Il renziano Carbone, la mina Lotito: il voto al Quirinale fa saltare fuori 4 senatori contestati

·3 minuto per la lettura
ROME, ITALY - JUNE 08: SS Lazio President Claudio Lotito speaks during the Mayor of Rome Virginia Raggi meets SS Lazio women on June 08, 2021 in Rome, Italy. (Photo by Marco Rosi - SS Lazio/Getty Images) (Photo: Marco Rosi - SS Lazio via Getty Images)
ROME, ITALY - JUNE 08: SS Lazio President Claudio Lotito speaks during the Mayor of Rome Virginia Raggi meets SS Lazio women on June 08, 2021 in Rome, Italy. (Photo by Marco Rosi - SS Lazio/Getty Images) (Photo: Marco Rosi - SS Lazio via Getty Images)

Alla fine, l’unica certezza è che ci si sta dando una mossa. Ampiamente superato il giro di boa della metà legislatura, la politica si accorge che in Senato ci sono quattro seggi contestati e - forse – occupati irregolarmente in vista dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Meglio correre ai ripari, perché irregolarità chiama irregolarità e un capo dello Stato sotto spauracchio di ricorsi non è un bel viatico (figurarsi se si chiamasse Mario Draghi). Intanto domani, si riunisce la Giunta per le Elezioni e le Immunità.

La vicenda è complessa: un garbuglio di situazioni diverse che si intrecciano, omonimie comprese. Perché già nell’estate 2020 la Giunta presieduta da Maurizio Gasparri si è pronunciata su due senatori che, eletti con vizi procedurali, dovrebbero lasciare il posto ad altrettanti colleghi. Si tratta della forzista Anna Carmela Minuto da sostituire con il collega di partito Michele Boccardi, e del renziano Vincenzo Carbone a favore del patron della Lazio Claudio Lotito, candidatosi con Forza Italia. Tuttavia, oltre un anno dopo, nonostante ripetute sollecitazioni – ha raccontato Gasparri al “Foglio” - la capigruppo non calendarizza e i due restano nel limbo a guardare il loro astratto mandato che si accorcia giorno dopo giorno. Tanto più che, essendo l’aula sovrana, potrebbe pure ribaltare la decisione della Giunta.

La quale domani si riunisce per (tentare di) dirimere una diversa questione: il diritto di Ernesto Carbone, renziano della prima ora e animatore del tavolo sulla Pubblica Amministrazione all’ultima Leopolda, arrivato secondo a Bologna, di subentrare al Dem Daniele Manca, ex sindaco di Imola. Qui la questione è tutta in punto di diritto: secondo una legge del 1957 un sindaco deve dimettersi 180 giorni prima del voto a pena di ineleggibilità, laddove Manca lo ha fatto con un anticipo di soli 15. Si duole Carbone: “Il mio caso è semplice, non capisco perché sia fermo da tre anni. Non si tratta di riconteggi o di interpretazioni, né servono ricorsi perché è rilevabile d’ufficio”.

A chiedere in Giunta si percepisce un certo imbarazzo per il ritardo, pur facendosi notare che il lavoro non manca: dai voti sull’improcedibilità di Salvini alla situazione di Renzi. Ma i tempi, giurano, stanno maturando. La quarta situazione contestata è l’elezione all’estero (in Sudamerica) del senatore del “misto” Adriano Cario cui si imputano centinaia di schede che perizia calligrafica ha ascritto a una sola mano. La Giunta invece ha respinto il ricorso del Dem Fabio Porta convalidando l’elezione, e il verdetto finale toccherà all’aula.

Fatto sta che domani ore 16 il relatore Adriano Paroli (FdI) intende trattare il caso Carbone. Su cui le posizioni non paiono univoche. Quasi due anni fa una precedente bozza di relazione (mai votata), opera anch’essa di Paroli, concludeva a favore di Manca per due ragioni: a) in due precedenti alla Camera la legge del 1957 sarebbe stata disapplicata perché obsoleta e b) il ricorso va presentato a pena di decadenza, e l’esponente di Italia Viva non lo ha fatto. Stavolta andrà diversamente? Si vedrà. Anche dalle maggioranze.

Naturalmente la Giunta è tenuta a esprimersi solo in base a norme e regolamenti. Altrettanto naturalmente, i rumors politici impazzano. Si vocifera, tra le tante cose, di un asse Fi-Pd per “calmierare” la platea dei grandi elettori del tipo: noi facciamo entrare Lotito, voi non fate saltare Manca. Di sicuro temono inghippi i renziani: “Qualche sospetto mi viene... - dice Carbone - Mi meraviglia il Pd che è stato per anni paladino della legalità a volte ai limiti del giustizialismo”. Anche perché l’ex premier – reduce da una “Leopolda di guerra” contro il suo ex partito, i magistrati, i grillini – corre un duplice rischio: ritrovarsi un Carbone in uscita (Vincenzo) e uno con la porta sprangata (Ernesto). La battuta viene facile, e qualche senatore la fa: “Siamo sui Carboni ardenti...”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli