nonostante ciò, Il Processo ai Chicago 7 è un film che ha molto di buono e che aspira ad essere migliore e anche per questo è un'opera che deve essere guardata, specialmente in questo momento storico, per renderci tutti quanti conto che pur ammesso che la storia si ripeta sempre uguale a sé stessa in un melange di tragedia e commedia, non è per forza necessario passarci attraverso già arresi.