Il referendum sulla cannabis travolge i partiti

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Referendum (Photo: Getty/Ansa)
Referendum (Photo: Getty/Ansa)

“L’anno prossimo sarà l’anno dei referendum. I partiti saranno costretti a trovare un accordo per sciogliere tutti i nodi del sistema, altrimenti rischieranno di dover sempre rincorrere le scelte fatte dai cittadini. Ricordiamoci che stiamo ancora aspettando i correttivi alla consultazione popolare sul taglio dei parlamentari… E anche sull’innovazione della firma digitale servirà una legge organica”. Simone Baldelli, che alla Camera ha in mano il dossier delle riforme per Forza Italia, fotografa così l’esito dell’estate referendaria. Proprio mentre i numeri cristallizzano l’alba di una stagione movimentata, e accelerata dal via libera alle sottoscrizioni digitali: le firme per il quesito sulla cannabis hanno appena superato quota mezzo milione (la soglia minima, ma la raccolta continua per “metterle in sicurezza”), laddove quelle sull’eutanasia sfiorano ormai il milione. Una stagione referendaria che nasce sì grazie alla rivoluzione della firma digitale ma soprattutto per l’immobilismo dei partiti su temi molto sentiti dai cittadini come appunto la cannabis ma anche l’eutanasia legale. Sul tema del fine vita, poi, le forze politiche sono doppiamente responsabili perché hanno volutamente tralasciato i ripetuti richiami della Consulta.

E nei partiti, spiazzati, partono le prime manovre per “gestire” il fenomeno. Come la proposta dei parlamentari Dem Ceccanti e Parrini che punta ad alzare le firme necessarie a 800mila, anticipare il vaglio della Corte Costituzionale, abbassando però il quorum dei partecipanti. Mentre Matteo Renzi mette nel mirino la firma digitale “che li ha favoriti, è una rivoluzione ma non deve passare il principio che tutto passi fuori dal Parlamento. Mettere fuori i partiti dalle grandi decisioni della politica significa che il maitre a’ penser diventa Fedez”. Tutte mosse che mettono in preallarme Riccardo Magi, presidente di +Europa e tra i promotori referendari: “No a interventi per neutralizzare l’iniziativa popolare”. Gli fa eco il costituzionalista Michele Ainis: “No a diffidenze e depotenziamenti dei referendum, non dobbiamo metterci un tappo”. Un tappo no ma comunque c’è anche da evitare una proliferazione incontrollata dei quesiti referendari, come dimostra la vicenda della appena nata campagna referendaria No Green Pass.

Di certo, le forze politiche che sono state colte in contropiede dal rinnovato splendore di questo strumento cominciano a ragionare sulle conseguenze. A partire dal fatto che, fatto salvo il giudizio della Consulta, a primavera prossima si voterebbe sull’eutanasia e sulla legalizzazione delle droghe leggere. E probabilmente, di nuovo sulla caccia, e sulla giustizia – Salvini, sponsor dei sei quesiti insieme ai Radicali, ha passato l’estate ai gazebo, e forse sull’abolizione del reddito di cittadinanza, a cui punta Matteo Renzi. Un’agenda impegnativa. E un potenziale cambio di paradigma. Dinnanzi a cui la politica, appena uscita dall’elezione del nuovo presidente della Repubblica, rischia di arrivare impreparata. “Con lo Spid e le banche dati di associazioni come Change.Org, oggi mezzo milione di firme si raggiunge in poche settimane – ragiona un senatore – Che succederà se un movimento populista decidesse di presentare 30-40 referendum tutti insieme? Finiremmo travolti”.

C’è anche questa inquietudine alla base della “fuga in avanti” targata Ceccanti- Parrini, mentre Enrico Letta dribbla il tema: “I referendum presentati? Iniziative prese da altri, il Pd deciderà nelle prossime settimane la sua posizione, non basta un tweet” risponde sbrigativamente in un’intervista. Dal Nazareno filtra che non si tratta di paura: “Ne discuteremo nelle Agorà, sulla cannabis ne abbiamo già una in programma. La democrazia partecipativa rafforza e modernizza quella rappresentativa che fatica a intercettare alcune tendenze della società”. Ma certo, i temi sono problematici per un Pd che governa con Fi e si prepara alle comunali alleato con M5S, grande sponsor storico dei referendum. Ceccanti ne è consapevole: “Capisco che la mia proposta sia in controtendenza, ma non vogliamo irrigidire le regole bensì modernizzare il sistema. Abbassando il quorum dal 50% più uno degli aventi diritto al voto al 50% più uno dei votanti alle ultime politiche ci si adegua al fenomeno dell’astensionismo”.

I Cinquestelle, però, gelano l’iniziativa, ancorando le modifiche al via libera a uno strumento ancora più dirompente: il referendum propositivo. “Apprezziamo il contagioso entusiasmo per uno strumento da sempre sostenuto dal M5S che ha convintamente votato la firma digitale – commentano il presidente della commissione Affari Costituzionali della Camera Brescia e la sua collega Vittoria Baldino – Il vaglio preventivo della Consulta? E già nella riforma costituzionale approvata alla Camera che contiene anche l’introduzione del referendum propositivo. Sblocchiamola”. Un rilancio che rende cauto chi si preoccupa per il rischio di “deriva populista”. Federico Fornaro, capogruppo di Leu alla Camera: “Disponibili a un confronto nel merito per mettere a disposizione dei cittadini uno strumento di partecipazione vero, evitando che qualcuno possa usarlo come clava contro la democrazia rappresentativa ma anche che appaia come una ritorsione ai referendum di questi mesi”. Avvisa Baldelli: “C’è stata una sottovalutazione. Era ovvio che si sarebbe scatenato il rilancio dei Cinquestelle sul referendum propositivo. Sarebbe stato più opportuno modificare prima le regole costituzionali sui referendum e poi permettere la raccolta di firme online”. Mentre da Italia Viva Ettore Rosato frena: “Non vedo necessità impellenti di cambiare le regole ora, non vorrei che sembri una reazione all’estate”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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