Il proporzionale basterebbe a fermare Salvini?

Una delle variabili più importanti in questa crisi di governo (e, allo stesso tempo, una delle più taciute) è quella della riforma elettorale. Tra i motivi per cui se ne sente parlare poco potrebbe rientrare senz'altro una certa convergenza tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle sull'argomento. Non è certo un segreto che la scelta di far proseguire la legislatura e di intavolare delle trattative per un governo “giallorosso” sia stata dovuta principalmente alla convinzione che delle nuove elezioni anticipate avrebbero consegnato una facile vittoria – e un'ampia maggioranza parlamentare – alla Lega di Matteo Salvini, o comunque al centrodestra. Gli stessi sondaggi che avevano convinto il leader della Lega a “staccare la spina” al Governo Conte e a chiedere elezioni anticipate sono stati il motivo per cui si è venuto a saldare in Parlamento un “cordone sanitario” per cercare di evitare le urne.

Come avevano dimostrato le nostre simulazioni appena due settimane fa, infatti, con l'attuale legge elettorale (il Rosatellum) e i livelli di consenso registrati dai sondaggi a inizio agosto, il centrodestra avrebbe facilmente ottenuto una maggioranza, in caso di voto anticipato, con qualunque assetto coalizionale.

Rinviare le elezioni è però solo il primo di diversi passaggi per chi vuole “scongiurare” il rischio di un Governo Salvini. Non è affatto scontato che il nuovo Governo possa giovare ai consensi del PD e del M5S: anzi, un'opposizione di centrodestra compatta e monopolizzata dalla leadership di Salvini potrebbe vedere addirittura aumentare le sue chance di vittoria, qualora l'esperimento giallorosso risultasse fallimentare. Ecco che allora l'esecutivo potrebbe avere un'ulteriore ragione per nascere: quella di intervenire, per via legislativa, per scongiurare la vittoria elettorale di uno dei tre schieramenti che compongono il nostro (ormai tripolare) sistema politico.

Nel 2018, infatti, lo stallo elettorale fu dovuto al numero insufficiente di voti ottenuto dalla prima area politica (il centrodestra, con il 37%) e dalla distribuzione dei voti “sbilanciata” della seconda area politica (il M5S, con il 32%) che gli consentì di vincere quasi tutti i collegi uninominali al Sud. Ma, sulla carta – ieri come oggi – la legge elettorale poteva consentire ad uno schieramento di ottenere la maggioranza dei seggi anche con meno del 50% dei voti.

La quota di seggi (36%) che il Rosatellum assegna con i collegi uninominali maggioritari è infatti sufficiente a consentire il raggiungimento di una maggioranza assoluta se si ottiene all'incirca il 40% dei voti. Attualmente, i tre partiti di centrodestra (Lega-FI-FDI) veleggiano insieme intorno al 50%. Come fare allora a “sterilizzare” il rischio di una vittoria elettorale netta di un centrodestra a trazione sovranista? La risposta è, appunto, il ritorno al proporzionale.

In questi giorni se ne è parlato poco perché sul punto, PD e M5S, sono d'accordo. Abolendo la quota di collegi uninominali presente nel Rosatellum si otterrebbe un sistema elettorale interamente proporzionale, con soglia di sbarramento al 3% – che qualcuno però suggerisce di alzare al 4%, per uniformarla alla legge con cui si vota alle Europee e per impedire un'eccessiva frammentazione.

Cosa cambierebbe con un sistema di questo tipo? Per rispondere alla domanda – in attesa che vengano pubblicati nuovi sondaggi – abbiamo provato a simulare l'esito di eventuali elezioni anticipate se i risultati fossero quelli della nostra Supermedia del 1° agosto (Lega 36,8% / PD 21,7% / M5S 17,6% / Forza Italia 7,3% / FDI 6,4% / Altri partiti: sotto il 3%).

 

Sia alla Camera (dove la ripartizione è nazionale) sia al Senato (dove invece i seggi si assegnano su base regionale, regione per regione) i partiti che ottengono seggi sarebbero solo cinque; inoltre, i tre partiti di centrodestra avrebbero, messi insieme, la maggioranza assoluta dei seggi: alla Camera, Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia otterrebbero 347 seggi su 618; situazione simile al Senato, dove il centrodestra avrebbe 174 seggi su 309. In entrambi i casi, con poco più del 50% dei voti, la coalizione otterrebbe il 56% dei seggi, in virtù del (lieve) effetto premiante per i partiti che superano la soglia di sbarramento.

 

Se i numeri sono questi, vuol dire che una riforma proporzionalista della legge elettorale avrebbe fallito il suo obiettivo di “impedire” una vittoria del centrodestra. Ma è davvero così? Per rispondere dobbiamo confrontare questo risultato con le già citate simulazioni che – utilizzando gli stessi dati – prendevano in considerazione l'ipotesi che la legge elettorale resti invariata. In quel caso, la coalizione di centrodestra avrebbe ottenuto, con le stesse percentuali, poco più dei due terzi dei seggi (67%); se Forza Italia non avesse fatto parte della coalizione, un accordo tra Lega e FDI sarebbe bastato a dare alla destra sovranista la maggioranza assoluta.

Con il proporzionale le cose cambiano, e non di poco: Lega e FDI, pur con oltre il 40% dei voti, non sarebbero autosufficienti e sarebbero dipendenti da Forza Italia, “ago della bilancia” in grado – almeno sul piano puramente ipotetico – di dar vita ad una maggioranza alternativa con PD e M5S (che qualcuno durante la crisi di governo aveva battezzato “maggioranza Ursula”). Fantapolitica, ma fino a un certo punto. In caso di reintroduzione del proporzionale puro, infatti, verrebbe semplicemente meno la necessità delle coalizioni pre-elettorali: così come alle Europee, quindi, ciascun partito correrebbe per sé, senza avere le mani legate sulle alleanze da fare in Parlamento all'indomani del voto. Tornare al proporzionale, in sostanza, significherebbe dire addio ai governi nati “nelle urne”.