Il racconto dell'ultimo volo Alitalia

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AGI - Tutto pensavo che mi potesse accadere nella vita, tranne che avere il magone per una compagnia aerea. Passi per un fidanzato, un'amica o l'addio a un luogo particolarmente caro….per un volo aereo, proprio no. Ma la malinconia, si sa, è contagiosa e anch'io mi sono commossa per l'atmosfera di questa data storica, l'ultimo volo della gloriosa Alitalia, e anche per questo breve viaggio – 65 minuti appena – da Cagliari a Roma.

Un volo che segnerà la storia 

Di sicuro ‘sento' che questo volo aereo segnerà la storia di una grande azienda e anche del nostro Paese, e da cronista sono contenta di vivere questo momento in prima persona. Immagino cosa significa per il personale di cabina, in primis il comandante Andrea Gioia, essere giocoforza il protagonista di questo epilogo: lo vado a salutare poco prima della partenza, mi affaccio in cabina, lui è visibilmente emozionato. I passeggeri gli chiedono di firmare la carta d'imbarco e il primo ufficiale ci scherza su: “Dai che stai diventando famoso…”. Il fatto è che non solo da domani, come spiega, “si chiude una pagina di vita” ma il fatto è che “finisco in cassa integrazione così come tutto l'equipaggio. Nessuno di noi tornerà a volare, perlomeno non domani”.   Lo saluto, e vado a sedermi, cerco il posto; cammino nel corridoio, incrocio gli assistenti di volo. Ma mi sembra stupido chieder loro come si sentono, perché la loro espressione dice tutto.

L'atmosfera sull'aereo prima della partenza 

Qui sull'aereo i passeggeri chiacchierano fra di loro, e non ho bisogno nemmeno di attaccare bottone. “Lo sa che cosa mi dispiace più di tutto?”, commenta la mia vicina di posto. “Il fatto che tutti hanno mangiato in questo piatto, ma il costo del fallimento è stato scaricato solo sui lavoratori; che vergogna”. Le lamentele finiscono però qui: the show must go on, c'è troppo da fare a bordo in quei minuti perché l'hostess e lo steward si lascino andare a sfoghi o confidenze. Appaiono infatti molto riservati. I passeggeri invece non perdono tempo e di leggere o riposarsi non se ne parla proprio, si scatenano piuttosto con i selfie: vicino all'oblò, seduti al posto, c'è perfino chi prova a immortalarsi assieme al personale di bordo.

C'è anche tanta incredulità, si sapeva negli anni che prima o poi, tra salvataggi in extremis e ristrutturazioni, questo poteva essere l'epilogo. Ma l'amaro in bocca c'è, e resta. Il volo è pieno, dei 180 posti a sedere c'è chi dice che però sono stati occupati solo 130. Vero che nei giorni scorsi sono state tantissime le cancellazioni e c'è chi è riuscito a prendere il volo in extremis. Ci sono molti uomini d'affari, qualche famiglia, alcune coppie di stranieri: mi chiedo, saranno tutti consapevoli che stanno vivendo una pagina di storia? La risposta è sicuramente “si'”, ne parlano tutti.

Qualcuno si lamenta perfino del programma Millemiglia, e anch'io rifletto sul fatto che per la prima volta da tanti anni, al check-in non ho accumulato punti…Già, perché non volerò mai più su un volo Alitalia. Ma un altro passeggero nella fila avanti alla mia sorride in modo sornione: “Ma lei davvero ci crede?”, mi fa. “Sono sicuro che prima o poi rinascerà”. Mi viene da pensare al famoso piano Fenice di 15 anni fa.. Allora si disse che Alitalia era appunto come l'araba fenice, che risorge dalle sue ceneri. Mi piace pensare che sarà davvero così, anche stavolta, e che questo nostro Paese tanto amato e anche tanto bistrattato alla fine una compagnia di bandiera, se la merita per davvero. Immersa nei miei pensieri, e allo stesso tempo scambiando riflessioni con i miei compagni di viaggio, l'Airbus 321 comincia le operazioni di atterraggio. 

L'atterraggio

Ci riallacciamo le cinture di sicurezza, riponiamo il tavolino pieghevole e il comandante ci saluta: “Stiamo per atterrare a Roma Fiumicino, la temperatura è di 10 gradi centigradi”. Il suo timbro è professionale, ma immaginiamo tutti il suo stato d'animo. Poi la voce registrata che dà le istruzioni di sicurezza e che ha proprio il sapore della beffa: “Ci auguriamo di ritrovarvi ancora a bordo dei nostri voli”. Il signore seduto accanto a me si volta verso la sua compagna e dice: “Ma davvero? Hai sentito cosa ha detto l'hostess?”. Lui pensava che fossero parole appena pronunciate poi fa spallucce e si risponde da solo: “Ah che stupido, per un momento ho pensato….”.

Le luci di Fiumicino ci accolgono, e gli ultimi istanti dell'atterraggio sono davvero commoventi: un lunghissimo applauso di ringraziamento, quello che in genere si faceva una volta ai piloti per esprimere la nostra riconoscenza di averci portato sani e salvi a destinazione. Questa volta però è più forte, più sentito: “Grazie, grazie davvero di tutto, e un enorme in bocca al lupo”, dice una passeggera uscendo dall'aeromobile. Perfino gli steward, che ricordo sempre così professionali e quasi impassibili, hanno i lucciconi agli occhi.

E' il mio turno, esco anche io dall'aereo. Stavolta però mi giro indietro e lancio un ultimo sguardo all'interno. Volare con Alitalia, soprattutto all'estero, era come sentirsi un po' a casa. Il magone ce l'ho ancora, ora che sono uscita.

A Fiumicino gli addetti alla manutenzione porgono delle rose alle hostess per la gioia di cine operatori e fotografi. Incrocio il comandante che sta per uscire e gli dico: “In bocca al lupo”. E un altro membro dell'equipaggio sembra che mi voglia rassicurare: “Scommettiamo che non è un addio? E' solo un arrivederci”. 

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