Il ritorno al passato delle donne in Afghanistan

L'inviata di Euronews, Anelise Borges, ha realizzato uno speciale di 10 minuti sulla situazione delle donne in Afghanistan. Con il ritorno dei talebani, la condizione femminile ha fatto un balzo indietro di 20 anni: gli sono stati proibiti gli studi superiori, le cariche pubbliche. Sono state bandite dallo sport e scoraggiate a uscire senza un parente maschio. Euronews ha scelto di produrre questo reportage per non farle scomparire.

La nostra inviata ha intervistato - coperte dall'anonimato - donne che in questi anni avevano conquistato una posizione: membri della magistratura, operatrici sociali, funzionari pubblici, artiste. Con il ritorno dei talebani sono state condannate alla clandestinità.

“Il mio sogno era diventare un giorno la presidente dell'Afghanistan o la vicepresidente. Eliminare le differenze di genere nel paese: era questa la mia idea. Ma, sfortunatamente, le mie speranze e i miei obiettivi sono svaniti”, racconta Mona, nome di fantasia.

“Da quella notte non riusciamo a dormire - racconta un'altra - Perché tutti ci dicono: hai lavorato con gli stranieri, con le Ong, verranno a cercarti, devi bruciare i tuoi documenti. Noi li abbiamo messi in lavatrice e li abbiamo seppelliti. Perché se li bruciassimo, capirebbero che stiamo nascondendo qualcosa. Non ci fidiamo più nemmeno dei vicini".

“Ero una giudice seguivo diversi casi al giorno. Le donne venivano da me e io indagavo e cercavo di risolvere i loro problemi”, dice un'altra a volto coperto. Questa donna era una delle centinaia di magistrate afgane ora diventate bersagli, braccate da delinquenti che una volta avevano condannato, molti dei quali talebani ora a piede libero.

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Anelise Borges con una testimone - Euronews

“Era il mio lavoro - continua - Secondo la legge afgana erano criminali, dovevo giudicarli e condannarli. Ma ora è caduto il governo e non è rimasto niente. E siamo noi le accusate. Ho venduto una parte del mio mobilio, il resto l'ho regalato. E ora mi sto spostando da un posto all'altro, vado anche a casa dei miei parenti, ma non sono contenti di ospitarmi. E neanche i miei amici lo sono. Hanno paura di cacciarsi nei guai per la mia presenza".

L'ultima volta che i talebani sono stati al potere in Afghanistan, negli anni '90, le donne non avevano alcun diritto: non potevano lavorare o studiare. Potevano uscire di casa solo se accompagnate da un uomo. E nonostante le promesse che questa volta le cose sarebbero andate diversamente, una delle prime misure prese è stata quella di cancellare i volti delle donne da cartelloni pubblicitari e dalle vetrine. I talebani hanno anche proibito alle donne di apparire in tv. A presentatrici e giornaliste è stato ordinato di coprirsi il volto. Il messaggio è stato chiaro da subito. La sola vista di una donna veniva considerata un insulto. E quello è stato solo l'inizio.

Le donne che hanno protestato in strada nei primi mesi di governo, sono state messe a tacere. Questa fotografa, che chiamiamo "Mary", era una di quelle.

"Con il calcio di una pistola mi hanno colpito il braccio - ricorda - Il mio telefono è caduto e io volevo riprenderlo da terra, ma i talebani mi hanno detto di non prenderlo e di andare via. Avevo filmato le dimostrazioni dall'inizio alla fine e non volevo perdere le immagini. Volevo che il mondo intero vedesse quello che era successo. Hanno detto di no, di non prendere il cellulare, ma mi sono chinata e l'ho raccolto. Allora mi hanno colpita due volte al braccio con una sbarra di ferro".

Mary non è stata fermata quel giorno, ma il gruppo di amici con cui si trovava è stato minacciato. Ma dicono che la paura e il dolore fisico non siano paragonabili all'impatto che l'arrivo dei talebani ha avuto su un'intera generazione di ragazze che, nell'ultimo anno, sono state private dell'istruzione.

Il primo annuncio è arrivato a ottobre, quando solo i ragazzi e le bambine sono stati autorizzati a tornare in classe. Mesi dopo i talebani hanno detto che le ragazze avrebbero potuto riprendere la scuola secondaria a marzo di quest'anno... per poi rimandarle a casa poche ore dopo l’inizio delle lezioni.

Ma le cose sono peggiorate quando le attiviste hanno iniziato a scomparire. Tamana Zaryabi Paryani, Parwana Ibrahimkhel, Zahra Mohammadi e Mursal Ayar sono state prelevate da uomini che si dichiaravano membri dei talebani. Le donne sono state rilasciate un mese dopo. I talebani hanno sempre negato di essere responsabili del sequestro.

Ma alcune pensano che la colpa non sia solo dei talebani

"Guarda cosa ci ha fatto il governo - dice amareggiata una - Che affare. Abbiamo lavorato per più di 10 anni per questo governo, per costruire questo Paese. E ora abbiamo perso tutto".

"Cosa è successo ai negoziati? E che fine hanno fatto tutti i soldi arrivati in Afghanistan? Com'è possibile che gli Stati Uniti, la superpotenza mondiale abbia investito così tanto in Afghanistan per poi lasciare il potere a qualche motociclista? I motociclisti hanno avuto la meglio sui B52..." dice un'altra puntando il dito sulla politica di Biden.

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Per Nabila la colpa è anche degli afghani: “I principali colpevoli siamo noi, il popolo dell'Afghanistan. Siamo rimasti in silenzio quando abbiamo visto la corruzione in Afghanistan. Siamo rimasti zitti quando abbiamo visto l'attacco all'Università di Kabul". "Forse perché non abbiamo messo da parte i pregiudizi religiosi - continua - ma penso, anzi sono sicura che la nostra generazione si sia resa conto che l'ideologia e la religione dovrebbero essere messe in un angolo. Sono felice di far parte di una generazione pensante".