Il ritardo culturale del paese che guida l'Europa

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(Photo: picture alliance via Getty Images)
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La paura del futuro e del XXI secolo ferma la Germania, in un’elezione che doveva cambiar tutto, dopo i 16 anni di Angela Merkel, e si lascia invece dietro incertezze e ambiguità. Gli elettori sembravano dapprima aver scelto il cambio radicale, con la leader dei Verdi Annalena Baerbock a sognare di essere la seconda cancelliera a Berlino, quantomeno sfondando la soglia del 20% dei voti. Una performance deludente della Baerbock e la preoccupazione per i costi della rivoluzione ecologica, le tasse e la spesa pubblica, hanno dissuaso invece i cittadini meno radicali dall’esprimere il proprio consenso agli ecologisti oltre il 15%.

Anche il numero uno della storica Spd socialdemocratica, Olaf Scholz, esamina i risultati, pesando i pro e i contro. Vero, ha fugato le ombre della primavera, quando i sondaggi davano al partito che fu dei Brandt e degli Schmidt un magro 15%, portando i socialisti oltre il 25%, ma ha mancato l’en plein, ricevere un mandato totale al partito, o almeno a se stesso, come la Merkel anno dopo anno. Il commissario europeo Paolo Gentiloni, online, coglie giustamente un valore del mandato di Scholz, riportare la sinistra storica al centro dell’arena, dopo anni di declino.

L’incolore democristiano della Cdu-Csu, Armin Laschet, incassa il peggior risultato della storia, 24,1% e deve la rimonta delle ultime settimane a quel che resta del carisma di Merkel, con la cancelliera costretta a rimangiarsi il voto di non far campagna elettorale, impegnandosi in comizio dopo comizio. Infine, i liberali Fdp di Christian Lindner, con il loro 11,5%: ostili all’aumento delle tasse e ai massicci pacchetti di investimenti per la ripresa, in agenda di Spd e Verdi, potrebbero guardare all’accordo con i democristiani popolari, almeno in prima battuta.

Comunque vadano le tormentose giornate di negoziato che si aprono, coalizione “Semaforo” con Spd rossa, Fdp gialla e Verdi, o Giamaica con nero Cdu, Verdi e giallo Fdp come la bandiera giamaicana, o tradizionale patto di unità nazionale Scholz-Laschet, si possono trarre già i nessi cruciali.

  1. Era la prima volta, dal dopoguerra, che la Germania andava alle urne senza un cancelliere in carica in lista e il disorientamento degli elettori si è visto, con i partiti esposti al vento, fino al +10 e -10 nei sondaggi, per fermarsi poi all’impasse finale.

  2. La nostalgia per Merkel, leader che pure aveva esaurito da tempo energie e slancio storico, ultima gloria lo stop a Trump, ondivaga invece su Putin, non indica un erede diretto, e Berlino si troverà a dirigere il G7, nel 2022, con un governo nuovo, composito, senza autorevolezza estera.

  3. Un quarto degli elettori, 26%, sono emigranti, di prima o seconda generazione, a riprova di un paese assai più composito e diverso dall’immagine omogenea che la classe dirigente offre, simposio dopo simposio. Basta, del resto, un viaggio nelle grandi città tedesche, da Berlino a Monaco, per rivedere, un secolo dopo la Bauhaus, Benjamin e Weimar, laboratori di culture, arti, spettacoli, cucine cosmopolite. Hanno votato anche i circa 7000 profughi, per lo più siriani, ammessi dalla Merkel nel 2015, con un gesto umanitario che divise il paese, e hanno premiato Verdi e sinistra Linke.

  4. Il maggior problema nascosto dal risultato, a prescindere dal nome del nuovo cancelliere e dalla tavolozza cromatica del suo gabinetto, è però la conferma di paese bloccato sulla soglia del futuro turbolento, incerto sul da farsi, in preda a ansie per uno status quo che teme di perdere. I tedeschi hanno detto sì, dopo anni di rigore ipertrofico, impersonato dall’austero ministro delle Finanze Schäuble che considerava prodiga pure la Merkel, al piano di spesa pubblica Ue dopo la pandemia Covid-19, ma riluttando. E ora, davanti al New Deal avanzato da Spd e Verdi, recalcitrano, un passo avanti e uno indietro, senza determinazione.

  5. Quanto ai temi che gravano pesanti sull’Europa, mancanza di difesa comune, arretratezza tecnologica sui nuovi temi, vedi Intelligenza Artificiale, rispetto a Cina e Usa, scelte strategiche nella possibile ­­­­Guerra Fredda tra Pechino e Washington, con i paesi dell’Asia e del Pacifico, India, Giappone, Australia, a sperimentare nuove alleanze che ignorano le nostre capitali, sfide di Putin alla sicurezza EU dall’Ucraina alla Crimea, con il cappio dell’energia e gasdotto Nord Stream 2 sponsorizzato dal Cremlino, nessuno ha pesato sul voto e nessuno sarà nell’agenda del governo. Errore grave di miopia, che si pagherà.

I tedeschi hanno nostalgia del passato recente, con la sicurezza economica, la delega di difesa e guerre agli americani, una valuta, prima il marco poi l’euro, che assicura stabilità e primazia a Berlino. Le dispute del secolo corrente, la sfida tecnologica, l’esaurirsi della diplomazia e del mercato come arene di confronto e l’attrito militare che ritorna tra le grandi potenze, un mondo del lavoro dove il ritmo da diesel dell’establishment tedesco deve cedere a nuove piattaforme e metodi, con rischio e innovazione a prevalere su tradizione e old business model, spiazzano classe dirigente tedesca ed elettori e, di conseguenza, l’Europa tutta. L’addio a Londra e al Regno Unito, frutto anche di qualche passo falso della Merkel e non inviso a tanti a Berlino, priva Bruxelles del motore della cultura anglosassone: toccherebbe alla Germania questo ruolo di traino, con il presidente francese Macron costretto dalla campagna elettorale a toni striduli che non gli guadagnano aplomb internazionale, ma il nuovo governo tedesco, frutto di questi dilemmi, non lo assumerà.

Resta dunque -strano dirlo!- il premier italiano Mario Draghi il leader cerniera con Stati Uniti, mondo occidentale e suoi valori, capace di aderire al welfare europeo senza nascondersi che urge un cambio di passo. Non abbiate dunque nostalgia della Merkel come tanti amici tedeschi: preoccupatevi per il ritardo culturale del paese guida dell’Unione e le sue conseguenze su noi tutti.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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