Il rischio che la crisi di sistema risucchi anche Draghi

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(Photo: AB Pool - Corbis via Getty Images)
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L’equazione è apparentemente più semplice, ora che Sergio Mattarella, nel ribadire la sua indisponibilità al bis, ha voluto parlare a chi, in fondo, coltivava il retropensiero che il suo no di oggi potesse diventare un sì domani di fronte a una drammatica impasse. Ma l’equazione, paradossalmente ma neanche tanto, è diventata al tempo stesso più complicata perché proprio il venir meno di un “piano B” rivela, in tutta la sua portata, l’assenza di un “piano A”.

È inutile farla tanto lunga: se il “piano A” ruota attorno al destino di Mario Draghi, è anche vero che il destino non è solo nelle sue mani. Certo: l’ipotesi della sua ascesa al Colle ormai è squadernata, apertamente indicata come soluzione da autorevoli ministri, e il silenzio del premier conferma che, quantomeno, la prende in considerazione. Ma, così come i partiti sono prigionieri dell’eventualità perché è difficile dire di no, più passa il tempo, più diventa prigioniero del meccanismo anche Draghi: se va al Colle, si pone un problema per il governo perché, all’orizzonte, non si intravedono figure che hanno medesima autorevolezza e forza per tenere assieme diavolo e acquasanta; se non ci va, dopo che attorno all’eventualità si è discusso per mesi e non l’ha stroncata sul nascere, è inevitabile che apparirebbe come un pubblico smacco. E dunque: come fa a continuare a governare con partiti che non l’hanno voluto al Quirinale? Sarebbe inevitabilmente più debole il governo, ma anche il premier.

Il day after di Mattarella proprio questo racconta. Se Enrico Letta sostanzialmente prende tempo, invitando a “parlarne a gennaio” e a “concentrarsi sulle cose da fare”, analoga dichiarazione l’ha fatta Salvini nei giorni scorsi, segno che c’è un comune denominatore della politica: il non sapere da dove si inizia a istruire il dossier. È stato già detto di tutto e il suo contrario, con chissà quale convinzione, e probabilmente si andrà avanti così: Conte prima ha provato a candidare Draghi al Colle, poi, nel giro di una settimana, con la stessa convinzione lo ha imbullonato a palazzo Chigi; Salvini, che lo aveva candidato con l’idea di andare al voto, tace perché non si andrà al voto. Meloni, che prima lo voleva e propose un patto a Letta “Draghi e voto”, ora non si capisce più. Insomma, è chiaro che la grande assente è la politica, perché invece di partire dalla testa (il Quirinale) nessuno ha seriamente preso in considerazione l’idea di partire dalla coda (il governo), che in tempi di terza dose, quarta ondata e Pnrr proprio un dettaglio non è. Non è un caso che, sia pur in modo brutale e sgrammaticato, l’unico che, con la sua proposta, ha provato a tenere insieme testa e coda è stato Giancarlo Giorgetti, col suo semipresidenzialismo di fatto che unisce governo e Quirinale.

E dunque i partiti, coltivando ognuno una propria agenda corta, aspettano una parola chiara da Draghi, a conferma della ragione vera che lo ha portato a palazzo Chigi, quella crisi di sistema di cui il premier è l’effetto, non la causa. Chi non esclude Draghi al Colle, non è in grado di dire una parola su chi e come governerà l’Italia dopo: quale premier, quale maggioranza, quale ambizione. Chi lo esclude perché “Draghi deve rimanere fino al 2023” non fa i conti col progressivo indebolimento del governo. E con l’effetto che, fatto il Quirinale, “liberi tutti”, in una campagna elettorale lunga un anno.

E Draghi, a sua volta, aspetta di capire che le nebbie partitiche si diradino, senza però fare fino in fondo i conti con la politica. Che, per quanto abbrutita, indebolita, resa più goffa dagli attuali protagonisti, è pur sempre insostituibile, a maggior ragione dopo la scelta di un governo politico-tecnico, dove, la prevalenza partitica, in tempi di Quirinale, era annunciata. E in politica anche l’inerzia produce i suoi effetti. E se è già visibile il primo effetto sul governo, con un certo appannamento del suo vigore riformatore da quando si parla di Quirinale tra un ritardo sulla manovra e un decreto concorrenza light, è al tempo stesso misurabile anche quello sul Quirinale, ora che l’indisponibilità di Mattarella priva la navigazione della scialuppa di salvataggio. C’è poco da fare. Se l’arrivo a palazzo Chigi come uomo della necessità può essere il frutto di una grande chiamata, la salita da palazzo Chigi al Colle o la permanenza a palazzo Chigi senza subire lo smacco di una mancata elezione al Quirinale sono operazioni squisitamente politiche, anche piuttosto faticose nell’epoca del default della politica. Prima o poi, inevitabilmente, si porrà il tema di un “patto” da offrire ai partiti per il Quirinale, che reca in sé la soluzione per il governo; o un patto per andare avanti con questo governo senza annacquarlo. Altrimenti il rischio è che la crisi di sistema risucchi anche Draghi.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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