Il referendum che deciderà il destino di Venezia e Mestre

Alberto Ferrigolo

Dopo l'alluvione del '66 da 1,94 cm, le acque alte dei cinquant'anni successivi, la costruzione del Mose, la mancata messa in funzione, lo scandalo delle tangenti e, da ultima, l'ondata di piena da 1,87 del 12 novembre di soli 7 cm inferiore al picco massimo di 53 anni fa, con centinaia di milioni di danni, Venezia è oggi alla sua prova più difficile. Quella del referendum che la mette di fronte al tentativo di sottrarla all'abbraccio della terraferma.

In primis di Mestre e del suo hinterland, di cui fa parte anche Marghera, il glorioso polo industriale con il suo porto d'attracco delle navi merci e l'aeroporto. Se poi ci mettiamo anche le Grandi Navi e gli incidenti accaduti nel Canale della Giudecca, più l'invasione dei 30 milioni di turisti l'anno, il dado è tratto. I veneziani sono stufi e tra le calli soffia vento di separazione.

Un referendum consultivo che vorrebbe però sancire la divisione amministrativa tra Venezia, con tutte le sue isole (91.370 abitanti in tutto) e Mestre, con tutto il suo entroterra (177.471 residenti, molti ex veneziani transfughi per più d'una ragione). Due comuni, due municipi, due sindaci distinti.

I problemi di laguna e terraferma

La città lagunare va al voto con la testa piena di pensieri e problemi: prima di tutto l'acqua alta e il moto ondoso; Mestre con meno ansie ma tante responsabilità. Anche su Venezia, se si dovesse distaccare. Un'operazione, la separazione, che rispetto ai tentativi precedenti oggi si presenta più suggestiva, facile, alla portata. Anche sull'onda dell'emozione che ha prodotto l'ultima emergenza, proprio perché laguna e terraferma si presentano come due realtà che hanno di fronte a sé problemi e problematiche opposte e che l'unione territoriale appiattisce e non è più in grado di risolvere. Meglio separati che uniti, dunque, è l'aria che tira.

In cinquant'anni di storia, è il quinto referendum che si svolge sul tema separazione. I primi tre, 1979, 1989 e 1994, sono stati bocciati dalla prevalenza schiacciante di “no” allo smembramento delle due realtà, il quarto - nel 2003 - è miseramente fallito per mancanza di voti e votanti, e non ha raggiunto il quorum. S'è di fatto votato al ritmo di una volta ogni otto anni. Questo referendum 2019 è quello più incerto. E il più divisivo. Lacerante. E ha rimescolato un po' tutte le carte, come anche le radicate, ataviche e granitiche posizioni.

Questa volta l'attenzione e la tensione nelle due città per il voto è altissima. Come la mobilitazione. Fa testo l'affollatissima assemblea svoltasi domenica 24 novembre all'Ateneo Veneto - “Riflessioni sul referendum” - alla presenza di tutti i contendenti. Stretti come sardine. Forte partecipazione civica.

La posizione dei partiti

Scarsa quella dei partiti, le cui posizioni appaiono meno granitiche. Il Pd e la sinistra in genere confermano il “no” alla divisone, ma tra i dem non mancano voci contrastanti e dissonanti che parteggiano per il Sì. Come per il Sì è gran parte dell'intellighenzia progressista e dell'ambientalismo: lo scrittore Antonio Scurati, premio Strega con M. Il figlio del secolo, nato a Napoli, infanzia lagunare, studi tra Milano e Parigi, e Italia Nostra.

Beppe Grillo ha dettato la linea per il Sì, ma tra i 5 Stelle serpeggiano molti i “no”. La Lega, che qui era Liga Veneta, separatista e secessionista ante litteram, ha lasciato libertà di coscienza. Ma il suo leader, il Governatore del Veneto Luca Zaia, non ha preso posizione.

Il Sindaco Luigi Brugnaro, espressione di Forza Italia e centrodestra, l'ex ministro Renato Brunetta sono per il “no”. Quanto al Sindaco, però, nessuno scorda che a settembre – dopo il via del Consiglio di Stato al referendum – ha annunciato che non avrebbe partecipato alla campagna elettorale, invitando i cittadini a disertare il voto. Punta al fallimento anche Massimo Cacciari, il tre volte sindaco della città.

In caso di vittoria del Sì, Venezia finirebbe al quarto posto tra i comuni veneti capoluogo di provincia, dopo Verona, Padova e Vicenza, mentre Mestre diventerebbe il terzo comune più popoloso della regione, il primo tra i non capoluogo di provincia.