Il ricordo di Bennacer: "Se non avessi pensato, forse sarei finito a vendere droga"

Ha avuto bisogno di un po’ di tempo per imporsi nel Milan, ma una volta che è riuscito a farlo non è uscito più dall’undici titolare. Approdato in rossonero la scorsa estate, dopo due importantissime annate vissute ad Empoli, Bennacer ha dimostrato anche in un grande club di essere un centrocampista capace di abbinare qualità a tanta sostanza.

Il gioiello del Milan, in una lunga intervista rilasciata a Sportweek, ha parlato di quella che è la sua spiccata personalità in campo.

“Sono fatto di mio in una certa maniera, bambino mi piaceva prendere rischi, ero un kamikaze. Il calcio ha contribuito nel farmi guadagnare sempre maggiore fiducia in me stesso. Però nel privato resto una persona discreta, riservata”.

Bennacer ha ammesso di non aver frequentato lezioni per imparare l’Italiano, ma il suo rapporto con la scuola è sempre stato ottimo.

“A scuola ero molto intelligente. Mio padre aveva vent’anni quando arrivò in Francia dal Marocco. Nel suo Paese aveva iniziato a lavorare a 12 anni, qui si è spaccato la schiena facendo il muratore. Ha lavorato una vita all’aperto: con il sole a picco, aveva troppo caldo. Con la pioggia, troppo freddo. Usciva di casa alle sei del mattino e rientrava alle sei di sera. Si sedeva e non aveva la forza di parlare. Non sa leggere e scrivere, perciò ha sempre considerato la scuola la cosa più importante per noi figli. Ci diceva: “Io lavoro per voi. Perché non voglio che facciate la mia stessa vita. Per questo dovete studiare”. Siamo quattro fratelli. Il più grande è ingegnere. Una sorella studia per diventare avvocato. Poi ci siamo io, che mi sono fermato a 16 anni al liceo Scientifico, un’altra sorella, più piccola, che va ancora a scuola”.

Nel 2015, Bennacer è approdato giovanissimo all’Arsenal, ma in Inghilterra le cose non hanno funzionato.

“Arrivo in Inghilterra a luglio. I primi due mesi resto in albergo perché non volevo andare a vivere in una famiglia che non conoscevo. Avevo 17 anni, non ero maggiorenne e non potevo vivere da solo, così mia sorella viene a stare con me. Poi mi raggiunge Chaines, con cui ero fidanzato dai tempi della scola e che in Inghilterra sarebbe diventata mia moglie. A settembre, finalmente, vedo il campo. In Coppa di Lega, contro lo Sheffield: si fa male Chamberlain, Walcott entra al suo posto e dopo due minuti si fa male pure lui, così Wenger mi butta dentro. Il problema è che mi mette largo a sinistra nei tre davanti: è un ruolo che non ho mai fatto. Sento addosso una pressione pazzesca. Perdo pochi palloni, ma ne prendo pure di meno. Dopo di allora non ho più giocato, però non ho rimpianti: mi sono allenato con giocatori importanti come Ozil e Santi Cazorla. Resta il fatto che fu dura lasciare casa mia e la Francia”.

Il centrocampista ha parlato della sua infanzia ad Arles e di come è riuscito ad uscire da una realtà difficile.

“E’ a sud della Francia, vicino a Marsiglia. Un posto caldo, in tutti i sensi. Io sono cresciuto nel quartiere di Trinquetaille, sulla riva destra del Rodano, il fiume che bagna la città. Etnie, culture, religioni diverse. E’ difficile, ci sono tanti giovani che non pensano. Se lo avessi fatto anch’io, a quest’ora forse sarei finito a vendere droga. Avevo 14 anni quando gli amici mi dicevano: vieni, Isma, andiamo a fare serata, a guardare le donne… Io no, mai. Non mi hanno mai interessato certe cose. Tornavo a casa a fare addominali, finivo l’allenamento con l’Arles e andavo a giocare a fusta…”.

Dopo l’Arsenal, Benaccer ha avuto il coraggio di fare un passo indietro e di ripartire dall’Empoli.

“Con gli inglesi avevo ancora quattro anni di contratto, ma io vado dove mi vogliono davvero. Non conoscevo Empoli, ma ho accettato di scendere dalla Premier alla Serie B italiana perché quello è stato il club che mi ha voluto più di tutti. Allo stesso modo ho fatto col Milan: l’ho scelto per la sua storia, ma più ancora perché il suo progetto era il migliore per me”.

Musulmano praticante, ha nella religione una delle cose più importanti delle sua vita.

“Per me la religione è tutto. Se domani non dovessi avere più il calcio, mi resterebbe Dio. E’ per questo che non ho paura di niente e nessuno. E non ho colleghi da idolatrare. Li ammiro, ma se incrocio Cristiano Ronaldo o Messi non vado in processione a rendergli omaggio. Quando con l’Empoli giocai per la prima volta contro lo juventino, a fine partite molti miei compagni andarono a chiedergli un selfie. Io no”.

Bennacer ha svelato cosa è mancato al Milan in stagione per il salto di qualità.

“La vittoria contro una grande. Siamo una squadra giovane, stiamo lavorando per crescere. In campo dobbiamo essere uniti, ancora più compatti, dobbiamo morire l’uno per l’altro”.