Il romanesco globale di Zerocalcare

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(Photo: Maria Laura AntonelliMaria Laura Antonelli / AGF)
(Photo: Maria Laura AntonelliMaria Laura Antonelli / AGF)

Il romanesco, o che dir si voglia, in tutte le sue declinazioni espressive, forse un po’ meno quello “colto”, belliano, va considerato a tutti gli effetti un esperanto nazionale, addirittura globale. Innanzitutto per duttilità lessicale, fotografica: polaroid dell’immediatezza espressiva: “E ’sti cazzi?”

Irricevibile dunque l’idea che possa essere non compreso, risultando ostico, oscuro, improprio, osceno, estraneo alla chiarezza fuori dal Raccordo Anulare e perfino dai confini laziali. Se è concessa una considerazione complessiva, se davvero così fosse, il medesimo ragionamento dovrebbe valere per la lingua inglese: quanti esattamente ne hanno contezza? Eppure tutto ciò che in quel modo viene cantato svetta ovunque nell’attenzione, perfino anche nei paesi in possesso unicamente di un vocabolario latino, anche meno del “Castiglioni-Mariotti”.

Ma proviamo un po’ a spiegarla meglio la “globalità” del romanesco. Non c’è ufficio, redazione o pubblico esercizio commerciale, poco importa dove geograficamente piazzato, perfino ben oltre i confini di un’ideale Arizona padana, che non trovi nel suo quotidiano espressivo l’uso, sia pure improprio, riveduto e corretto in forma di fumettone linguistico, della koinè romanesca, ciò accade poiché il romanesco si è attestato nel mondo conosciuto innanzitutto, grazie alla forza dell’immaginario cinematografico, come tesoretto linguistico e glossa onnicomprensiva, sia detto senza necessariamente citare “I soliti ignoti”, là dove brilla una sentenza assai aderente all’estrema qualità “portatile” del lessico cui ci riferiamo, ossia: “Nun se dorme su la fregna”, così pronunciato da Gassman-Peppe Er Pantera per garantire a se stesso credibilità professionale.

Certo, volendo aprire le ali del discorso a un ambito letterario potremmo citare i romanzi delle “borgate” di Pier Paolo Pasolini, “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”, che addirittura subirono un processo per “oscenità”, e nulla esclude che implicitamente i moralisti detrattori si riferissero proprio all’uso dei materiali linguistici presenti, ritenendo il dialetto una forma espressiva degradata, sicuro eco della censura che il fascismo applicava alle lingue locali particolari. In appendice, quei romanzi, mostrano un prontuario-dizionario proprio romanesco, così da apprendere che “guadagnare” a Torpignattara o al Tufello, diventa “guadambiare” e, al bar si va a “famose ‘na biranza” . Sia detto tutto ciò senza omettere altrettanto la centralità del Palazzo, la capitale politico-amministrativa, dove il romanesco è, sempre in questa accezione, lingua da sportello, da concessionaria, da “pidocchietto”, da “bujaccaro”, da agorà nazionale: sognare di ottenere infine, metti, gli “arretrati” da anni bramati, sognati, raggiungere appunto questo o quell’altro sportello, imbattersi nell’impiegato che ti si rivolge proprio con un “Che dovemo fa’?”, dunque nella lingua della sopravvivenza, del risultato infine conseguito. Non è un caso infatti che Roma, l’Urbe, sia Capitale della nazione burocratica ancor prima che risorgimentale e città dei Cesari.

Come d’altronde non riconoscere che le figure più significative e immediate che occupano la Piazza d’Italia del paesaggio politico, sempre lì, in piedi, a mostrarsi, sono autisti in blazer blu d’ordinanza, abituati ad aspettare che l’onorevole o il senatore o il “presidente” torni dall’aula o dall’ufficio di segreteria, e loro, gli autisti, ad ingannare il tempo nella lingua addirittura di Trigoria o di Formello, capitali calcistiche non meno globali: “Nun ce voleva proprio ’sto zero a zero!”

Non servirà neppure citare i sonetti di Antonello Trombadori e di Maurizio Ferrara, omaggi vernacolari e insieme colti a Belli, a Trilussa e agli altri sommi autori della poesia capitolina, compreso Mario dell’Arco, o magari Crescenzo Del Monte, che introduce, quest’ultimo, addirittura nel romanesco un’ibridazione giudaica, dove per dire ragazza o “pischella” si pronuncia “chiusina”.

Certo, altrettanto vero che l’Italia nell’immaginario corrente è strappata lungo i bordi in due parti esatte, geograficamente parlando, dove il Nord pronuncia “raga” mentre il Sud, cioè Roma, si attesta su “regà”, e tuttavia, essendo il romanesco lingua della sopravvivenza, della comprensione immediata e perfino d’accesso alle delizie sessuali, esso viene appreso in modo quasi simultaneo: “Anvedi le pischelle da’ Camilluccia!”. Perfino il fascista cremonese Ugo Tognazzi, ne “La marcia su Roma” del milanese Dino Risi, prova, sia pure goffamente, ad accedere alla pronuncia esatta di Campo de’ Fiori o di Garbatella: “Semo tutti romani, mannaggia, li mortecci!” Se potrebbe ave’ un po’ de rancio? Ce puccio er pane drento”. Se solo Mario Riva, lui che si esprimeva in romanesco sul fondale del “Musichiere” perfino accogliendo Jane Masfield e Pedro Armendariz, non fosse tragicamente morto cadendo dal retroscena, lasciando così egemonia televisiva al nuovo arrivato Mike Bongiorno, che sebbene di famiglia siciliana portava un lessico più scolastico, oggi probabilmente il romanesco sarebbe ancora di più lingua nazionale… Ma che dico, lo comunque in assoluto in quanto riassume, come dicevo poc’anzi, il luogo, l’astanteria, lo sportello, il muretto, dove infine ottenere la ricostruzione della carriera, compresi gli scatti di anzianità. Per non citare poi Gadda e il suo “Pasticciaccio brutto de via Merulana”, dove, sia pure nel mistilinguismo, è comunque il romanesco a svettare.

Se è concesso un racconto personale, anni addietro mi ritrovai accusato ingiustamente di “furto di energia elettrica”, coloro che abitavano in precedenza il mio appartamento avevano piazzato un fotogramma nel contatore della luce, nonostante avessi ricevuto la visita dell’ispettore al momento della stipula del contratto, con tanto di verbale che mi liberava da ogni pregresso, ugualmente mi giunse dall’avvocatura dello Ststo, una denuncia.

Minuscolo e smarrito, lungo i corridoi dell’ACEA, in via Ostiense, la salvezza giunse grazie a un impiegato che, sbrogliando la faccenda proprio in romanesco, alla fine tutto risolse. Forse, se non fosse stata inventata quella lingua “confidenziale” e insieme venata di disincanto, doverosamente cinica, dovrei immaginarmi, i ceppi ai polsi, come “Il Ballila” al momento della morte di Accattone su Ponte Testaccio, per un reato mai commesso?

Lo so bene che la questione sullo slang capitolino di recente è stata chiamata in causa a proposito di Zerocalcare e delle sue storia animata che ha giustamente spopolato su Netflix, “Strappare lungo i bordi”, dove, si sappia, pur affondando le radici nel dialetto tradizionale, siamo in presenza comunque una forma gergale ibridata, propria delle tribù giovanili, chiarissima ai pischelli e alle pischelle della “Generazione Z” e forse anche della “X”, in questo senso mi torna in mente il fratello di un’amica che guardando la spia rossa sul quadro della Fiat Panda così pronunciò: T’ho fatto du’ giorni fa er pieno e già m’abbronzi?”

Se poi dovesse arrivare qualcuno dire che si tratti di “argot”, cioè un sottogenere linguistico, basterà ricordargli che tra i capolavori della letteratura del secolo trascorso troviamo attestati, intoccabili, ciclopici, proprio alcuni romanzi scritti con quei materiali linguistici. Zerocalcare come Céline, insomma.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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